Vaccari, Basilico, Paolini, Ghirri, Jodice Berengo Gardin, Klein...maghi della luce

| Gli artisti che usano i colori cangianti della natura e tutte le sfumature dal bianco al nero: la fotografia è arte, da Sander a Cindy Sherman

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di DAVIDE CUCINOTTA
Agosto, mese dai mille colori ci fa decidere di portare l'attenzione a quanto di meglio sia stato inventato per rappresentare il meraviglioso mondo che ci circonda con i suoi colori, La Fotografia.

La fotografia ha sempre avuto un rapporto molto contrastato con la pittura, dal confronto con la quale non è mai riuscita a liberarsi, sia che la si ritenesse serva sia che la si considerasse forma d'arte superiore, tanto che è stata spesso, e continua ad esserlo, erroneamente giudicata con gli stessi parametri estetici. 

La fotografia ha una data di nascita "ufficiale": 9 luglio 1839 quando al procedimento fotografico di Louis Jacque Mandè Daguerre (1787- 1851), scenografo e creatore di diorami, viene concesso il brevetto dall'Accademia delle Scienze di Parigi. Dopo una lunga serie di esperimenti e innovazioni fatte da molti altri scienziati dell'epoca, nel 1880 nascono le prime macchine fotografiche portatili già con negativi inseriti il cui sviluppo verrà fatto da appositi laboratori, permettendo così a tutti di scattare fotografie.

Nascono così le prime associazioni fotografiche ovunque, in Europa e in America, che indicono concorsi, allestiscono mostre e premi, sempre però con una sorta di vassallaggio verso le indicazioni delle accademie pittoriche e dei vari Saloni internazionali. Al Camera Club di Londra, Peter Henry Emerson (1856- 1936) tiene la conferenza "La Fotografia, arte pittorica" (1886) in cui, pur dichiarando la fotografia superiore al disegno e all'incisione per aderenza alla natura la sottomette alle regole estetiche della pittura, che per lui, corrisponde alla scuola di Barbizon, e colonizza tutta Europa con serie di suoi scatti di paesaggi (Naturalistic Photography), sempre lievemente sfuocati (fluo), in cui la mano del fotografo interviene nella resa estetica del positivo. 

Già tra i più apprezzati partecipanti del Photographic Salon europeo (esemplare The Net Mender del 1894), Alfred Stieglitz (1864-1946) dirige il "Camera Club" di New York, diffonde i principi del pittorialismo fotografico e, allestendo diverse mostre, dà visibilità a autori emergenti come Edward Steichen e Alvin Langdon Coburn. Nel 1902 fonda con altri colleghi sia la Photo-Secession, i cui principale obbiettivo è far progredire la fotografia come arte pittorica, sia la rivista "Camera Work" (1903- 1917). L'evoluzione di Photo-Secession porta all'affermazione della fotografia come arte a sé. Dagli anni Venti del Novecento le avanguardie artistiche, in primis il Dadaismo, iniziano a interessarsi alla fotografia facendo un uso del mezzo fotografico per lo più evocativo. E' Marcel Duchamp che risemantizza la fotografia in maniera rivoluzionaria, rendendo evidente il fatto che la fotografia assomigli a un quadro ma in realtà funzioni come un ready-made. 

