La bestia è quasi libera

| Mini John Cooper Works GP Concept: ovvero una Mini come non si era mai vista. Pronta per la pista e attrezzata in ogni dettaglio per le gare, arriva a Francoforte in versione studio, anche se dall'aria molto definitiva

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Di Davide Cucinotta

Della Mini ha solo il nome e il design caratteristico, che filtra ancora fra la fibra di carbonio. Ma per il resto, di "mini" - nel senso di minimo - questa volta non c'è nient'altro, anzi. Ma è meglio sforzarsi di normalizzare la salivazione, perché al momento trattasi di uno studio, per quanto estremo e realistico, relegato dal vulcanico marchio controllato da BMW alla voce "concept", definizione che a volte (come forse in questo caso), significa mostriamola in giro e vediamo l'effetto che fa.

L'ispirazione, per nulla nascosta, è quella delle corse, un universo parallelo al mondo reale fatto di adrenalina e bandiere a scacchi, inseguito ad arte con una serie di spoiler, minigonne, prese d'aria e appendici aerodinamiche e dettagli vietati a chi su un'auto preferisce l'anonimato. Una show car che ha anche una dedica precisa: i 50 anni dalla vittoria della Mini (quella prima maniera, ovvio) al Rally di Montecarlo, mettendo in riga uno stuolo di macchine e piloti dati per favoriti.

Ma in fondo sulla Mini John Cooper Works GP Concept non c'è dettaglio che non sia un omaggio, come i gruppi ottici posteriori, che ricordano la "Union Jack", la bandiera inglese, anche se di anglosassone la Mini non ha più nulla, a parte i ricordi. Perfino il numero sulla fiancata, "0059", si riferisce all'anno di nascita del progetto, il 1959.

L'interno è privo di ogni orpello superfluo, sostituito da rollbar, estintore, sedili racing e cinture a cinque punti di ancoraggio, a cui aggiungere il cambio con paddle al volante e la strumentazione, pensata per fornire indicazioni sul tracciato.

All'appello mancano le specifiche tecniche, anche se qualcuno ipotizza almeno la presenza del 2 litri turbo ipervitaminizzato fino alla soglia dei 300 CV.

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