Palazzo Tagliaferro, Materia e Forma Marangoni show da New York alla Liguria

| Andora. La direzione artistica di Christine Enrile punta a creare un polo di riferimento artistico a livello europeo, con mostre e rassegne di artisti contemporanei ed emergenti

+ Miei preferiti
Secondo una ricerca, condotta dall'Osservatorio Nazionale del Turismo, Agenzia Nazionale del Turismo ENIT, al sistema produttivo culturale e creativo si deve il 6,1% della ricchezza prodotta in Italia.  Sempre secondo questo studio il Sistema Produttivo Culturale dà lavoro a 1,5 milioni di persone. Rispetto a 5 anni fa la domanda culturale è cresciuta notevolmente, anche nel 2017 secondo Confturismo - Confcommercio e Istituto Piepoli la principale motivazione di viaggio degli italiani rimane la visita ai musei, monumenti e mostre e la componente culturale è in cima alle preferenze degli italiani anche quando si effettua un'analisi della singola meta di viaggio. Si rafforza sempre più il concetto che la componente culturale del nostro paese eserciti una grande spinta motivazionale al viaggio. Quando si parla di cultura non ci si riferisce solamente al patrimonio materiale ma anche a tutti gli elementi immateriali che rientrano nel concetto di "cultura" nel suo significato più ampio. Gli spettacoli dal vivo, i concerti e gli eventi musicali, le opere liriche e molto altro possa regalare al turista un'esperienza di vita, un contatto diretto con il territorio che si è scelto di visitare ed un ricordo emozionante da raccontare al ritorno a casa. Da citare l'esempio di Andora, città dell'estremo ponente Ligure, che ha attivato, da alcuni anni, scelte politiche  volte a rendere la città  punto di riferimento per il turismo culturale, fra le quali spicca  la  riqualificazione di Palazzo Tagliaferro, imponente edificio del XVIII secolo, completamente ristrutturato e recuperato all'uso pubblico dopo un periodo di abbandono che risaliva agli anni '70.  Il Comune di Andora che ne è divenuto proprietario nel 2001, ha realizzato l'opera di riqualificazione e lo ha riconsegnato alla città con l'obiettivo di farne uno spazio di aggregazione culturale, didattico e ludico.

Palazzo Tagliaferro, affidato all'Associazione CEContemporary  organizzazione operante nell'arte contemporanea, sul territorio italiano e internazionale, ospita un Museo Mineralogico, secondo in Europa per numero e qualità dei pezzi esposti ed una Galleria Civica denominata, Contemporary Culture Center, divenuta in questi ultimi anni uno dei punti di riferimento dell'arte contemporanea grazie alle  collaborazioni permanenti con Istituzioni Culturali di altri paesi quali la Svizzera, la Germania, la Francia, gli Stai Uniti, la Federazione Russa, la Corea del Sud ed altre importanti nazioni. Sotto la direzione artistica di Christine Enrile il Contemporary Culture Center programma percorsi espositivi che alternano a figure di artisti che hanno scritto un'importante pagina di storia nel contesto linguistico di riferimento, ad altri di una generazione contemporanea di mezzo, che ha già messo a segno la sua ricerca estetica ed il pensiero teorico che la sottende unitamente infine ad una selezione di giovani artisti emergenti italiani e stranieri.

Mostre in corso:

Contemporary Culture Center:

Orari: aperto da giovedì a domenica dalle 19.00 alle 23.00 - dal 20 settembre 15.00 alle 19.00 ingresso gratuito.

- "Materia, Luce, Forma nel pensiero della differenza" con gli artisti F. Marangoni, A.

Mondino, C. Pasini

- "Romantico Postatomico" con le artiste Tedman&Strand nel Vis - à - Vis con la "Natura Postmoderna" di Giuseppe Scaiola.

La rassegna curata da Viana Conti e Christine Enrile assume una valenza storica con le operedegli anni Settanta degli artisti Federica Marangoni, veneziana attiva a New York, Milano e Londra, pietra miliare della storia del video, del vetro e del neon, e Aldo Mondino carismatico artista torinese attivo a Parigi, Milano, New York, Chicago (del 2000 il suo primo viaggio in India),dotato di una precocità inventiva, di una potenzialità concettuale e materica eccezionali. Sfidando dall'Europa Andy Warhol, Aldo Mondino sembra essersi rapportato direttamente a un'iconografia pop deprivata, però tramite il suo caldo, soggettivo intervento manuale, della serialità fredda e anonima dei mezzi di produzione di massa.

Di segno contemporaneo le opere degli artisti Carlo Pasini, presente fra l'altro in più edizioni della Biennale Cina - Italia, in Art Basel a Miami (2010) e in India Art Summit in New Delhi (2011), del Duo Tedman&Strand (inglese la prima artista e californiana la seconda, provenienti da esperienze diverse; Kate Tedman nata in Inghilterra nel 1979 è attiva nel campo della pittura, della scultura e del restauro di edifici, Samantha Strand, nata nel 1986 negli U.S.A. è attiva nel campo dell'interior & graphic design, delle pratiche sociali).

