Carlo Alberto Dalla Chiesaun uomo solo contro la mafia

| Si intitola semplicemente "Dalla Chiesa", il volume del giornalista Andrea Galli, scritto per celebrare i trentacinque anni dalla morte del generale e presentato nell'Aula Magna del Tribunale di Torino

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Di Germano Longo
Palermo, via Carini, 3 settembre 1982, ore 21:15: una raffica di Kalashnikov chiude per sempre la pratica terrena di Carlo Alberto Dalla Chiesa, il generale dei Carabinieri mandato in Sicilia per annientare una volte per tutte la mafia, dopo aver avuto la meglio dei terroristi che hanno infiammato l'Italia negli anni Settanta.

Trentacinque anni dopo, malgrado ormai si conoscano nomi e cognomi di killer e mandanti di quella sera, sono tanti i dubbi che restano aperti e non danno pace alla memoria di un uomo che allo Stato ha dato l'esistenza per intero. Di questo racconta "Dalla Chiesa", libro scritto da Andrea Galli, giornalista del "Corriere della Sera" che ripercorre la vita pubblica e privata del generale, nel tentativo di puntare finalmente una luce verso i coni d'ombra che ancora accompagnano uno dei più clamorosi omicidi della storia d'Italia.

L'Aula Magna del Tribunale di Torino, scelta nulla affatto casuale, visto che la prima è intitolata a Fulvio Croce, avvocato assassinato dalla Brigate Rosse nel 1977, e la seconda a Bruno Caccia, magistrato a cui sei anni dopo spettò la stessa sorte, questa volta per mano della ‘Ndrangheta, ha ospitato una delle tappe più significative di un piccolo tour di presentazioni del libro di Galli, presente insieme a Maurizio Molinari, direttore de "La Stampa", il Comandante Generale dell'Arma dei Caqrabinieri Tullio Del Sette, il procuratore capo di Torino Armando Spataro, l'ex procuratore Gian Carlo Caselli, il capo della Direzione Investigativa Antimafia Giuseppe Governale, il giornalista Francesco La Licata e Nando Dalla Chiesa, uno dei tre figli del generale.

Il volume, pubblicato da Mondadori, è la raccolta di cinque mesi di lavoro intenso passati da Galli raccogliendo episodi inediti della vita di Dalla Chiesa, ma soprattutto incontrando uno per uno coloro che hanno lavorato al fianco dell'energico generale: i suoi uomini, oggi per lo più signori in pensione con bagagli di ricordi chiusi a chiave nella memoria di chi sa di aver rischiato la vita "non per coraggio, ma per riuscire a guardare negli occhi i propri figli".

Un uomo forte al comando

Saluzzese di nascita e perdutamente innamorato di Torino, città che lui chiamava "Dallas", classe 1920, Carlo Alberto Dalla Chiesa era un figlio d'arte: suo padre Romano, generale dei Carabinieri Reali, era stato in Sicilia sotto il comando del prefetto Mori per combattere "Cosa Nostra". Un esempio sotto gli occhi del giovane Carlo Alberto, che allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale sceglie di entrare nell'Arma, partecipando attivamente alla Resistenza. L'impronta di onestà e rettitudine del padre diventa un marchio di fabbrica: terminata la guerra, Dalla Chiesa si sposta fra Campania e Sicilia, in una caccia senza esclusione di colpi contro il preoccupante fenomeno del banditismo che sembra volersi sostituire allo Stato.

Nel 1966, con i gradi di colonnello, assume il comando della Legione Carabinieri di Palermo, ma nel 1973 torna a Torino come generale di brigata, con il compito di arginare il terrorismo, che in città sta colpendo duramente.

Finalmente, le Brigate Rosse e gli altri nuclei rivoluzionari hanno un avversario che non accetta compromessi e non sa cosa voglia dire piegarsi: Dalla Chiesa fonda il "Nucleo Speciale Antiterrorismo", ottenendo poteri speciali che ai tempi scatenano furiose polemiche politiche. Ma è la strada giusta: uno dopo l'altro, gli ideologi dei nuclei armati finiscono in manette, da Renato Curcio ad Alberto Franceschini, entrambi catturati grazie alle rivelazioni del pentito Silvano Girotto, seguiti anni dopo da Rocco Micaletto e Patrizio Peci.

È una carriera spettacolare, quella che Carlo Alberto Dalla Chiesa inanella un passo dopo l'altro, ma con risvolti personali molto amari: nel 1978, sua moglie Dora muore improvvisamente per un infarto fulminante. Colpito per la perdita della compagna di una vita - erano sposati da oltre trent'anni - Dalla Chiesa si chiude in un dolore profondo e discreto, tipico del suo carattere introverso, da cui sembra quasi uscirne ancora più determinato.

Nel 1982, il Consiglio dei Ministri lo nomina Prefetto di Palermo, affidandogli un compito delicato e assai difficile: mettere la parola fine a "Cosa Nostra", esattamente come il generale ha già fatto con il terrorismo. Un impegno complicato, che Dalla Chiesa divide con Emanuela Setti Carraro, di trent'anni più giovane, la donna che sposa lo stesso anno, in seconde nozze.

Nel maggio del 1982 Dalla Chiesa arriva a Palermo, ma capisce immediatamente che i poteri speciali promessi dal ministro Rognoni per convincerlo ad accettare l'incarico, non ci sono: con le parole e le promesse, certe battaglie non si possono vincere. Si lamenta, il generale, con il tono di voce amaro di chi assapora un tradimento: lo fa anche nella celebre, ultima intervista, rilasciata a Giorgio Bocca pochi giorni prima di morire. Un dialogo che diventa una sorta di testamento, un imbuto che porta dritto verso le canne dei Kalashnikov di quel 3 settembre: Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela e l'agente della scorta Domenico Russo cadono sotto i colpi voluti da Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Gente che ha avuto la fortuna di vivere molto più a lungo del generale Dalla Chiesa.

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