Addio a Tom Wolfe, l'incubo degli ipocriti

| Si è spento a 87 anni lo scrittore americano capace di coniare termini come “Radical Chic”: un uomo gentile dall’aspetto dandy, fustigatore dei peggiori atteggiamenti borghesi. Il successo mondiale con "Il falò delle vanità", nel 1987

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Di Germano Longo
L’ambizione, il razzismo, la lussuria, la spregiudicatezza e l’avidità della New York anni Ottanta, quella intrisa dall’edonismo reaganiano e dall’ultimo, fortunato decennio che la storia dell’Occidente ricordi. È il succo del suo romanzo più celebre, “The Bonfire of the Vanity”, il falò delle vanità, un titolo così forte da diventare un modo di dire ovunque. Ma Tom Wolfe, andato via per sempre a 87 anni nel chiuso di un ospedale di Manhattan per le complicazioni di una polmonite, di definizioni al mondo ne aveva regalate parecchie. “Radical chic”, ad esempio, il finto buonismo di un’élite che ha talmente tanto fra le mani da finire con l’appoggiare chi non ha nulla e per questo vorrebbe fare la rivoluzione. Una definizione che aveva coniato nel 1970, finendo fra gli altezzosi invitati ad un party di Felicia, moglie del compositore Leonard Bernstein ma soprattutto finanziatrice delle “Black Panther”, l’ala violenta della protesta nera. Wolfe non ci aveva visto più, raccontando sulle pagine del “New York Magazine” lo stridente e ridicolo contrasto fra le tartine al caviale dei camerieri in guanti bianchi e il bugiardo interesse degli invitati verso la causa degli afroamericani.

Erano i primi passi del “New Journalism” di cui Tom Wolfe sarebbe stato il padre putativo, quella forma di espressione che si nutre di generi ed espedienti diversi, infischiandosene delle lunghezze imposte dai quotidiani, a cui preferiva di gran lunga magazine e riviste. Uno stile che adottano autori come Truman Capote, Normal Mailer, Gay Telese e perfino Oriana Fallaci.

Thomas Kennerly Wolfe era nato a Richmond, Virginia, nel marzo del 1930. Studia a “Yale” e nel 1957, a 27 anni, si avvicina al giornalismo: qualche mese di palestra allo “Springfield Union” per poi passare al “Washington Post” e in seguito al “New York Herald Tribune” e ad “Esquire”. Ma a lui piace scrivere libri, senza limiti di battute: il primo esce nel 1965, “The Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby”, in realtà una raccolta dei suoi articoli, ma una prima dose di successo arriva nel 1970 con “racidal Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers”, nato sulla scia dell’articolo in cui raccontava l’assurda festa a casa Bernstein. Il suo è uno stile eclettico, graffiante e vivace in cui ogni personaggio può contare su un profilo psicologico pescato da Wolfe nell’infinita galleria dell’umanità varia che aveva conosciuto in vita sua.

Nel 1985 inizia “The Bonfire of the Vanities”, che sarà completato soltanto due anni dopo: è il successo planetario, consacrato anche dal film omonimo, uscito nel 1990 con la regia di Brian De Palma e interpretato da Tom Hanks, Bruce Willis, Melanie Griffith e Morgan Freeman.

Nel 2006 ha ricevuto il “Jefferson Lecture in the Humanities”, il più alto riconoscimento americano assegnato a coloro che hanno raggiunto traguardi significativi nelle discipline umanistiche.

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