Dolce/amaro viaggio nei misteri del Wabi

| La cultura giapponese vista da Marcos Lutyens, l'affascinante e imperdibile rassegna di Palazzo Fortuna. Vivere senz'arte? Impossibile

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di DAVIDE CUCINOTTA
Di fronte al fenomeno artistico sappiamo poco. Nessuno riuscirebbe ad immaginare un mondo senza arte eppure nessuno si sbilancia a dire a cosa serve e come questa cosa può esserci d'aiuto. 

In questa società sono poche le cose considerate ineludibili e necessarie e sono : lavorare, produrre, spendere. Certo che dipingere, scolpire, scrivere poesie, filmare, comporre sono "capricci" di quegli strani esseri che se lo possono permettere, sono altre le necessità e i bisogni a cui bisogna far fronte. Gli artisti di solito però quando danno il meglio di se, nel più dei casi non se lo potrebbero permettere, al contrario di quanto detto.

Solitamente hanno difficoltà nel procurarsi il necessario per vivere, fino a che non riescono ad imporre la loro arte anche al mercato, dopo di che le cose iniziano ad andare per il meglio. Ma ogni artista sa benissimo che ciò che essi fanno è medicina per lo spirito e per le emozioni, spesso dettato da una specie di sana incoscienza che gli procura gioia nel farlo e che allo stesso tempo rende partecipi i loro spettatori.

Non si può spiegare l'espressione artistica come un fenomeno esterno, naturale come gli alberi e le pietre. Il suo senso non sta nell'utilità esterna.

Per riuscire a trasmettere tali emozioni nei loro spettatori, devono avere fiducia nel mondo, amarlo e curarlo come le loro opere, non si tratta più di una semplice tela o di un libro. La loro stessa vita deve essere un opera d'arte, tanto che le loro relazioni con gli altri diventano il vero capolavoro.
Facendo in questo modo, nessuno più si chiederà a che cosa serve l'arte, perché se anche non la sperimenteranno direttamente ne avranno i benefici. Si sentiranno allegri perché nel loro quartiere perfino i palazzi saranno colorati, non saranno più scatole ma poesia, sentimento, creatività. Saranno rilassati perché rideranno delle commedie che si rappresenteranno. Rifletteranno perché stuzzicati dalle letture.

Molte persone si sono scervellate per comprendere il senso dell'arte. Ma tutti noi sappiamo che se questa esperienza artistica avesse causato dolore e sofferenza, giudicheremo l'arte con orrore, lo stesso che proviamo per le guerre e per la violenza. L'arte, non in senso astratto o filosofico, ma esistenziale, è espressione umana, è esperienza personale e collettiva, non è contemplazione ma azione. 

L'arte ci aiuta a stare meglio, perché attraverso il corretto uso di questo strumento riusciamo ad entrare in contatto con noi stessi, a riappropriarci del nostro spazio e del nostro tempo. È come se mettessimo in ordine il nostro mondo psichico ed emotivo, come dei medici che sistemano il mal funzionamento del fegato, gli artisti curano e rimettono ordine il corpo psichico ed emotivo. L'espressione artistica può essere intesa come strumento per raggiungere nuove mete. Ci aiuta ad ampliare la coscienza di noi stessi, attraverso la scoperta, il collegamento e l'integrazione di verità interiori. 

In questo momento storico è difficile percepire pienamente la valenza sociale dell'espressione artistica perché è assoggettata ad interessi legati al denaro. Ma il fenomeno artistico, dalla musica alla danza, dal teatro al cinema, dalla scultura alla pittura costituisce una delle caratteristiche principali delle società umane fin dagli albori. Attraverso l'arte si riconoscono civiltà, usi, costumi, modi di pensare, filosofie. L'arte è il mezzo di comunicazione e di espressione dei popoli. Senza questo mezzo i popoli si sentono asfissiati, senza identità, privi di risposta. Teniamo presente che i popoli sono costituiti da individui e l'arte in quanto testimonianza personale, quando tocca dei temi che riguardano tutti, assume un carattere universale. È un contributo per la crescita della collettività. Per questo è necessario per una società in cui l'essere umano è il valore centrale, appropriarsi dell'arte, iniziando dagli artisti e proseguendo con i musei, alle grandi manifestazioni, le fiere e le stesse gallerie che la promuovono. Una grande  ricchezza che appartiene a tutto il genere umano.