Opere del Duo Tedman&Strand sono presenti nelle collezioni del de Young Memorial Museum, Yerba Buena Center for the Arts, Galleria Wendi Norris, a San Francisco, The Aldrich Contemporary Art Museum, Dubai International Finance Center, Emirati Arabi Uniti. Giuseppe Scaiola nato in Liguria, è attivo particolarmente a Torino in anni in cui si afferma il movimento dell'Arte Povera, esordisce espositivamente con la partecipazione alla Quadriennale romana del 1975, cui fa seguito una personale al Palazzo dei Diamanti di Ferrara a cura di Franco Farina, nel 1976 e, l'anno successivo, alla Galleria Civica di Modena; si interessano al suo lavoro critici come Sanesi, Vincitorio, Caroli, Barilli, Meneguzzo e, tramite l'artista Agenore Fabbri, il collezionista tedesco Volker W. Feierabend, dalla cui frequentazione scaturisce l'attenzione, verso la sua opera, del mondo collezionistico e museale tedesco, concretizzandosi in un intenso programma espositivo.

Federica Marangoni.
Alla sua prima apparizione negli eventi espositivi di Palazzo Tagliaferro - Contemporary Culture Center Andora (SV) Italia, ma presenza espositivamente ed editorialmente ricorrente nella storia di C|E Contemporary, Milano, l'artista internazionale Federica Marangoni veneziana attiva a New York, Milano e Londra, pietra miliare della storia del video, del 
vetro e del neon, presenta nella sezione, tra storia e contemporaneità, intitolata Materia Luce Forma nel Pensiero della Differenza una selezione di opere che riflette i topoi della sua ricerca. A livello linguistico metaforico sono: la luce, la libertà, la bellezza, la trasparenza, il colore come primarietà e come cangiante iridescenza, la ricerca di identità, la tolleranza, la precarietà dell'esistenza, la lotta alla violenza, alle discriminazioni di genere-cultura-religione, la denuncia dell'inquinamento morale e ambientale, la dimensione poetica e onirica, la sublimazione estetica, la memoria nel mito del tempo come eternità, Aiòn, e come divenire, Kronos. A livello di materiali, l'artista ricorre al vetro di Murano, alla fibra vetrosa, al neon, agli schermi ai cristalli liquidi, alla pietra, al linoleum, alla ceramica, allo specchio, alla foglia d'oro, al legno, al perspex. Tutto questo si ritrova significativamente in opere in mostra come La scala di neon rosso modificato, Le Meridiane-Autunno-Estate-Inverno-Primavera di pietra e vetro colorato, il palloncino azzurro, in gabbia, di Freedom,1970/75, il Volo impossibile delle farfalle, in un cielo inquinato, le ninfee dei nove blocchi, fatti a mano, di vetro di Murano stratificato di Citando Monet, le ali di frammenti di vetro su specchio e oro in Narciso Blu, del 2009, le sculture di vetro, luce e lettere dorate dei Books of Memory/Libri della Memoria, la mano di vetro azzurro che protegge la scritta diTolerance.

Con questa mostra l'artista veneziana coniuga il suo presente con una rivisitazione del passato, creando un significativo percorso di opere da cui traspare la sua Weltanschauung, quella sua Visione del Mondo, che scorre, come un film, attraverso il filtro della memoria, il filo della narrazione ed il momento estetico-discorsivo della comunicazione extra, inter ed intra-personale. Amica e sodale, tra gli altri, degli artisti statunitensi George Segal, Tom Wesselmann, Nam June Paik, indubbia pioniera nel campo del video, sperimenta già nei primi anni Settanta materiali tecnologici innovativi come il fiberglass bianco, il poliestere, la lastra di perspex, il neon, il vetro,

che connoterà tutta la sua produzione artistica. Storica la sua installazione-performance The interrogation, presentata nel 1980, insieme alla prima mondiale del suo film The Box of Life, al MOMA di New York. Se, come protagonista, si affianca alle grandi donne della storia dell'arte al femminile, come Lee Krasner, Camille Claudel, Louise Nevelson, Louise Bourgeois, Carol Rama, come artista contemporanea è collocabile, a livello concettuale, a fianco di artisti quali Nam June Paik, Dan Flavin, Bruce Naumann, Joseph Kosuth, Jenny Holzer, Barbara Kruger. Della sua opera si sono interessati storici dell'arte, critici, curatori internazionali come, tra gli altri, Pierre Restany.

Opere pubbliche le sono state commissionate nelle città spagnole di Siviglia e Barcellona, nel percorso urbano di Santa Cruz di Tenerife.

Aldo Mondino tra i rilevatori più autentici di forme di intelligenza vi sono lo spirito d'osservazione e l'ironia, sottili entrambi e non alla portata di tutti.

