La Maratona di Boston, cinque anni dopo

| Viaggio nei magazzini dove si conservano i reperti e le testimonianze del giorno del 2013 in cui due fratelli di origine cecena decisero di spargere il sangue di chi era lì per fare festa

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Di Germano Longo
Cinque anni fa, il 15 aprile del 2013, due bombe macchiano di sangue la Maratona di Boston, la più antica gara al mondo, una tradizione iniziata nel 1897 che tradizionalmente coincide con il “Patriot Day”. Una festa popolare che ogni anno, da sempre, attira migliaia di persone da tutto il mondo: famiglie, sportivi e semplici curiosi.

Alle 14:50 ora locale, a più di due ore di distanza dall’arrivo dei primi atleti, nei pressi del traguardo di Boylston Street, non distante da Copley Square, due pentole a pressione riempite con esplosivo, chiodi, pezzi di ferro e sfere metalliche esplodono a 12 secondi di distanza una dall’altra: a terra restano tre morti e 264 feriti.

Quattro giorni dopo, la polizia individua due sospetti: Džochar e Tamerlan Anzorovič Carnaev, due fratelli di origine cecena di 20 e 27 anni, giunti negli Stati Uniti come rifugiati nel 2002. Quando l’FBI annuncia nomi e volti dei ricercati, i due uccidono un ufficiale di polizia nei pressi del “MIT”, rubano un Suv e iniziano la fuga. A Watertown, nei dintorni di Boston, aprono il fuoco contro la polizia: Tamerlan, il più grande dei due, muore sotto il fuoco degli agenti. Džochar al contrario riesce a fuggire: al termine di un’imponente caccia all’uomo sarà ritrovato all’interno di una barca, nel cortile di una villetta, a poca distanza.

Accusato di uso di armi di distruzione di massa, omicidio doloso e omicidio colposo, l’8 aprile 2015, quasi due anni dopo la strage, al termine di quattordici ore di camera di consiglio, Tamerlan Džochar viene condannato alla pena capitale dalla giuria popolare dello stato del Massachusetts. Nel corso degli interrogatori, confessa che insieme al fratello stavano progettando un altro attentato, questa volta a Times Square, nel cuore di New York. Un mese dopo la condanna a morte, Tamerlan ha voluto chiedere perdono alle famiglie delle vittime: “Mi dispiace per le vite che ho distrutto, per la sofferenza che ho causato e per i danni irreparabili che ho provocato. Prego per il vostro conforto e la vostra guarigione”.

Nella ricorrenza del quinto anniversario della strage, il “Boston Globe”, il più diffuso quotidiano del New England americano, ha avuto accesso ai magazzini della “Iron Mountain”, un’azienda di Northborough, e agli archivi della città, a West Roxbury, dove sono conservati con ogni cura i reperti di quel giorno tragico e le migliaia di testimonianze lasciate sul luogo dell’attentato, un memoriale sorto spontaneamente fatto di messaggi, peluche, maglie sportive, fasce, scarpe, bandiere, pettorali, disegni, crocifissi e resti di candele. I dipendenti si sono offerti volontari per riunire e catalogare i reperti, mentre altri si occupavano di trascrivere le migliaia di messaggi, fra cui quello dei familiari di Jesus Sanchez, uno dei passeggeri del volo “United 175” partito dall’aeroporto Logan e finito contro la torre sud del World Trade Center di New York.

In quattro scatole altrettante croci, quelle con i nomi delle vittime: Lu Lingzi, 20 anni, prossima alla specializzazione alla Boston University, Martin Richard, un bimbo di 8 anni, Krystle Campbell, 29 anni, e Collier Sena, l’agente ucciso dai due fratelli Carnaev. Un luogo diventato in qualche modo sacro, che raccoglie e conserva le storie di gente che quel giorno ha incrociato il proprio destino con la follia di due giovani, convinti da un’ideologia folle e assassina che la via più semplice per il paradiso fosse uccidere chi li aveva accolti e ospitati.

La strage della “Boston Marathon”, nel 2016 ha ispirato il film “Patriots Day” (Boston: caccia all’uomo), pellicola interpretata da Mark Wahlberg e tratta dal libro “Boston Strong”, scritto da Casey Sherman e Dave Wedge. E un altro film dedicato a quel giorno è già annunciato: la storia di Jeff Bauman, giovane di 29 anni che nell’esplosione ha perso entrambe le gambe, ma non la voglia di vivere.

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