 

Eventi e artisti

Nello scorso numero abbiamo dato un cenno a quanto è stato presentato alla Biennale di Venezia di quest'anno, ma Venezia in questa occasione non è solo Biennale. In concomitanza con la Biennale Arte hanno luogo a Venezia moltissimi altri eventi espositivi. Alcuni di questi sono ufficialmente "eventi collaterali" all'esposizione maggiore: 23 quelli di quest'anno, tra i quali vi segnaliamo in particolare One and One makes Three, antologica di Michelangelo Pistoletto sull'Isola di S. Giorgio Maggiore, e la mostra di Pierre Huyghe all'Espace Louis Vuitton.

In altri casi si tratta di mostre indipendenti che regolano il loro periodo di apertura sulle date della Biennale. Tra queste, il progetto di Marzia Migliora curato da Beatrice Merz a Ca' Rezzonico, dal titolo  "Velme" con cinque installazioni di questa giovane artista, che è stata una delle più interessanti ad essere invitata nel padiglione Italia la scorsa edizione del 2015. Queste installazioni traggono ispirazione e dialogano con alcune opere della collezione del Museo del Settecento Veneziano che ha sede nel palazzo. Il termine velma indica una porzione di fondale lagunare poco profondo, che emerge in occasione delle basse maree; le velme, come l'intero ecosistema lagunare veneziano, sono fortemente a rischio a causa del degrado morfologico dell'area e dell'erosione dei fondali marini dovuti in gran parte all'azione dell'uomo: il termine diviene quindi metafora del lavoro della Migliora che, nel confronto con aspetti della storia e della tradizione culturale e artistica veneziana, attua nello stesso tempo un recupero e un rinnovamento, e anche la denuncia di alcune "urgenze del presente".

La mostra collaterale di cui vogliamo occuparci in questo articolo è Intuition, a cura di Daniela Ferretti e Axel Vervoordt, anch'essa allestita in una famosa residenza storica veneziana: Palazzo Fortuny, casa-atelier e ora sede del museo dedicato all'artista spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo (1871-1949), ultimo proprietario del palazzo gotico ubicato nel sestiere di San Marco, non lontano dal Teatro La Fenice. Una mostra, che intende evidenziare e indagare i tanti e diversi modi in cui l'intuizione ha plasmato l'arte, in aree geografiche, culture e generazioni diverse. Artefatti antichi e opere del passato affiancate ad altre più moderne e contemporanee, tutte legate al concetto di intuizione, di sogno, di telepatia, di fantasia paranormale, meditazione, potere creativo, fino all'ipnosi e all'ispirazione. Con questa premessa sono circa duecento gli artisti che sono presi in considerazione, dal Beato Angelico a Alberto Burri, da Canova a Beuys, dallo stesso Fortuny a Anish Kapoor, oltre agli anonimi autori delle opere preistoriche o etniche. Si tratta di una bella mostra che richiede diverse ore di visita per essere gustata appieno. La prima sala si apre con un fantastico Basquiat (Versus Medici del 1982) la cui figurazione è messa a confronto con cinque statue-stele in calcare del IV-III millennio a.C. provenienti dalla Lunigiana e dalla Francia meridionale: come a racchiudere circolarmente la storia della figurazione come intuizione di un archetipo, e quindi tentativo di attingere al mondo magico. Si prosegue con quella che potremmo definire l'intuizione della forma che inizia ad emergere dal magma del materico e dell'indistinto: Leoncillo, Soulages ma anche Universal Shadow (2017) di Kurt Ralske, una proiezione di ombre cangianti derivate da immagini di sculture neolitiche. Bellissimi, in questa parte della mostra, il Senza titolo (1989-1990) di Gotthard Graubner, l'opera White dark VIII (2000) di Anish Kapoor e il video Balafre (2016-2017) di Susan Kleinberg. Nel mezzanino che si incontra salendo al primo piano ci sono i transitory objects di Marina Abramović Standing Structures for Human Use (2017): strutture in legno con grandi cristalli di quarzo montati in modo da essere puntati su diversi chakra dello spettatore che si ponga di fronte ad essi (anche se mi sono trovato il solo a farne esperienza, nonostante la presenza di materiale esplicativo). Alquanto incongruamente, l'opera è abbinata a un grande disegno di Afro Basaldella. Il "piano nobile" del palazzo è allestito con eccletticità dagli arredi dell'epoca di Fortuny (del quale è esposto anche un dipinto che ritrae l'ambiente quando era il suo atelier) a tutto quanto esposto. Su tutto domina l'enorme "arazzo metallico" The beginning and the End (2015) dell'artista ghanese El Anatsui (n. 1944). Tra le molte decine di opere esposte ve ne sono alcune celebri: da La vague di Courbet a La caduta degli angeli ribelli di Ensor, da una Piazza d'Italia di De Chirico del 1916 all'Enfant juif di Medardo Rosso, fino a White city (1959) di Mark Tobey. Nondimeno spiccano tre statuine di Alberto Giacometti messe a confronto con piccole statue africane e teste preistoriche, un bel Licini (Personaggio Grande, 1945) e una piccola scultura a motore di Alexander Calder (Il giorno e la notte, 1939). Tra le altre cose notevoli, una Dea    Madre mesopotamica del VII-VI millennio a.C. (il reperto più antico di tutta l'esposizione), un dipinto del pieno periodo surrealista di Alberto Martini (Mouvement du regard – peinture ectoplastique, 1930) e un Large Self-Portrait (2005) di Pedro Cabrita Reis.