Aldo Mondino artista altamente perspicace li riunisce e li presenta magistralmente con il suolinguaggio artistico. Le sue opere allegoriche, metaforiche, irriverenti e spiritose attraverso l'abbinamento alle opere dei titoli parlano della profonda cultura dell'artista, delle sue radici, ma soprattutto delle sue esperienze intense a contatto con le altre realtà culturali e artistiche. Sempre aperto a sperimentalismi e a commistioni, anche improbabili, tra i materiali, Aldo Mondino gioca molto con i simboli che ogni oggetto può portarsi dietro come retaggio per lo più sociale: cappelli, custodie, cavalletti, torroni, muri, un impensabile cosmo di grandi idee e geniali creazioni curate fin nei minimi dettagli per la loro resa visiva e intellettuale. Sfidando dall'Europa Andy Warhol, Aldo Mondino (Torino,1938 - Torino, 2005), artista, sembra rapportarsi direttamente a un'iconografia pop deprivata, però, tramite il suo caldo, soggettivo, intervento manuale, della serialità fredda e anonima dei mezzi di riproduzione di massa. Il suo humour, la sua temperie concettuale, familiarizza maggiormente con il New Dada di Jasper Johns e di Rauschenberg che con le appropriazioni selvagge del Trans e del Postmodern. Sintomatiche sono anche amicizie come quella con Alighiero Boetti, torinese trapiantato a Roma, a cui è dedicato il trittico Essaouira, del 1994, ma anche, a Genova, con Anna e Martino Oberto, che ne rilevano, a suo tempo, lo studio di via Giulia a Roma, in cui aveva composto i dodici King, suo inquietante alter ego di pittore ritratto iteratamente in un momento ideale della luce del giorno. Quando Aldo Mondino realizza le sue incursioni, dolci o ruvide, in opere del passato (Casorati, Delacroix, Fortuny, Matisse, Renoir, Degas, Picasso, Giacometti, Capogrossi), da un versante si misura con la loro dimensione mitica, senza intenzione dissacratoria, su un altro versante le trascrive in segno (come faceva Jasper Johns con le sue bandiere americane), deprivandole di quell'aura che impedirebbe di immetterle, intenzionalmente questa volta, in un nuovo contesto, nel suo universo. Si ritrovano nelle opere anni Sessanta/Settanta dispositivi concettuali rinvianti alle macchine celibi duchampiane, sconfinamenti della pittura oltre il perimetro del quadro nei Senza Titolo dei palloncini colorati di lattice, inganni percettivi indotti dalla piscina di marshmallows, dai cioccolatini Peyrano su tavola di The Byzantine World, divenuti, con le loro carte colorate, applicazioni decorative di moschee o sinagoghe medio-orientali. Contrapposte a sculture in bronzo, vetro, ceramica e legno, opere di zucchero, tappeti di caffè, sculture di cioccolato, mosaici di dolciumi, lampadari di penne Bic, che, nel tempo, possono, anche squagliarsi o andare in degrado, sono una sfida alla perennità dell'opera. Non così lontano da un certo Nouveau Réalisme restaniano, Mondino prende le distanze dal tecnologismo, si lascia attrarre sensualmente dai segreti e dalle trappole della materia. Decisamente innovativo è il suo ricorso a materiali extra-artistici, industriali, come il linoleum Alhambra, l'eraclite, il plexiglass. A livello verbale, scritturale, associativo, visuale (ritratto/autoritratto Mon Dine), il suo gusto dell'esotismo si accompagna a quello dell'infantile, del ludico, del desiderio golosamente irrefrenabile. Dopo aver alimentato creativamente il suo ego in Occidente, comincia a sgretolarlo nelle sue divagazioni e meditazioni in Estremo Oriente. In Turchia, in Palestina, ricerca le tracce del nonno sefardita. Amante degli estremi come il rossosangue delle corride, la competizione del Palio di Siena, non esita ad entrare in un'aura misticosacrale quando dipinge le sue danze dervisce. La collezione di autografi ricostruisce il tessuto connettivo dei suoi interessi, dei suoi miti, della sua ricerca di un segno che identifichi quel soggetto ineffabile, quell' oggetto inafferrabile, circondato da mistero, fascino, desiderio, che non cessa di emozionarlo. Si possono ritrovare, in certi andamenti figurali e abbandoni erotici del suo disegno pittorico, del suo immaginario, ma anche nella sua ricercatezza nel vestire, nei suoi eccessi esistenziali e comportamentali, affioramenti e consonanze con figure come Georges Bataille e Pierre Klossowski, pensabilmente assimilate e condivise nei suoi anni parigini, come, a titolo di esempio, si percepisce nell'opera di zuccheri e coloranti su carta velina intelata, significativamente denominata Delicatessen, del 1972, in cui verbalità, sensorialità ed eros giocano i loro inarrivabili effetti speciali. La sua opera non cessa di richiedere la complicità dell'osservatore, ma anche di condividerne senso e nonsenso, seduzione e provocazione. Ora mistico ora dissacrante, ora ludico ora irridente, Aldo Mondino resta una figura carismatica della storia dell'arte internazionale.

