Sibilo del CoBrA, artisti nordici del '48 e Appel fu stregato dai disegni dei "matti"

| A Parigi da non perdere la splendida mostra di 60 anni di opere dell'artista olandese curata da Choghakate Kazarian

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(nostro servizio)
di DAVIDE CUCINOTTA
Quale arte vale davvero? Quella vitale, "ribelle", che in pochi apprezzano sul momento e che viene rivalutata a posteriori oppure quella consolatoria e rassicurante, convalidata dal passato? La storia delle Avanguardie pare ripetersi all'infinito.

"L'Arte vera, il Creare, è in genere da due decenni a due secoli in anticipo sui temi, se paragonata al sistema e alla polizia. L'Arte vera non solo non è capita ma viene anche temuta, perché per costruire un futuro migliore deve dichiarare che il presente è brutto, pessimo, e questo non è un compito facile per quelli al potere, minaccia quanto meno i loro posti di lavoro, le loro anime, i loro figli, le loro mogli, le loro automobili nuove e i loro cespugli di rose" (Charles Bukowskinel saggio senza titolo dedicato a Jim Lowell [1967]).

Abbiamo già toccato questo argomento nel nostro articolo del 8 agosto scorso e riteniamo che sia utile ricordare alcuni particolari già discussi in passato per dare più enfasi all'argomento qui trattato. Ci rifacciamo proprio ad un movimento che ha dato molta enfasi all'arte in modi inusuali soprattutto in epoca non sospetta, dove l'arte contemporanea non era così accettata come hai nostri giorni. Torniamo a toccare il gruppo Beat Generation.

C'è tutta una tradizione (soprattutto americana: la beat generation, Allen Ginsberg e Jack KerouacJulian Beck e il Living Theatre) di "vitalismo", di vitalità dell'arte, di ricerca del flusso fondamentale e di intuizione profonda su che cosa l'arte può fare veramente per l'uomo. Questa tradizione si è spenta e interrotta gradualmente tra Anni Ottanta e Novanta, interrotta l'influenza esercitata sull'immaginario collettivo (gli unici corrispettivi italiani possono essere Parise e la Ortese – forse Balestrini). Una corrente di autenticità, sfondamento dei limiti, ricerca del non-stile e della non-forma, approccio zen e jazz poi punk, e grunge: tanti nomi per un'unica direzione, per una linea generale sotterranea che, ogni tanto, riemerge, viene alla luce… alla creazione e alla vita, strutture aperte e ricettive. Sostituita e soppiantata poi da un'altra corrente, rigida, irreggimentata, prescrittiva, mortifera: quella dell'individualismo e del professionismo, che dice "no, questo non si può fare", "no, questo non va bene, è sporco, è maleducato, è sconveniente". Ma l'inopportunità e la sconvenienza (oltre che, naturalmente, la povertà) sono la salvezza.

Occorre perciò recuperare in maniera intensa una tradizione di insubordinazione e anti accademismo e sperimentazione (che è anche visiva, oltre che letteraria: forse un po' meno, per motivi storici legati all'ascesa del mercato artistico e del cosiddetto "sistema internazionale" che vanno anch'essi ricostruiti): quella degli irregolari, degli spostati, degli ingenui, dei ribelli, dei resistenti. "Negli Stati Uniti l'obiettivo è produrre soprattutto opere commerciali, capaci di attirare il maggior numero di spettatori possibili. Si sacrificano le sfumature. Oggi si ha paura di investire nella creatività, nessuno corre più rischi". (Andrés Muschietti). L'avanguardia è sempre una faccenda di pochi e pochissimi, una decina di persone e le opere importanti sono e devono essere rifiutate, per essere poi digerite una ventina d'anni dopo. Al contrario, ciò che è morto e appartiene all'epoca morta gode di grande favore, perché consola, non mette in discussione, conferma. Le opere coloratissime e allegre di chi appartiene al passato piacciono, alimentano il gusto medio, decorano e contribuiscono a far sentire lo spettatore almeno un po' hip, sofisticato, aggiornato e nel gruppetto. Forse l'epoca presente è un po' peggio da questo punto di vista, ma dubitiamo che sia mai andata molto diversamente. Non si chiamerebbe ‘avanguardia' se ci sono voluti venti o trent'anni per distruggere uno sguardo collettivo, una civiltà, un gusto appunto e ce ne vorranno almeno altrettanti per ricostruire un'idea di sobrietà, di serietà, di vero gusto sprezzante e raffinato, crudele, arguto. Pretendere un cambiamento repentino è irrealistico e anche un pochino infantile.
"Stile significa non avere scudo. Stile significa non avere facciata. Stile significa massima naturalezza. Stile significa un uomo solo circondato da miliardi di uomini" (C. Bukowski).            

ARTISTI  

Con l'occasione di proporvi un'importante mostra, desideriamo mettere un po' di luce su un grande Maestro dell'arte mondiale un po' dimenticato dai media negli ultimi tempi, ma non per questo di minor importanza sia sotto il profilo artistico che di mercato. Parliamo di Karel Appel. A Parigi, 60 anni della sua opera pittorica in mostra. Un'importante donazione della fondazione Karel Appel di Amsterdam al Museo di Parigi: 21 pezzi di grande valore, tra dipinti e sculture. La mostra, curata da Choghakate Kazarian, si coagula spontaneamente attorno alla carica magnetica delle opere esposte che con notevole forza narrativa scandiscono, nell'arco di 60 anni, i diversi periodi della feconda produzione dell'artista. Il percorso si apre con "Personage vert", scultura in legno dipinto posizionata come un idolo sul portale di ingresso: un manifesto parlante dell'estetica del  movimento CoBrA; il gruppo fondato nel 1948 da Appel e da altri giovani artisti nordici -tra cui Asger Jorn e Pierre Alechinsky – che deriva il proprio nome  dalle iniziali delle rispettive città d'origine, Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam. I CoBrA si muovono nell'ambito delle avanguardie europee del dopoguerra,ribellandosi alla rigidità dell'astrattismo post cubista ormai divenuto accademia a favore di una poetica più spontanea, ispirata alle arti "povere": al folk, al primitivismo, ai disegni dei bambini e dei pazzi (l'Art Brut di Dubuffet nasce nello stesso momento).

