NANGA PARBAT COME MOBY DICK
Daniele e Tomek emuli di Achab

| I corpi di Daniele Nardi, Tom Ballard e Tomek Mackiewicz, morto nel 2018 sul Nanga, riposano nel cuore dei ghiacciai eterni. La parabola dell'alpinista polacco forse spiega le ragioni oscure e irrazionali di una scelta per molti suicida

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MASSIMO NUMA

Lo Sperone Mummery come la Balena Bianca, come Moby Dick, l'oscura ossessione che portò alla morte il capitano Achab e tutto il suo equipaggio, nelle immortali pagine dello scrittore americano Herman Melville. Daniele Nardi stava scrivendo un’autobiografia con Alessandra Carati per la collana Einaudi Stile Libero. "Se non dovessi tornare dalla spedizione desidero che Alessandra Carati continui a scrivere la nostra storia…”, aveva scritto l’alpinista morto il 24 febbraio assieme a Tom Ballard proprio sulla parete che aveva già sfidato invano altre quattro volte nel corso degli anni, lasciando soli il figlio Mattia, nato a settembre e la moglie Daniela Morazzano nella loro casa di Sezze. Il senso del libro è proprio questo:  l'avventura di un ragazzo, così si definiva il 42enne Danuele, che ha rincorso “il sogno di lasciare la propria firma nel mondo dell'alpinismo estremo”.  Va detto subito che  i grandi dell’alpinismo gli avevano detto in modo chiaro di non tentare quell’impresa, di salire sulla vetta del Nanga Parbat attraverso quella via. Tra questi, Reinhold Messner (l’unico che la percorse nel 1970, ma in discesa, quando il fratello Gunther trovò la morte travolto da una valanga) e Simone Moro, forse il più forte alpinista italiano di questi ultimi tempi. Lui, quella parete l’aveva studiata e vista e la conclusione era stata semplice: “Salire è un suicidio”. Chiunque ci abbia provato a violare quello scenario che ha fatto da sfondo al film “Sette anni in Tibet”, ha perso la vita. Ma la tragica conclusione della spedizione guidata da Daniele Nardi ha aperto un mondo, quello dell’alpinismo estremo di cui (forse) pochi conoscevano glorie e segreti non sempre gloriosi ma confinati nel piccolo perimetro degli appassionati e degli addetti ai lavori. Poi vi raccontiamo la storia di un altro grande alpinista, il polacco Tomek Mackiewicz (nella foto in apertura) morto sul Nanga il 27 gennaio in circostanza simili. Anche lui, come Daniele, aveva tentato per anni l'ascesa invernale del Nanga. Ci riuscì e morì, stremato, poche ore dopo. E’ un piccolo contributo per aiutare, anche noi stessi, a capire perchè molti uomini hanno sfidato l’impossibile e mortale Mummery, simbolo non solo di una sfida sportive ma molto, molto di più. Come lo fu Moby Dick, il grande capodoglio bianco, l'oscura ossessione che portò alla morte Achab, il capitano del Pequod, trascinando nel gorgo anche i suoi balenieri, nelle immortali pagine dello scrittore americano Herman Melville.

LA PARTE OSCURA DELL’ALPINISMO ESTREMO

Così oggi, mentre piangiamo le morti di Daniele e del suo compagno Tom Ballard, 31enne scalatore inglese tra i più forti al mondo, ora sappiamo che nel 2016 lo stesso Daniele ebbe scontri e liti con Moro e persino con chi, in queste ore, ha rischiato la vita, con i suoi compagni,  per soccorrerlo, il basco Alex Txikon. In quattro nel 2016 salirono alla vetta per la prima invernale in un spedizione di cui faceva parte anche Nardi. Ma alla fine gli dissero che di lui non avevano fiducia, nel senso che non lo ritenevano nelle condizioni idonee di tentare quell’impresa impossibile. Fu un trauma mai risolto, quello subito dall’alpinista di Sezze. Ma  sino a quanto pesò nella sua testarda decisione di imprimere il suo nome tra i grandi dell’alpinismo mondiale violando lo Sperone Mummery, non è dato sapere. Ogni parola va pesata, non solo per il rispetto che si deve ai morti, ma anche perché non sappiamo molto sulle cause dell’incidente. E, comunque, nessun giudizio. Il segreto della vita e della morte di Tom e Daniele è un fatto essenzialmente personale, che riguardo solo ed esclusivamente loro.

Ma anche Brad Pitt, nella finzione cinematografica, fu costretto a rinunciare allo Sperone Mummery. Il destino di Daniele sembra però incrociarsi con quello dell’alpinista polacco Tomek Mackiewicz, morto a 33 anni in una via invernale per la vetta del Nanga; lui e l’alpinista francese Elizabeth Revol l’avevano raggiunta ma, sulla via del ritorno, stremati, finirono lacerati dal sole, dalla mancanza di ossigeno, dalla disidratazione. I soccorsi riuscirono a raggiungere Revol a un passo dalla morte ma le condizioni meteo impedirono il salvataggio di Tomek, il cui corpo riposa ora lassù, non distante dalla vetta che ha accolto Daniele, una volta suo compagno di avventure, e Tom. Tre simboli di un modo di vivere e di pensare, a cui la “grande montagna” ha risposto a suo modo, unendoli in destino comune.