Carlo Pasini è un "pittore" dice Ivan Quaroni nel testo di un suo catalogo. L'affermazione (…) può essere un pò difficile da digerire considerato che le sue opere hanno una smaccata propensione alla tridimensionalità e che sono realizzate con materiali non propriamente pittorici. Eppure Carlo Pasini è un pittore e lo è per via di una certa attitudine aperta e curiosa nel considerare le forme ed i colori come sostanze che non devono obbligatoriamente abitare lo spazio bianco di una tela. Allievo e assistente di Aldo Mondino dal 2000 al 2005 si definisce un "figurativo concettuale" quasi a sottolineare la sua fondamentale insofferenza ad ogni tipo di gabbia culturale. Osservando una sintesi del suo operato si evince la mobilità del suo sguardo, la sua voglia di forzare ogni linea di demarcazione tra generi, tecniche e materiali.

Il Duo Tedman&Strand sceglie come campo di espressione la composizione di drappi, per lo più rettangolari, di seta, sul modello dell'arazzo storico di Bayeux o della Regina Matilde, patrimonio dell'Umanità UNESCO, in tessuto ricamato. Questo reperto prezioso diventa un ineludibile riferimento per le artiste, rappresentando quasi un manifesto di insostituibile valore testimoniale, oltre che di pregio artistico, ai fini della conoscenza della conquista normanna dell'Inghilterra, nel1066, con la battaglia di Hastings. Volendo lavorare sul tema della comunicazione, a partire, però, da luoghi di residenza appartati dal mondo dei mass media e del jet set, come appunto il villaggio ligure di pescatori Camogli, in Italia, ed il deserto californiano statunitense, scelgono un linguaggio anacronistico come il "ricamo" o pittura ad ago. Contro il delirio della velocità, della realtà digitale, della corsa inarrestabile del progresso tecnologico, dell'invasione degli stereotipi di massa, utilizzando finissimi fili di seta policromi, le artiste applicano ritagli di tessuti pregiati, disegnati precedentemente, su fondi di seta, per un messaggio, ideato su un codice simbolico, tanto più forte in quanto assente. Lavorando preziosamente su una metaforica cornice del vuoto, ecco applicata la constatazione del sociologo canadese Marshall Mc Luhan per cui il medium è il messaggio, ipotesi fondata sulla riflessione in base alla quale i mezzi di propaganda e di pubblicità condizionerebbero i comportamenti e l'immaginario collettivo. Non mancano, nelle loro riflessioni, riferimenti alle Città invisibili di Calvino e al documentario Burden of Dreams, del 1982, sulle caotiche e drammatiche riprese effettuate durante la realizzazione del film Fitzcarraldo, in Amazzonia, di Werner Herzog. Per un'ecologia del messaggio, veicolato da un linguaggio creativo come quello dell'arte, Kate e Sam eliminano, tendenzialmente, la parola come contenuto e lavorano sulla struttura comunicazionale, scegliendo il supporto di pregio, la bellezza, il lavoro artigianale, realizzato nei tempi di un monaco certosino, isolato, come loro, dal rumore del mondo.

Giuseppe Scaiola: arte come imitazione della natura è un concetto che nel corso del tempo  èstato variamente interpretato, prima come definizione sublime dell'arte classica, poi, a partire dalle teorie idealistiche di metà Ottocento, come pesante retaggio di una tradizione da distruggere, infine – in piena Modernità novecentista – come pensiero affidato alla storia, e quindi al passato, di scarsa utilità per un presente talmente raffinato e linguisticamente autonomo da poter fare a meno del rapporto diretto con le cose. Oggi, invece, il grande calderone postmoderno accetta indiscriminatamente – e con un po' di indifferenza – ogni dichiarazione ideale, salvo poi a verificarne l'efficacia in campo mediatico. Non si deve quindi aver paura di affermare che l'arte può anche essere imitazione della natura (affermazione ben diversa, perché più aperta, dell'asserzione iniziale, che escludeva ogni altra possibilità), e che il problema non è tanto nella veridicità della teoria, ma nell'effetto della prassi. Così, quando si afferma oggi che Giuseppe Scaiola è un artista che imita la natura, sono ormai venute meno tutte quelle remore concettuali che lo avrebbero relegato, soltanto pochi anni fa, nell'alveo della tradizione, escludendolo a priori dalla scena dell'avanguardia: la natura è finalmente rientrata a pieno diritto nei soggetti "autorizzati", per il semplice motivo che tutti i temi sono più o meno validi. La questione si sposta allora dall'ambito teorico generale a quello

operativo individuale: quale natura? E come?…Di primo acchito il lavoro di Scaiola appare come un intelligente compromesso tra una visione della natura e il linguaggio della decorazione, dove per decorazione si intende quella tendenza antichissima dell'arte – forse la prima in assoluto – a restituire il simbolo o l'oggetto attraverso il segno astratto: una gamma volutamente ridotta di colori – il bianco, il nero e due o tre differenti tonalità di verde- riempie la tela e l'occhio non tanto di un'immagine, quanto di una sensazione. La