La pratica fotografica si libera da certe formalità e nascono così le Rayografie di Man Ray e i fotogrammi di Làszlo Moholy Nagy, creati con le tecniche ideate da Talbot nell'Ottocento; nascono le doppie pose di Aleksandr Rodcenko e i suoi arditi tagli prospettici. E' soprattutto la poetica surrealista che, esaltando la capacità di registrare in maniera automatica ciò che propone il mondo, vede nella macchina fotografica il mezzo ideale per questo fine, portando così la fotografia a essere riconosciuta arte per quello che è, senza bisogno di manipolazioni manuali, di sovrastrutture estetiche. Tra le due guerre si diffonde la professione di fotoreporter e il fotografo inizia ad essere presente ovunque: dagli eventi ufficiali, alla cronaca, agli scenari bellici e tutto questo materiale confluisce nelle riviste che si fanno sempre più numerose e diffuse, una su tutte l'americana Life i cui fotografi sono i primi ad essere mandati al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale, dalla scena dello sbarco in Normandia con Robert Capa, alle istantanee "costruite" di Henri Cartier- Bresson. Una frase famosa di Robert Capa a riguardo: "Se una foto non è venuta bene vuol dire che non eri abbastanza vicino". Questo approccio verso il mondo è lo stesso che caratterizza la corrente dell'arte Informale che domina Europa e America dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni Sessanta e che in pittura ha risultati visuali diversissimi, basati sulla macchia, il grumo, la spontaneità del gesto. Si arriva così alle porte degli anni Sessanta e all'esplosione della Pop Art, incarnata senza dubbio dalla figura di Andy Warhol e della sua Factory. La Pop Art estranea oggetti di uso quotidiano dal loro contesto utilitaristico con l'isolamento e l'ingrandimento (per esempio le scatole "Brillo"), dando loro un rilievo eccezionale, ma senza esprimere alcun giudizio. Da sempre la fotografia era stata criticata dall'arte ufficiale per queste sue caratteristiche inalienabili, con la Pop Art invece troviamo una coincidenza sorprendente: fondamentale la frase di Warhol  "vorrei essere una macchina" e la sua passione per i ritratti fatti nelle cabine automatiche per le fototessere. Il non-giudizio della Pop Art permette alla fotografia di avventurarsi in qualsiasi ambito, fino ad arrivare ad oggi dove un artista come David LaChapelle può usare l'identico suo prodotto per una pubblicità che per un museo. Gli anni Settanta sono caratterizzati da movimenti artistici che si allontanano sempre di più dalla vecchia idea di immagine e si dedicano alla performance e a modalità artistiche estemporanee: Body Art, Narrative Art e Conceptual Art

Da Arnulf Rainer, con le sue pose goffe ed estreme, oppure Urs Luthi col suo trasformismo ambiguo o, ancora, Luigi Ontani con la sua divertita e fantastica oniricità, trova il vero mezzo espressivo nella fotografia intesa come specchio in cui inverare una parte di se e, in quest'ottica, si possono leggere e capire artisti dai risultati del tutto diversi come Gina Pane o Francesca Woodman

Questo aspetto di noncuranza tecnica scompare negli anni Ottanta ad opera di due grandi figure quali Robert Mapplethorpe e Helmut Newton che con la loro opera sintetizzano perfettamente la ventata edonistica di libertà ed emancipazione del decennio. La coppia Becher, Bernahard e Hilla, fautori di una fotografia rigorosa ed oggettiva basata sulla schedatura del mondo, eredi di August Sander e del suo grandioso progetto di Face of our time, osteggiato dal regime nazista, riprendono la sua impostazione asciutta, documentaria per la catalogazione di "tipi", nel loro caso non umani ma architettonici (silos, industrie etc.). In Italia spicca negli anni Settanta l'opera concettuale di Franco Vaccari, sia a livello fotografico che teorico. L'autonomia della macchina fotografica è perfettamente esplicitata anche nelle opere di Giulio Paolini. Luigi Ghirri coi suoi paesaggi dai colori brumosi, dimessi e discreti che, formalmente perfetti, danno una sorta di tranquillità e di piacere estetico per poi turbarci con il vero messaggio sottostante. Di particolare rilievo l'opera di Gabriele Basilico, che mira a una sospensione del giudizio su quanto riprende e a un dialogo continuo col mondo. Sulla stessa linea si muovono Olivo Barbieri, Guido Guidi, Mimmo Jodice e pochi altri che hanno fatto grande la fotografia italiana nel mondo. l ruolo della fotografia d'arte nel mercato dai primi anni Novanta ad oggi si è solidamente definito. Negli anni è aumentata l'attenzione delle grandi istituzioni culturali per questo medium e, parallelamente, si è formato nei suoi confronti un interesse sempre più ampio da parte dei collezionisti. Tutto ciò ha fatto sì che artisti di primo piano come Cindy Sherman, Andreas Gursky o Richard Prince continuino a registrare risultati strabilianti nelle aste internazionali. Record a parte, quello della fotografia rimane ancora uno dei punti di accesso privilegiati per chi si avvicina al collezionismo d'arte contemporanea, permettendo ai giovani collezionisti di mettere insieme una collezione di pregio con budget tutto sommato contenuti. 