UOMINI UNITI DALLA STESSA OSSESSIONE

Così come Daniele, ma per altri motivi, Tomek, sposato due volte, quattro figli, non faceva parte del Gotha del ristretto club degli alpinisti al vertice della fama internazionale; era un ex tossicodipendente da eroina, che finì per caso a scalare le montagne più alte del pianeta, senza aver mai fatto un corso di alpinismo, lontanissimo dalla tradizione dei suoi connazionali. Spesso si organizzava le sue spedizioni con il crowdfunding, non amava troppo gli sponsor, le grandi spedizioni sotto i fari dei riflettori, i social, le post-narrazioni avventurose in meeting e conferenze che sapevano di promozione commerciale. Era un uomo assolutamente libero, e dolcemente bizzarro anche lui e, come Daniele, stregato dal fascino del Nanga Parbat. Spesso le sue attrezzature erano inadeguate, idem la sua preparazione, il suo stesso modo di avvicinarsi a un’impresa, irrazionalmente, obbedendo a un impulso improvviso. Amava conoscere le popolazioni montane, nel studiava cultura e abitudini, si fermava a vivere tra loro per mesi, mentre i suoi colleghi, incalzati dagli sponsor, neanche si accorgevano dei luoghi che stavano attraversando, concentrati solo nel portare a termine il crono-programma. Non tutti, però. Daniele era abbastanza simile a lui.

Cosa avrà mai pensato, nelle ultime ore della sua vita, cieco, oramai incapace di muoversi, nella vana attesa dei soccorsi. Avrà sorriso in quel modo aperto, gli occhi azzurri già spenti, i capelli biondi scompaginati dalle raffiche di vento? Forse. E forse era il destino che stava cercando da anni, irrequieto com’era, stregato dal silenzio e dall’artistica monumentalità degli ottomila. Soldi ne aveva pochi. Per far volare un elicottero nell’estremo tentativo di raggiungerlo, ci fu una raccolta fondi all’’ultimo momento.  

Il suo amico, il giornalista-scrittore polacco Jakub Radomski, sul sito przegladsportowy.pl) fu tra i primi ad accorgersi che quel suo connazionale così strambo e lontano dal rigore della scuola alpinisti polacche, tra le più celebrate del mondo, stava scrivendo pagine indelebili sull’Hymalaya. Lasciatosi alle spalle le ombra della droga (“…Non avevamo ancora accesso a cose lussuose come il brown sugar quindi prendevamo una porcata incredibile, ottenuta grazie all’utilizzo di aceto, ammoniaca, solventi e paglia di papavero…”, raccontava). A salvarlo fu un centro per la cura delle dipendenze, il Monar: “…Sveglia alle 07.00, sport, corsa, discussioni ed incontri di vario tipo. Tutti ben suddivisi, vige la gerarchia. Quando arrivi sei un novellino, un soldato semplice nell’esercito. Solo dopo tre mesi inizi ad essere un familiare e ti vengono assegnate funzioni particolari, come, per esempio, cucinare per tutte quelle persone. Vicino a te sono poi attive unità speciali, c’è il comandante ed il Servizio di Difesa del Monar, una sorta di polizia interna. Difficile da spiegare a qualcuno che non sia mai stato lì! È una piccola comunità, una sorta di mondo in miniatura. Dopo il periodo in cui sei stato “familiare” diventi aspirante ed alla fine membro. Essere membro del Monar vuol dire essere alla fine della terapia, che dura due anni….”. 

LA RINASCITA SPIRITUALE IN INDIA

Poi l’India, per rigenerarsi con i tre valori che lo guidarono sino all’ultimo:  le scalate, viaggiare ed aiutare gli altri. Fu il primo uomo a raggiungere l’altitudine di 7400 mt del Nanga, la cosiddetta zona della morte, in inverno a parte altri due polacchi che nel 1997 erano riusciti a salire poco più in alto di lui: Zbigniew Trzmiel e Krzysztof Pankiewicz. “Ero con il mio amico Marek Klonowski all’interno di una truna (un rifugio scavato nella neve, ndr) che avevamo scavato all’altitudine di 6200 metri, quando lui si sentì male e dovette scendere. Io mi sentivo magnificamente, così due giorni dopo continuai a salire, ma mi trovai davanti ad un casino della miseria. C’era un vento a circa 200 km/h. Altra truna, stavolta 500 metri più in alto, nella quale mi infilai per qualche giorno. Il tempo era tale che non potevo né salire, né scendere. Se solo avessi messo fuori la mano per un solo secondo mi sa che l’avrei persa. La truna, per fortuna, è un’ottima soluzione, migliore di qualsiasi tipo di tenda, perché sei coperto della neve e ti senti bene. C’è silenzio, tranquillità, e se ti fai qualcosa da mangiare subito senti un po’ di caldino. Devi solo fare in modo che non si ostruisca l’uscita. Alla fine, comunque, il tempo si è rimesso al bello e sono andato avanti, ma sulla cresta mi trovai un’altra muraglia di venti. Mi trovai a combattere una battaglia cosmica durata ore per riuscire a predispormi una sorta di campo. Il momento peggiore fu quello della notte. Avevo strane allucinazioni, mi sembrava di avere vermi in giro per il corpo. Il giorno successivo il vento cessò e spuntò il sole, ma quello era destinato ad essere l’unico giorno di bel tempo ed io avevo bisogno di almeno tre giorni. Salii ancora un po’, poi me ne tornai indietro”.