Di particolare attenzione sono le stanze laterali "tematiche" del piano nobile, dove segnalo un eccezionale Tjuringa australiano del XVIII-XIX sec., un piccolo Monocromo blu di Yves Klein, un Achrome (1962) di Piero Manzoni realizzato semplicemente con carta piegata a rettangoli, e la bella scultura di Fausto Melotti Teorema (1971). Bello soprattutto l'"ambiente in nero" con opere di Vincenzo Agnetti (Assioma, 1972: "Intuition is conscious reality bumped into the dark"), Ryuji Tanaka, Thierry de Cordier (Grand Nada, 2007-2012), Hiroshi Sugimoto. Il secondo piano è decisamente più arioso, con — tra l'altro — diverse opere del gruppo Gutai e la bella installazione di Kounellis Senza titolo del 1969. Anche qui è imperdibile una camera laterale con opere di piccolo formato ma preziose di Surrealismo "e dintorni": Breton, Picabia, Ernst, Masson, Tanguy, Brauner (non mancano diversi cadavres exquis), ma anche Hilma af Klint e Paul Klee, fino ad arrivare al Gerhard Richter più astratto. L'ultimo piano infine, offre lo spazio ad un'installazione e di una performance partecipative: l'installazione è Archive of the Mind dell'artista sudcoreana Kimsooja (n. 1957), che invita gli spettatori a modellare delle sfere di argilla prendendosi il tempo di rilassarsi e meditare, lasciando poi la sfera su un tavolo, come testimonianza del proprio passaggio; Marcos Lutyens (n. 1964) ha presentato invece una performance in cui coinvolge gli spettatori in una seduta di ipnosi per far loro disegnare i propri pensieri inconsci su tavolette di argilla. Al centro della sala, un Padiglione Wabi progettato da Axel Vervoordt e Tatsuro Miki, "wabi" è un termine centrale nell'estetica giapponese, collegato a un'idea di bellezza che trovi espressione nella semplicità, nell'umiltà, nella tranquillità. Bellezza la cui componente principale risiede nell'inespresso e anche nell'irregolarità, nella povertà che permette di raggiungere una libertà spirituale non condizionata dalla bramosia per gli oggetti materiali. La poesia haiku, la cerimonia del tè, il teatro Nō sono permeati dal wabi, che è concetto chiaramente collegato al Buddhismo Zen. Si tratta quindi non solo di un termine di estetica, ma anche di un atteggiamento esistenziale. Questo Padiglione (nelle parole dei suoi creatori) vuole «invitare i visitatori a scoprire il Tokonoma, laddove Toko significa "piattaforma" e ma "vuoto incorniciato". Queste piattaforme sono un'umile testimonianza dei tentativi degli artisti di catturare il potere intuitivo della creazione». Coerentemente, le opere esposte nel Padiglione non sono accompagnate da informazioni su autore e titolo (presenti invece nel catalogo): spiccano un Concetto spaziale di Fontana e, sull'esterno della struttura, una bella calligrafia di Yu-ichi Inoue (1916-1985).


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