sensazione è quella dell'"organico", di un magma inestricabile da cui esce tutta la natura del mondo: la vita è verde, e Scaiola la fa esplodere in maniera lussureggiante (aggettivo che si addice, sin dai tempi dell'abbecedario della scuola elementare, alle foreste tropicali…), oppure, con una leggera variazione cromatica sul cremisi, quello che era inevitabilmente il segno del

fogliame, diventa il segno del fiore. E' sempre stupefacente constatare come una minima variazione linguistica – nel nostro caso un cambiamento di colore, fermi restando segno e composizione – possa ingenerare nella mente di chi guarda immagini completamente diverse, e soprattutto è stupefacente pensare come uno strumento espressivo teoricamente indipendente come il colore su di una tela generalmente costringa la mente a lavorare sulle analogie, la costringa cioè ad "ancorare" il pensiero su qualcosa di conosciuto, per cui il "verde" solitamente diventa il "verde delle foglie", o il "nero" usato come fondo di qualche segno diventi il "nero della notte".

Scaiola è perfettamente consapevole di questo meccanismo, tanto da sfruttarlo e da accentuarlo nei suoi quadri, che proprio per questo diventano "naturalistici" e tutt'altro che astratti. Ogni quadro di Scaiola ha un'origine, un punto di partenza, un proprio personale "big bang", generato dal primo tocco dell'artista, ma poi tutto si muove (si crea) in maniera quasi automatica: sono le mani ad essere più veloci della mente, è il singolo segno che "chiama" il successivo, e poi ancora e ancora sino al completamento, sino alla "fine dello spazio" che, nel nostro caso, corrisponde al limite "controllabile" della tela. Alcuni titoli, come è già stato notato in altri testi, sono emblematici – La natura nasce a sinistra o a destra, La natura si svolge e si avvolge, Lo spazio diminuisce col crescere della natura… -, ma sono anche rivelatori di questo metodo, che sa mixare con leggerezza l'intento rappresentativo e mimetico della natura con alcune tra le pratiche pittoriche più connotate del XX secolo, a partire dall'attenzione unicamente diretta verso lo spazio della tela che può stare tra le proprie braccia allargate, per arrivare a una versione aggiornata del dripping. Come un demiurgo che si rispetti, infatti, Scaiola definisce anzitempo i limiti del proprio lavoro, limiti spaziali, limiti operativi, che è l'unica possibilità di governare la casualità, l'automatismo delle mani, la velocità della stesura. Così, anche quando negli ultimi quadri – la serie Nebbia, dove i colori sono cambiati: bianco, blu, azzurro, come le infinitesime goccioline che compongono la nebbia, appunto – la pratica del dripping è molto più evidente che altrove, la casualità della sgocciolatura rientra perfettamente nei confini che l'artista ha posto alla "sua" natura, cioè al suo quadro. La coscienza del limite e la sua indicazione chiara e a priori, è paradossalmente l'accorgimento che consente di liberare la mente e di farle immaginare l'infinito oltre quel limite. Così, quando Scaiola definisce formati, forme, colori (tutti abbastanza essenziali, semplicemente funzionali al discorso principale), di fatto trasmette una sorta di codice genetico del proprio immaginario, e quanto più questo è semplice, tanto più la profondità dello sguardo si accentrerà sul progetto globale. Nel suo caso, questo esula dalla facile rappresentazione della natura, per tentare di avvicinare, di "imitare" il processo della natura. Arte come imitazione della natura (Estratto da Big Bang di Marco Meneguzzo).

Museo Mineralogico Luciano Dabroi:

orari aperto sabato e domenica dalle 19.00 alle 23.00 - dal 20 settembre 15.00 alle 19.00 ingresso gratuito.

 "Daniele Aletti Quando la Scultura inaugura uno spazio"

"Daniela Madeleine Guggisberg| Vitalità Creativa del Vuoto"

La mostra, inserita nel programma di valorizzazione del patrimonio museale promosso dal Comune di Andora in collaborazione con C|E Contemporary, propone le opere scultoree della coppia di artisti svizzeri Daniele Aletti e Daniela Madeleine Guggisberg.