ARTISTI

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico e' probabilmente  il fotografo di paesaggi urbani più conosciuto al mondo. Con l'idea degli anni giovanili di fare l'architetto, abbandona subito la carriera per cui aveva studiato per dedicarsi alla fotografia, sua grande passione. 

L'architettura delle aree urbane e le trasformazioni del paesaggio contemporaneo sono l'oggetto  della ricerca fotografica di Gabriele Basilico, che puo' essere considerato il primo grande fotografo di spazi architettonici, una figura che fino a quel momento non era mai esisitita. " Mi ero dato una specie di missione" racconta Basilico, "testimoniare come lo spazio urbano si modifica.

Fotografare gli spazi urbani per Basilico non e' semplicemente speculazione sull' armonia delle forme.  Le citta' di Basilico sono il frutto dell'opera dell'uomo, il risultato delle trasformazioni sociali ed economiche dell' epoca industriale e post-industriale. Basilico crea un proprio stile, immediato e riconoscibilissimo per raccontare le citta, uno stile documentale e analitico con  cui sembra vivisezionare lo spazio urbano creato dall'uomo. Le sue foto non colgono l'attimo, non rubano immagini di vita cittadina come quelle di Berengo Gardin o William Klein,  ma riproducono la complessita' urbana attraverso  uno sguardo aperto e contemplativo che rimanda a  Walker Evans.

Nei suoi scatti e' quasi del tutto assente la figura umana : " La fotografia d'architettura, nella grande tradizione, e' sempre senza persone, non ci sono presenze umane perche' distraggono dalla forma degli edifici e dello spazio", racconta Basilico. "Tendo ad aspettare che non ci sia nessuno, perche' la presenza di una sola persona enfatizza il vuoto e fa diventare un luogo ancora piu' vuoto. Mentre se lo fai vuoto e basta, allora diventa spazio metafisico, alla Sironi o alla Hopper".

All'inizio della sua carriera si dedica all' indagine sociale. A cavallo fra gli anni ‘70 ed ‘80 l'influenza dei suoi studi in architettura si fa progressivamente spazio nella sua fotografia. Nel 1982 presenta il suo primo successo internazionale, Milano. Ritratti di fabbriche. Nel 1984 viene "arruolato" dal governo francese per la Mission Photographique de la DATAR, un progetto di documentazione della trasformazione del paesaggio. Nel 1991 prende parte ad un' importante progetto sulla citta' di Beirut, sei fotografi, incaricati di imprimere nella memoria la devastazione creata dal conflitto libanese, infatti oltre a lui ci sono Rene' Burri, Robert Frank, Joseph Koudelka, Raymond Depardon e Fouad Elkoury. Da quel momento fin alla fine della sua carriera, interrotasi nel 2013 a causa della morte di Basilico, il fotografo milanese realizza reportage su, in ordine sparso, Berlino, Rio de Janeiro, Shangai, Istanbul,la Silicon Valley, Roma, le valli del Trentino, Mosca.

Ha pubblicato oltre sessanta libri fotografici personali, ricevuto numerosi premi internazionali e le sue fotografie sono state esposte in tutto il mondo.

Oggi la sua Arte Fotografica è molto apprezzata da collezionisti e musei e il suo mercato è da potersi accostare a tutti i veri capolavori che ogni anno impreziosiscono le collezioni e le case d'asta più importanti al mondo.


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