LA LEGGENDARIA  ASCESA SUL MOUNT LOGAN

 Fu così che divenne, suoi malgrado, famoso. Sempre assieme a Klonowski era riuscito a raggiungere, dopo quaranta giorni attraverso il ghiacciaio, la vetta più alta del Canada, ovvero il Mount Logan. “Stiamo parlando del gruppo montuoso più grande del mondo. Una montagna immensa. Da qualche parte ho letto che l’intero gruppo ha la stessa superficie della Svizzera. Ci muovevamo sugli scarponi, con le ciaspole, da soli, senza incontrare nessuno lungo la strada”. Nel 2008 finalmente vince il Kolosy, il premio più importante della Polonia per l’esplorazione. La decisione di scalare il Nanga fu per motivi economici. Il K2 era troppo caro, lui aveva pochi dollari in tasca. Nanga. “All’epoca non avevamo praticamente nulla in cassa e riuscimmo a raccogliere si e no i soldi per il volo. Avevamo una visione tutta nostra che fu poi messa alla prova in un modo brutale, visto che fummo costretti a tornarcene a casa alla svelta”.  Nel primo tentativo, tra il 2010 ed il 2011 raggiunse l’altitudine di 5100, mn anno dopo 5500 metri e nel 2011/12 Tomek, il solitaria, ai 7400 metri, nel 2014 con il tedesco David Göttlerva 7200, frenato dal mito avverso. “Spesso la gente mi chiede se ho paura. Ma certo, ovvio che sulle grandi montagne mi capita di sentire il terrore, ma quello è un prodotto del pensiero che, da cosa positiva, arriva a tradursi in azioni corrette. Se poi dovesse capitare qualcosa, che ne so, un seracco che ti si stacca sotto i piedi, beh, non hai nemmeno tempo per aver paura. Partono l’istinto, l’adrenalina e ti trovi semplicemente a lottare per vivere. Questa lotta per la vita ha avuto luogo durante l’ultima spedizione. Allora stavo sbuffando come un cavallo, visto che ero sceso poco tempo prima dopo essere arrivato a 7200 metri, mentre Paweł Dunaj e Michał Obrycki avevano molte forze ed in più un’ambizione incontenibile. Volevano salire a tutti i costi, nonostante la montagna fosse tutta carica di neve. Dissi che non sarei andato, perché non avevo più forze, e che potevano pure provarci anche se era pericoloso. Alle 15.00 ricevetti una chiamata da Michał, si era staccata una slavina. Parlava con voce rotta. Si erano avventurati senza corda dentro un canalone carico di neve ed avevano provocato quella slavina. Un errore umano. Per fortuna siamo riusciti a salvarli”.

“LA GLORIA CAMMINANDO SUI CADAVERI”

Dettagli. “L’arrampicata è l’unica disciplina sportiva per la quale la pipa può essere d’aiuto. Sai perché? L’organismo del fumatore produce moltissimi globuli rossi, per la qual ragione il tuo sangue è molto denso, fattore di cui hai bisogno esclusivamente ad alta quota, quando c’è carenza di ossigeno. Quindi il tuo corpo, se fumi quando sei in pianura, è già abituato ed hai maggiore scioltezza. Penso che proprio per questo Jurek Kukuczka avesse quella resistenza in montagna. Contemporaneamente mi vengono in mente molti maratoneti che salivano come treni e poi in alto avevano una reazione spaventosa. Tutto si fa più veloce, non riescono a fare nulla ed alla fine muoiono. Il sangue diventa denso, il cuore si ferma, si addormentano…Non sto di certo a raccontarlo per far pubblicità al fumo, quello proprio no…Il successo adesso arriva passando sui cadaveri. Quando sali lungo la via comune all’Everest non basta il fatto di trovarsi in lunghe code, no, ti trovi anche ogni tre per due a contatto con il corpo di qualche scalatore morto. Siamo arrivati al punto che tutti quelli che sognano la conquista della vetta più alta della terra sono costretti a passare sopra o comunque a contatto con uno di quelli. Oppure prendiamo ad esempio il Bianco, sul quale ogni anno sono circa ventimila le persone che provano a salire, una classica. Quella montagna è ricoperta di cadaveri, ci sono ancora corpi dai tempi delle guerre. Di recente hanno tirato fuori dal ghiacciaio resti di soldati. Solo che tutto quanto è coperto da ghiaccio e neve e grazie a questo non si vede nulla”.

 

   

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