La lettura delle opere scultoree di Daniele Aletti  (nato a Olten nel 1962, Svizzera, di origine italiana), e di Daniela Madeleine Guggisberg  (nata a Zurigo nel 1963) - coppia di artisti che dal 1994 vive e lavora a Sale S. Giovanni, Cuneo, Italia - non prescinde dalla loro qualità di vita, improntata, in famiglia, alla pratica dello yoga, all'esercizio del vuoto tramite la meditazione, né dal loro habitat, dal luogo cioè che hanno scelto per la loro comune esistenza. Per entrare nel loro atelier occorre, paradossalmente, uscire all'aperto, percorrendo un sentiero erboso, sovrastati da pareti di roccia. Allo sguardo si presenta un arsenale di smerigliatrici e scalpelli, punteruoli e martelli, trapani e dischi diamantati, guanti e mascherine, attrezzature ad acqua per eliminare la polvere, gravine e carta vetro, sgorbie, cavalletti e manichette, tutti allineati lungo i fianchi odorosi di una collina dell'Alta Langa; in parallelo si dispiega una copiosa famiglia di blocchi, multidimensionali, di marmo grezzo, in attesa o in corso di lavorazione. Quanta pietra, quanto colore, quanta energia, circola nel laboratorio di questa coppia di scultori, sotto il manto azzurro del cielo, sopra il prato verde della terra, scaldata dal sole, raggelata dalla neve; quante forme scaturiscono dal loro immaginario, naturalmente, come sorgenti dalla roccia, quanta sorridente ironia e trasparente modestia emana dalle loro presenze! Entrambi prescindono dal modellato per sfidare direttamente il blocco nella cava, ricorrendo, per lo più, al taglio diretto. Varcata la soglia di una grotta, dalle volte di mattoni e le pareti di pietra, attraversata da lame di sole, tagliata da zone d'ombra, il visitatore si trova confrontato con un dispiegamento di opere esposte in permanenza: sfilano i neri Ormea e Marquinia, i bianchi Carrara e Statuario, i rossi dell'Elba, Villarchiosso, Breccia di Toirano, Nava, il viola Piemonte, il rosa Nava, il Granito Sardo, il dorato serico del legno di rovere, il sabbia di Desertetto, firmati Aletti; sfilano la Pietra dorata, il Bianco di Naxos, il rosa del Portogallo, il nero Portoro marezzato di venature, il Verzino di Frabosa, la Pietra di Rezzo, il Persichino, firmati Guggisberg. È la pratica quotidiana della scultura che ha dischiuso per Daniele Aletti e Daniela Madeleine Guggisberg una contrada/eine Gegend: una dimora di meditazione e creatività.

Daniele Aletti Quando la Scultura inaugura uno Spazio

Leggere le opere di Daniele Aletti (nato a Olten nel 1962, Svizzera, italiano d'origine) come una modalità del fare spazio è un chiaro riferimento alla nozione di scultura in Martin Heidegger. Un'opera dell'uomo è tale  - dice il filosofo tedesco - se origina un luogo e l'opera di questo artista italo-svizzero non cessa infatti di aprire spazi all'accoglienza di un essere, alla messa in opera di una forma nel corpo di una pietra millenaria, di un nobile marmo, di un umile asfalto, di un tenero legno.  A proposito della scultura del grande solitario basco Eduardo Chillida, è ancora Heidegger che ricorre all'esempio di quel ponte di Heidelberg, che Hölderlin aveva già cantato nella sua poesia, per aprire alla comprensione del suo pensiero intorno allo spazio: Il ponte  – scrive - si slancia leggero e possente al di sopra del fiume. Esso non collega soltanto due sponde già presenti. Solo nel passaggio da un lato all'altro del ponte le sponde si manifestano in quanto sponde. È il ponte a far sì che esse si contrappongano l'un l'altra . Le sculture di Daniele Aletti sono racchiuse intorno ad un centro, si adagiano orizzontalmente cercando la terra, si alzano verticalmente guardando il cielo, cercano un equilibrio sulla base, sentono, sfidandola, l'attrazione gravitazionale.

Nelle sue opere, il corpo umano si compatta in un blocco, a volte si inclina lievemente, quasi in un

accenno di inchino, la coppia si fronteggia, come in Brancusi, le braccia si fondono con il torso. Entrando nel campo delle libere associazioni, lo scultore non gioca solo con le assonanze delle forme, ma anche con quelle delle parole, essendo di doppia madrelingua. È cosi che, nell'ideare i titoli, L'Arca di Noè diventa L'arpa di Noè , è così che la scappatella tedesca, Seitensprung, diventa un Salto di Seta , Seidensprung, monumento in Marmo chiaro di Desertetto, dalla superficie morbida e cangiante, le cui pieghe centrali rinviano ad un effetto serico; una spaccatura, all'estremità di sinistra, riconferma la perfezione dell'imperfezione, quando è il Caso  a deciderla. Come non citare le Correnti d'Aria Uno e Due, sulla cui forma a foglia, in Bianco di Carrara, si aprono sottili fessure o l'opera

Tra Zorro e Fontana, su cui quattro intagli netti del blocco, in Breccia di Toirano, delineano l'inconfondibile segno gestuale della Zeta. Nel taglio della piega la superficie diventa profondità.

