Si, i sette murales di Parigi sono di BANSKY

| Erano comparsi nel giro di poche ore e solo ora, dopo la "confessione" su Instagram è arrivata la conferma, la firma è quella del grande street-artist, Bansky. Tema, l'immigrazione. La storia e l'analisi

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Di Davide Cucinotta

Qualche mese fa sette nuovi murales sono apparsi nel giro di poche ore sui muri di Parigi. Si tratta di un nuovo intervento in Francia del più noto street-artist del pianeta dopo l’opera realizzata a Calais nel 2015. Ancora una volta l’argomento sono le politiche europee per i migranti. Dopo i primi giorni di illazioni la conferma è arrivata dall’account ufficiale instagram (pochi giorni dopo la loro realizzazione nel mese di giugno scorso) dello street-artist più famoso del pianeta. Appartengono a Banksy i sette disegni apparsi sui muri di Parigi. Si tratta del primo intervento dell’artista in Francia dopo il celeberrimo murale raffigurante Steve Jobs nei panni di un migrante siriano, realizzato a Calais nel 2015. Sotto accusa sono, ancora una volta, le politiche francesi ed europee per i migranti proprio nel periodo in cui Macron è stato in Italia per discutere anche di crisi internazionale.

Parigi si è così svegliata un martedì mattina del mese di giugno con sette nuovi murales lungo le sue strade. Banksy ha scelto luoghi emblematici della capitale francese, lo street-artist di cui non si conoscono né il vero nome né altre generalità. Non posti qualsiasi, ma zone complesse, attraversate da conflitti sociali tra popolazione e immigrati. Una sorta di mappa ideale della città, avendo come filoconduttore la conflittualità. A partire da Porte de la Chapelle, nel XVIII arrondissement, dove lo scorso anno è stato sgombrato tra le polemiche un accampamento sorto vicino al centro migranti del quartiere, per passare ad Avenue de Flandres nel XIX arrondissement, quartiere a fortissima densità di immigrati, in cui si trova un enorme campo occupato illegalmente da centinaia di stranieri. Murales sono apparsi anche nel ricchissimo V arrondissement non lontano dalla Sorbonne, dove ci sono state numerose manifestazioni studentesche contro le politiche nazionali in materia di immigrazione.

A Banksy sono stati attribuiti quattro grandi murales e tre più piccoli. E il messaggio politico delle opere è come sempre evidente. A Porte de la Chapelle, è raffigurata una bambina che usa una bomboletta di vernice rosa per ricoprire una svastica gigantesca. Il muro scelto da Banksy si trova a pochi metri dal Cpa (Centro di prima accoglienza) dei migranti, che è stato chiuso tra mille polemiche lo scorso 31 marzo. In avenue de Flandres, l’artista ha rivisitato l’opera Napoleone che attraversa le Alpi di Jacques-Louis David datata 1801, trasformando l’imperatore francese avvolto nel mantello in una donna velata di cui cela totalmente il volto. Il riferimento, neanche troppo velato per usare un gioco di parole, è alle donne e agli uomini bloccati sulle Alpi mentre tentavano di entrare in Francia dalla Gendarmerie. A pochi passi dalla Sorbonne, invece, c’è un uomo con una sega nascosta dietro la schiena che offre un osso a un cane al quale è stata appena tagliata una zampa. Si tratta di una probabile allegoria del sistema capitalistico occidentale che prima toglie risorse ai poveri del pianeta e poi finge di concedere loro aiuto e sostegno. L’ultimo in ordine di apparizione è una figura femminile dipinta su una delle porte del Bataclan, omaggio alle vittime del 13 novembre 2015. Meno chiari, invece, i messaggi nascosti nei disegni più piccoli: quattro topi rappresentati in maniera diversa che forse fanno riferimento alle lotte e alle tensioni sociali tipiche della vita urbana.                                                                                                                                                               Negli episodi precedenti

Questa non è stata la prima volta che Banksy si occupa della condizione dei rifugiati in Europa. Il precedente più noto è il grande murale raffigurante Steve Jobs con un vecchio computer della Apple in una mano e un sacco che contiene pochi effetti personali. Opera che è stata realizzata nella cosiddetta Giungla di Calais (enorme baraccopoli in cui vivono i migranti che tentano di raggiungere le coste inglesi) facendo riferimento al fatto che il padre biologico di Jobs era un rifugiato siriano che arrivò a New York negli anni Cinquanta in cerca di fortuna. Pochi mesi dopo, dall’altra parte de La Manica è comparso un disegno di fronte all’Ambasciata Francese di Londra, a Knightsbridge, che rappresentava Cosette dei Miserabili di Victor Hugo, in lacrime a causa del fumo dei lacrimogeni. Accanto all’immagine un codice QR rimanda ad un link video che mostra poliziotti francesi antisommossa intenti a sgombrare una parte del campo di Calais. Opere provocatorie, certo, ma con una volontà di denuncia sempre molto precisa. Solo pochi mesi prima, per contestare il Great Wall, il muro costruito dal governo inglese a Calais per impedire ai migranti di attraversare il tunnel della Manica ed introdursi illegalmente in Inghilterra, il writer inglese aveva realizzato un murales molto discusso raffigurante un bambino con una valigia e un cannocchiale che puntava esattamente verso il Regno Unito.               

  Banksy è diventato un vero fenomeno mediatico nel 2005 quando sono apparsi nove suoi graffiti sul lato palestinese del muro che divide Israele e Cisgiordania, eretto ufficialmente per impedire l’ingresso dei terroristi in Israele, ma di fatto barriera invalicabile che isola la popolazione di un’intera regione. Oggi è una star acclamata e riconosciuta con oltre due milioni di follower su instagram. È un vero e proprio fenomeno mediatico destinato a far discutere per ogni opera che realizza.                                                                               Attendiamo quindi con ansia che appaia un nuovo murale in qualche parte del mondo. 

 
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