Addio a "mister Ikea"

| Ingvar Kamprad, il fondatore del colosso svedese dei mobili, è morto a 91 anni nella sua casa. "Sarà ricordato con affetto in tutto il mondo", tweet dell'azienda

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Non c’è al mondo uomo che non l’abbia odiato, quando ha provato a mettere insieme a casa uno dei suoi mobili impazzendo fra istruzioni e brugole, e donna che abbia saputo resistere al fascino di uno dei suoi mobili in legno.

Ingvar Kamprad, “mister Ikea”, se n’è andato dopo una breve malattia: aveva 91 anni e un patrimonio personale stimato in 33 miliardi di dollari.

Era nato il 30 marzo del 1926 in un posto impronunciabile, almeno quanto i suoi mobili: Agunnaryd, provincia di Småland, Svezia. La famiglia fa quel che può per mettere insieme pranzo e cena con una certa continuità, e Ingvar si rimbocca le maniche, vendendo fiammiferi porta a porta. Ma va anche bene a scuola, così tanto che a 17 anni papà gli regala un piccolo gruzzolo, quanto basta per dare vita ad un’idea che gli ronza in testa: l’IKEA. Un acronimo che nelle prime due lettere utilizza le iniziali del suo nome, e in quelle successive aggiunge la “E” di Elmtaryd, la fattoria dov’è nato, e la “A” di Agunnaryd, la sua città.

Quando l’Ikea inizia è una piccola azienda che vende per corrispondenza cianfrusaglie come portafogli, cornici e penne, tutto a poco prezzo. Ma Ingvar ci sa fare, e invece di lasciarsi distrarre da ragazze, dolciumi e automobili mette tutto da parte, come una formichina, e investe. I mobili entrano fra le sue offerte nel 1950, e un anno dopo si meritano le 16 pagine del catalogo Ikea, il primo di una tradizione che si perpetua ancora oggi ad ogni nuovo anno, diventando la pubblicazione più letta del pianeta dopo la Bibbia.

Due anni dopo l’azienda si trasferisce ad Älmhult, contea di Kronoberg, nel sud della Svezia, dove Ingvar apre il suo primo negozio. L’intuizione, vendere mobili all’avanguardia, dallo stile semplice, essenziale ed elegante, ma con due particolarità: prezzi accessibili e istruzioni per montarseli a casa, con un po’ di pazienza. Il primo negozio fuori dai confini svedese apre nel 1963 a Oslo, in Norvegia, seguito due anni dopo dall’arrivo a Stoccolma, la capitale svedese, un punto d’orgoglio, per uno nato in campagna.

Nel 1968, mentre il mondo si scalda e parla di rivoluzione, di fiori e cannoni, Ingvar imprime una svolta alla produzione che permette di diventare ancora più competitivi nella politica dei prezzi: eliminare il legno puro per sostituirlo con il truciolato. L’effetto è lo stesso, forse la robustezza no, ma i prezzi mettono d’accordo tutti. Negli anni Settanta, IKEA parte alla conquista del mondo: uno dopo l’altro i centri dei mobili svedesi, ormai preceduti da una solida fama, aprono in Giappone, Canada, Australia, Hong Kong, Singapore e Stati Uniti. La colonizzazione dell’Europa parte nel 1981 Francia e Spagna, seguite dal Belgio, Gran Bretagna e Italia, dove arriva nel 1989.

Ingvar Kamprad si trasforma in uno degli uomini più ricchi del mondo, ma non cambia di una virgola un'esistenza frugale. È un uomo di successo, ma preferisce una vita tranquilla e distante anni luce dai luccichii a cui potrebbe accedere quando vuole. Con la ricchezza non perde neanche quella che tutti chiamano una proverbiale tirchieria, spendendo sempre molto poco.

Nel 1976, in piena espansione, si ritira a Epalinges, minuscolo villaggio svizzero: con lui la moglie Margaretha e i loro tre figli, Peter, Jonas e Matthias. Ha un solo debole Ingvar, un vizio da cui non riesce a separarsi: l’alcol. Fa di tutto per tenerlo sotto controllo, fino ad ammettere pubblicamente di aver raggiunto un livello che gli permette di bere senza abusarne.

Ma quando potere e denaro si mescolano, i cacciatori di passi falsi si mettono in moto: uno dei suoi periodi peggiori, Ingvar lo vive nel 1994, quando la pubblicazione di alcune lettere svela le sue simpatie verso il regime nazista. Temendo un pericoloso danno all'immagine, prende carta e penna per chiedere perdono a tutti i dipendenti Ikea di origine ebrea: “È stato il più grande errore della mia vita”, scrive. In realtà non ha nulla da temere, perché la sua catena continua a moltiplicarsi e macinare clienti che significano incassi enormi. 

Con l’avanzare dell’età, Ingvar lascia ai suoi tre figli le redini di un impero che nel 2013 vanta 345 centri in 42 paesi, anche se di fatto continua ad avere una voce autorevole sulle scelte aziendali. Vive gli ultimi anni nella sua casetta svizzera, arredata rigorosamente con mobili Ikea, si dice montati da lui stesso: guida una vecchia e fidata Volvo, veste come un pensionta che se la passa male, evita i ristoranti più cari e non esita a cambiare parrucchiere dopo averne trovato uno dove spendere qualche spicciolo in meno. Invitato ad un gala di Londra per ritirare un premio alla carriera, si presenta scendendo dall’autobus ma la sorveglianza non lo riconosce e gli vieta l’ingresso. Anni fa, il comune di Epalinges gli dedica una statua: Ingvar taglia il nastro ma subito dopo lo ripiega con cura consegnandolo al sindaco. Mai sprecare.

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