Tutti i dubbi sullo
spin-off Magneti Marelli

| Moody’s boccia l’operazione e Piazza Affari la festeggia: la verità sta forse nel mezzo. È uno dei primi passaggi dello spezzatino finale di Marchionne, pronto a vendere ogni singolo pezzo dell’ex impero. Fiat compresa?

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Signori, andiamo a incominciare: sull’ex impero “Fiat” il sipario inizia a calare. Un processo di frammentazione nascosto ad arte con scorpori eccellenti, che ha un solo e unico obiettivo: rendere ogni tassello del puzzle indipendente e per questo vendibile al miglior offerente. 

Sarà così per tutto, dicono voci piuttosto ben informate, dai marchi racchiusi sotto l’ombrello “FCA” alla “Comau”, per arrivare alla fine delle pulizie di primavera eliminando tutte le attività non strettamente automobilistiche, per rendere più agevole la svendita all’incanto di ogni singolo pezzo dell’ex colosso torinese, o di tenersi quelli che rendono di più.

Il primo passo, annunciato da tempo, è arrivato proprio in queste ore con una nota del Lingotto in cui il consiglio di amministrazione FCA ha autorizzato la creazione di un piano per separare “Magneti Marelli” dal gruppo. Uno dei pezzi pregiati della pinacoteca industriale degli Agnelli, realtà produttiva decisamente ghiotta con impianti in quattro continenti, 40mila dipendenti e 7,2 miliardi annui di fatturato.

Secondo Sergio Marchionne, Ceo di FCA e timoniere ormai prossimo a scendere dal vascello, “La separazione di FCA e Magneti Marelli è un passaggio chiave del Business Plan 2018-2022”, quello che sarà lui a presentare il prossimo 1° giugno a Balocco, ma che non toccherà a lui portare a termine. Uno spin-off che prevede la distribuzione ai soci delle azioni di una nuova holding e la quotazione alla borsa di Milano, ufficialmente accompagnata da una spiegazione economica ineccepibile: “Creare valore per gli azionisti FCA e fornire la necessaria flessibilità operativa per la crescita strategica di Magneti Marelli negli anni a venire”.

Motivazioni a cui la borsa sembra aver dato ragione, con un deciso balzo di Fiat Chrysler Automobiles a Piazza Affari, passata a +4,85%, pari a 18.468 euro ad azione, che nell’entusiasmo generale ha trascinato anche “Exor”, la cassaforte della famiglia Agnelli-Elkann. La parte che piace ai sindacati e alla gente è quella finale: “Magneti Marelli non si vende”, anche se gli esperti sono più propensi a leggere fra le righe, scorgendo in un’operazione solo all’apparenza populista la possibilità che FCA carichi sulla nuova holding una parte del proprio debito. Un altro percorso obbligato, strategico e fondamentale per arrivare di fronte ai possibili acquirenti con i conti a posto e il pareggio di bilancio a cui Marchionne lavora da tempo.

Un passaggio che però non piace a “Moody’s”, che boccia lo spin-off di Magneti Marelli abbassando il rating di FCA, visto che al contrario di quanto affermato nelle note ufficiali, si tratta di un impoverimento degli “asset” del gruppo, da cui non deriveranno neanche capitali utili per abbattere il debito.

Il probabile passo successivo, anche questo già ventilato per tempo, riguarderebbe “Comau”, azienda di industrial automation nata nel 1973 e oggi operativa in 15 paesi con 29 centri, 29 stabilimenti, 4 centri ricerca e sviluppo e con la forza di oltre 600 brevetti chiusi nel cassetto.

Da lì in poi, sarà probabilmente il turno di Fiat, promessa in sposa ai cinesi, Alfa Romeo, che piace ai tedeschi, Maserati, che dovrebbe restare il parco giochi degli Agnelli, e Lancia, che non piace a nessuno e il cui destino è ormai segnato. Esagerazioni? Per capire quanto ormai l’intera palazzina del Lingotto sia impegnata in queste raffinate operazioni, invece di pensare ad affrontare i mercati lanciando nuovi modelli, basta forse una brevissima ricerca in rete. Niente di nuovo in arrivo marchiato Fiat, Alfa o Lancia per chissà quanto tempo ancora: quello non è più un problema loro.

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