Nel  "Carnet Psychopathologique", esposto nella prima sala, Karel Appel affascinato da una mostra dedicata ai lavori degli internati dell'ospedale psichiatrico Sant'Anna interviene sul catalogo delle opere dei pazienti, sovrapponendo i propri  disegni a quelli dei malati, in un gesto fortemente poetico e simbolico.

Nel 1951 Appel rompe con il gruppo CoBrA e le sue istanze politiche militanti per dedicarsi ad una ricerca più solitaria. Si trasferisce definitivamente a Parigi, dove abiterà per 27 anni e complice il critico d'arte Michel Tapié, si avvicina all'arte informale. La sua esuberante gestualità innesca la materia/colore  di veemente  capacità narrativa. Appel abbandona i temi infantili e animali del periodo CoBrA, per  nudi e paesaggi sempre più astratti, che dopo il primo soggiorno americano nel '57, si espliciteranno in opere quasi giganti per le quali l'artista olandese è stato paragonato ai contemporanei americani Pollock e De Kooning. Seguono negli anni ‘ 70 le sperimentazioni Pop con nuovi materiali come la plastica. Particolarmente  completa e significativa in questo contesto la room dedicata all'epopea "Circus" del '78, un insieme di 17 sculture a rilievo, con le quali  Appel  riflette sul valore ludico e quasi dionisiaco dell'arte intesa come una festa vitale e liberatoria. Dai primi anni  anni ‘80 fino alla morte nel  2006 Appel, diventato newyorkese in maniera stanziale, ritorna al figurativismo. I temi del periodo astratto, nudi e paesaggi,  riscoprono una forma marcatamente espressiva, dove il segno inquieto e materico si staglia su campiture di colore piatte, sempre più coerente e quasi epurato  nelle grandi  tele  black and withe degli ultimi anni . Il percorso  storicizzato e completo della mostra L'Art est un fête! segue l'impostazione della  retrospettiva organizzata nel 2016 al Geementmuseum di L'Aia, in occasione della  quale il curatore FranzKaiser dichiarava "voglio scardinare due clichè uno è quello per cui Appel viene sempre identificato con il gruppo CoBrA e l'altro è che Appel fosse un artista "just messing around", uno cioè che "faceva confusione in un giro secondo" una  definizione dello stesso Karel. Al contrario è proprio questo movimento esistenziale, febbrile, ma per nulla confuso o confondente, di psiche e corpo (Appel fu cosmopolita e viaggiatore vorace), che unitamente all'attenta dialettica con la tradizione egli ismi del mondo dell'arte, diventa sostanza della sua ricerca artistica. La mostra di Parigi lo dichiara in maniera organica, trovando una nota squillante e vivida in un filmato d'epoca che riprende l'artista al lavoro ed è proiettato su un monitor collocato proprio nel mezzo del percorso.

Il film realizzato nel 1961 vede Appel alle prese con la creazione dell'opera "Archaic Life" (il dipinto si può ammirare nella stanza successiva),l'enorme tela bianca viene violata, abbracciata, percossa da Appel  e dalla furia dei sui pennelli, anzi dal colore distribuito direttamente sul quadro e poi aggiustato, raschiato, aggiunto a colpi di spatole e setole. L'artista parla poco, solo il suo gesto creativo riempie lo spazio, il suono è affidato ad un pezzo jazz incalzante, composto per l'occasione dallo stesso  Appel   e dal musicista  Dizzy  Gillespie.

 "Dipingo come un barbaro, in un epoca di barbari", dichiara  Appel, difatti ciò che il filmato ci restituisce come proporzione di tutta la mostra, è una straordinaria energia creativa , ambiziosa e potente, indirizzata ad esplorare le zone di mezzo, "I paint in between situation" ha detto di sé come artista. Situazioni di confine che si stendono tra tradizione e avanguardia, tra le  influenze storico-culturali esterne e quelle della propria anima, tra corpo e paesaggio, tra pittura e scultura, sempre con grande coerenza e lucidità, in  una lunga  e prolifica carriera ancora oggi assolutamente contemporanea. Da riscoprire.

UN CONSIGLIO PER GLI ACQUISTI

Bisognerebbe prestare molta attenzione proprio a questo artista appena citato, Karel Appel, che diversi anni fa creava record su record ed oggi il suo mercato ha un'immagine un po' offuscata.

È facile rendersi conto del perché avendo letto quel poco che gli abbiamo potuto dedicare in questo breve articolo. Un pilastro della storia dell'arte che non potrà essere dimenticato. Con lui vanno presi in considerazione i suoi amici del gruppo Co.Br.A. Asger Jorn e Pierre Alechinsky Insieme hanno creato qualcosa di nuovo, avvincente e indissolubile nell'arte, nel corso della loro storia. 


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