007 DI KIM RAPISCONO A ROMA
FIGLIA DIPLOMATICO IN FUGA

| Agenti nordcoreani rimpatriano la figlia di un ex diplomatico in servizio nell'ambasciata di Roma che avrebbe chiesto asilo agli Usa. Ora regime tiene in ostaggio la ragazzina. Grillini e Dem chiedono spiegazioni a Salvini

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Un altro drammatico pasticcio della diplomazia e del ministero dell'Interno del governo degli amici del bar sotto casa. La figlia dell'ex diplomatico nordcoreano Jo Song-gil (nella foto), studentessa liceale in Italia, sarebbe stata rapita e subito rimpatriata da agenti segreti nordcoreani che sono riusciti così ad avere un saldo elemento di ricatto nei confronti del padre che sarebbe rifugiato in Occidente (non si sa dove, per fortuna) con il resto della famiglia, ed ad allontanarsi indisturbati con le autorità italiane rimaste con il classico cerino in mano. Se non peggio.  Pyongyang ha così ridotto i danni che la diserzione del suo ex diplomatico avrebbe potuto provocare al regime e beffato le nostre istutizioni. Ma lo sgangherato governo giallo-verde che risponde? Questa volta sono i parlamentari grillini a chiedere spiegazioni a Salvini e anche Pd chiede al “Capitano” di venire in Parlamento a raccontare cosa è veramente successo. La notizia clamorosa arriva da Londra dove s’è da tempo rifugiato Thae Yong-ho, l’ex numero due dell’ambasciata del Nord nel Regno Unito che fuggì nel 2016 con moglie e figli. “Le mie fonti hanno confermato che la ragazza è stata costretta a tornare a Pyongyang subito dopo la defezione del padre”, ha detto Thae. Ma una fonte italiana dice che la ragazza ha voluto tornare in patria volontariamente "per vedere i nonni". Non ci crede nessuno, ma questa è un'altra storia.

Pyongyang, giustamente, tace. Ufficialmente non si pronuncia sulla fuga di Jo, che era stato in servizio a Roma per 6 anni, parlava ed era il numero due dell’ambasciata, incaricato d’affari, prima ancora segretario di legazione a Roma nel 2015, promosso nel 2017. L’ambasciatore era stato espulso dal nostro governo nel 2017 al culmine della crisi missilistica e nucleare scatenata da Kim Jong-un, in base alle sanzioni concordato con i nostri alleati. Dopo la fuga di Jo al Ministero degli Esteri nordcoreano sarebbero stati dimessi e sottoposti a processo i superiori dell’ex diplomatico per non averne impedito la diserzione. Jo sarebbe stato prima in Italia, poi in Svizzera, forse in Inghilterra e infine aveva chiesto asilo agli Usa, la mala pratica era ferma, condizionata dalle delicate trattative l’amministrazione la Nord Corea in vista del prossimo vertice 

 a Hanoi il 27 e 28 febbraio. “Il fuggiasco potrebbe essere ancora sotto protezione dei servizi segreti italiani in attesa di una collocazione”, scrive il Corriere. Mario Di Stefano, sottosegretario alla Farnesina in quota M5S, quello della “neutralità” con Maduro, tanto per dire, lo ha paragonato al caso Shalabayeva, moglie di un dissidente kazako che fu arrestata dalla polizia italiana come “clandestina” a Roma nel 2013 e rispedita in patria, esposta al pericolo di gravi ritorsiani, mentre il marito era ancora in Francia. Il ministro Moavero ne sa poco o nulla: “Stiamo facendo le verifiche necessarie”. Anche se forse è ormai troppo tardi per le sorti della ragazza, che condanna il padre al silenzio. Thae da Seul è preoccupato: “E’ chiaro che Jo non può farsi vivo, non può parlare pubblicamente, non può rivelare dove si trovi perché ora teme per la figlia riportata a Pyongyang. Il livello di punizione per i familiari dei disertori varia in Nord Corea a seconda del Paese scelto per la fuga, Sud Corea, Stati Uniti o altre nazioni. Avevo lanciato pubblicamente un appello a Jo di venire a Seul per unirsi a noi nella lotta contro il regime, avevo sostenuto che è un suo dovere morale, ma ora che ho saputo della vicenda della figlia naturalmente non mi sento più di fargli questa richiesta e la ritiro”. 

Jo Song-gil, 48 anni, membro di una famiglia importante nella nomenklatura nordcoreana, aveva studiato nell’ateneo romano tra il 2006 e il 2009. La moglie medico e la figlia erano con lui, un segno di grande da parte del regime che in genere non consente ai familiari di seguire i diplomatici in missione, per indurli a non cercare rifugio in Occidente.

 

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