Pur concedendo spazio di interpretazione all'osservatore, Aletti, tuttavia, gli crea qualche zona di ambiguità, di slittamento ironico del senso, di smitizzazione di quell'aura che, inevitabilmente, aleggia intorno all'opera marmorea. In lui l'idea di barca, scaturisce da un percorso di mediazioni, diventa pretesto per una ricerca formale in cui si confrontano lunghezza e cavità, velocità e leggerezza, gli elementi dell'aria e dell'acqua, le condizioni del galleggiamento e dell'affondamento. Il suo rapporto con la bidimensione, percepibile nei suoi Micro Macro, acrilici su carta, dove fluttua, su fondi monocromi, una moltitudine di micro particelle - possibili sciami di pesci in transito, spostati da una sorta di moto ondoso, o anche di spermatozoi - può introdurre alla dinamica degli

eventi, materiali ed immateriali, che hanno luogo nella sua avventura creativa tridimensionale.

Sospese tra memoria figurale e astrazione, le sue sculture stimolano l'Aisthesis dell'osservatore: quell'emozione

sensoriale in cui il tattile ed il visivo competono attrattivamente. Ricorrono nell'opera di Daniele Aletti le figure dell'apertura, della fessura con richiamo all'erotismo - l'omaggio a L'origine du Monde di Courbet lo conferma - del movimento ondivago, della piega, del corrugamento, del foro, della torsione, della spirale: figure tutte raccontate nel segreto delle sue fitte, incisive, iscrizioni asemantiche.

Daniela Madeleine Guggisberg Vitalità Creativa del Vuoto

 Daniela Madeleine Guggisberg (nata a Zurigo nel 1963, Svizzera, dal 1994 vive e lavora a Sale S. Giovanni, Cuneo, Italia) benché operi sull'area della scultura a partire dall'incontro, nel 1990, con lo scultore Daniele Aletti, tuttavia ne vive l'esperienza, in piena autonomia, come riflesso di una sua originaria e fertile creatività, di una sua incontenibile e sensibile potenzialità manuale. La pratica del Vuoto , tramite l'esercizio della meditazione Yoga, diventa componente fondamentale della sua opera, esito di un'estetica, che prescinde da una teoria di segno occidentale, per farsi corpo, nello spazio e nel tempo del suo accadere, attraverso le varie fasi del rituale della lavorazione scultorea. I gesti con le mani e con gli attrezzi, i rumori assordanti ed i silenzi profondi, il contatto della pelle con la superficie fredda o calda dei materiali, le vibrazioni che ne emanano, la polvere di marmo o di pietra che si diffonde a nuvola fino a dissolversi nell'aria, gli odori del metallo e della terra, i colori del blocco e del paesaggio, concorrono tutti a divenire opera, a scolpire l'incontro con il caso, l'imprevisto, l'indeterminato, l'infinito. La ricorrenza, profondamente avvertita, nella sua opera scultorea (Infinitamente , 2008, pietra dorata), del simbolo, appunto, dell'infinito - figura di un numero 8 sdraiato o di due cerchi congiunti – intende esprimere la continuità e contiguità tra l'universo della materia e quello della spiritualità, la congiunzione spaziotemporale del ciclo vitale.

È quasi in trance la scultrice quando accarezza i bordi dei suoi Girevoli , delle sue Trottole , ruotanti su un punto d'appoggio, quando sfiora le fresche superfici levigate dei suoi marmi, quasi specchianti, i rilievi o i graffi impressi con la gravina, le sue iscrizioni, le textures, le bocciardature. La memoria di un soggetto ripreso dalla Natura , come la Manta  – elegante pesce cartilagineo dal disco romboidale - ad esempio, si trasforma nella vitalità di un corpo di marmo, scaturito sì dalla mente, ma realizzato tramite un'energia interiore che si trasmette alle mani, nei tempi e nei modi della lavorazione messi in atto dall'autrice. Con la naturalizza con cui cadono la pioggia e la

neve, con cui le onde si rincorrono sullo specchio marino, gli uccelli si librano nell'aria, così prendono forma, tra le mani di Daniela Madeleine Guggisberg, non senza il duro lavoro che la scultura richiede, una Calla  Bianco di Carrara, un Fiore  Rosa di Nava, una Razza del Deserto  in Pietra Dorata, una Manta nera su un Fondale Bianco di Naxos, una Barca Nero Ormea, il cui bordo superiore è delineato, sorprendentemente, dall'inseguirsi delle onde, un Cobra, che risvegliata l'energia dormiente, si erge minaccioso, tendendo il suo cappuccio a squame.Volgendo in leggerezza l'inerzia statica del peso, le sue mante sembrano aprire le ali sul vuoto, distendere le pinne sui fondali sabbiosi del mare. Nel nutrito repertorio di Aperture, Fiori, Forme libere, Voli, Intermezzi, Abbracci,  è la fisicità dell'artista che viene chiamata in causa, accanto al suo slancio creativo, la sua intensa manualità, quella gestualità che la induce, parlando della sua opera, a toccarla insistentemente, a ripercorrerla, con la mobilità delle sue dita, quasi volesse ricordarne i momenti di lavorazione, quasi a farlevitare la forma tra le sue mani, richiamandola alla vita, in un secondo risveglio di intenso ordine emozionale. L'esercizio del vuoto, la concentrazione, la fermezza di un impegno, sono le condizioni di possibilità per il venire alla luce di un'opera per cui la stessa scultrice si fa risonanza di un'armonia cosmica che la anima e la guida.

Christine Enrile direttrice artistica di C|E Contemporary

Christine Enrile, di nazionalità italo-francese, di doppia madrelingua, nasce a Genova, risiede ad Albisola (Savona) e Milano, è fondatrice e direttrice artistica di C|E Contemporary: una realtà dotata di una sede espositiva primaria a Milano, zona Porta Romana, operante sul territorio italiano, europeo ed extraeuropeo, dedita all'ideazione e promozione di progetti culturali di interscambio. Nella qualità di direttrice della Galleria Civica di Andora (Liguria) con sede in Palazzo Tagliaferro, Christine Enrile ricopre anche il ruolo di responsabile di eventi culturali, intrattenendo rapporti istituzionali con le Ambasciate Italiane in Europa e con i Consolati di Francia, Svizzera, Federazione Russa, Corea del Sud ed altre importanti nazioni. L'esperienza diretta di un invito in Residency al PROGR - Zentrum fur Kultur Production per artisti nella capitale svizzera di Berna, da parte del co-fondatore, video artista e fotografo digitale Peter Aerschmann, l'ha stimolata ad intraprendere un intenso, proficuo, ininterrotto lavoro di ricerca nel campo dell'arte multimediale sul territorio svizzero.

Quali esiti della fitta rete di relazioni culturali della direttrice artistica Christine Enrile, possiamo citare il progetto ideato come ciclo tematico di esposizioni d'arte internazionale connesse al grande evento sul Nutrimento del Pianeta ed Energia per la Vita dell'Expo Universale 2015 a Milano Estetica del Gusto - Delizie e Veleni di un menù di massa e il progetto tematico Arte e Perturbante teso a individuare e analizzare, nell'apporto creativo di ogni artista e nella relativa soluzione estetica, giusto la scintilla scatenante quel cortocircuito interno e quella dissonanza cognitiva, che ingenerano, nell'opera, la condizione del suddetto turbamento ciclo avente come artista di riferimento l'artista Jane Mc Adam Freud.

Arte News
Basquiat, l'Angelo Maledetto torna a Torino
Basquiat, l
Un quadro valutato dai 20 ai 25 milioni di dollari e recuperato dal proprietario, lo skipper Sergio Rossi. Una storia complicata
Delphi Lux, il cinema con doppio spettacolo
Delphi Lux, il cinema con doppio spettacolo
Ha aperto a Berlino un cinema in cui ogni sala è un’opera d’arte, molte ispirate a maestri del cinema. Colori decisi e installazioni a Led rendono l’attesa del film un piacere
L'arte vola nello spazio con Elon Musk
L
L'artista Trevor Paglen ha creato "Orbital Reflector", sarà come un museo ai margini dell'universo. Progetto del 2015. Il prototipo è già nel Nevada Museum of Art. Lancio con il Falcon9, razzo creato da Musk
Mosca e New York, Venezia nel cuore
Mosca e New York, Venezia nel cuore
Al Metropolitan le celebrazione del 500°anniversario della nascita del Tintoretto, al museo Puskhin di Mosca la rassegna "Da Tiepolo a Canaletto a Guardi". Le date
Firenze, il codice Leicester di Leonardo
Firenze, il codice Leicester di Leonardo
Grande spazio per le celebrazioni leonardiane, affreschi, quadri e viaggio nella chiedere quattrocentesche
Le fantasy coffin di Paa Joe
Le fantasy coffin di Paa Joe
Bare dalle forme più strane, realizzate sulla base delle passioni o del lavoro del defunto. Da cinquant’anni, un artigiano ghanese è considerato il massimo artista dell’ultimo viaggio
Trio di artisti iraniani alle Ogr
Trio di artisti iraniani alle Ogr
Sino al 30 settembre nelle Officine Grandi Riparazioni di Torino gli artisti Ramin Haerizadeh, Rokni Haerizadeh ed Hesam Rahmanian
Soulages, il più grande dei pittori viventi
Soulages, il più grande dei pittori viventi
L'artista nato in Occitania nel 1919 celebrato in Svizzera ha una storia alle spalle da brividi. Il profeta del Tachisme ha attraversato indenne guerre e continenti. "I quadri guardano noi"
We love New York
We love New York
La Grande Mela vista attraverso l’obiettivo di un fotografo innamorato della sua città
Si, i sette murales di Parigi sono di BANSKY
Si, i sette murales di Parigi sono di BANSKY
Erano comparsi nel giro di poche ore e solo ora, dopo la "confessione" su Instagram è arrivata la conferma, la firma è quella del grande street-artist, Bansky. Tema, l'immigrazione. La storia e l'analisi