L'uomo-macchina che uccideva le donne

| INCHIESTA L'orribile biografia del serial killer Maurizio Minghella autore di decine di omicidi di donne tra Genova e Torino. L'analisi del crime-analist Fabio Federici, nell'ambito del Torino Crime Festival

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S’è tenuto nei giorni scorsi in Tribunale un seminario, nell’ambito degli appuntamenti del Torino Crime Festival, dedicato al serial killer Maurizio Minghella, un tema affrontato in modo approfondito dal professore Alessandro Meluzzi, dall’avvocato dello Stato Giorgio Vitari e dal colonnello dei carabinieri Fabio Federici, crime analist. L’incontro, in un’aula affollata di addetti ai lavori, è stato coordinato da Aracoeli Meluzzi. Riproduciamo per intero, come contributo di ISM all’analisi di uno dei più efferati assassini di donne della storia criminale italiana di tutti i tempi, una parte dei documenti presentati.

(m.n.)

 

di FABIO FEDERICI

 

Maurizio Minghella è un criminale e serial killer italiano, condannato ad un ergastolo per la prima serie di omicidi di donne commessi a Genova nel 1978, nonché ad altri due ergastoli e 30 anni di carcere per l’altra serie di omicidi di prostitute avvenuti a Torino fra 1996 ed il 2001, quando era in semilibertà. A questi vanno aggiunti altri 131 anni di carcere per essere stato ritenuto anche responsabile di diversi tentati omicidi, rapine, violenza sessuale, sequestro di persona, ricettazione ed evasione.

È un serial killer che potrebbe essere addirittura il terzo tra i più prolifici in Italia, subito dopo Donato Bilancia e Ludwig. Una carriera criminale tutta italiana che ha suscitato terrore in due periodi storici diversi tra loro e lontani quasi venti anni.

Le radici del male tra infanzia e adolescenza

Ha una biografia sin dalla nascita da brivido. Il ”Mostro di Bolzaneto e di Torino” nasce il 16 luglio del 1958 a Genova da un parto distocico, con taglio cesareo e asfissia neonatale. Il padre e lo zio sono alcolisti, e Maurizio è il penultimo di cinque figli. Ricoverato nei primi due mesi di vita per rachitismo, trascorre un’infanzia caratterizzata dal palese ritardo nello sviluppo psicomotorio: inizia a camminare a 22 mesi, a parlare a 20 mesi e non c'è notte in cui non bagni il suo letto. Anche la famiglia si disgrega: le continue violenze del padre convincono la madre a fuggire. Maurizio ha sei anni. La donna, insieme ai suoi figli, va a convivere con uno straccivendolo, alcolista ed ex detenuto per tentato omicidio.

Tuttavia, anche il nuovo compagno ha l'abitudine di picchiare tutta la famiglia ed in particolare la mamma: Minghella inizia a covare un odio profondo pquell'uomo, che durante il primo interrogatorio avrebbe definito: «Un alcolizzato e ci menava di brutto. Lo detestavo parecchio, sovente ho sognato di ucciderlo, stringendogli una corda al collo da dietro le spalle».

I primi segni di instabilità li mostra invece a 11 anni: «Disturba la scolaresca di proposito - scriveva la maestra delle elementari - per uscire in giardino. Prende i compagni per il collo e tappa loro naso e bocca in modo che non possano gridare».

Viene quindi mandato alla ”Scuola speciale per anormali psichici”, ma in nove anni di studi rimane al palo e non supera la seconda elementare. A 12 anni gli vengono somministrati i primi psicofarmaci e si ribella, iniziando a scippare donne e anziani.

Nella prima anamnesi del ’75 viene descritto come un bambino umorale, che lamenta un’inferiorità dovuta agli insuccessi scolastici. «Timido e inibito, suggestionabile e influenzabile - scriveva il medico - con una intelligenza nettamente inferiore alla norma». Lasciata la scuola si trova a fare piccoli lavoretti tra cui il piastrellista, pur continuando sovente a rubare scooter, moto, Fiat 500 e Fiat 850 per sfrecciare sulle strade della val Polcevera e dintorni.

Un’attrazione morbosa e violenta verso le donne

Sin da giovanissimo è un assiduo frequentatore di prostitute nonché donnaiolo, veniva visto con ragazze diverse, nutrendo una grande passione per la discomusic che lo porta la sera a frequentare le discoteche della sua zona, dove era noto come “il Travoltino della Valpolcevera”. Il Minghella si appassiona anche al pugilato, ma senza fortuna.

Nei primi mesi del ’78 viene respinto dal servizio militare per «insufficienza mentale - si legge nel foglio matricolare - in personalità dai tratti abnormi» e sempre agli inizi del 1978 viene visitato nella clinica psichiatrica dell’Università di Genova, risultando di basso quoziente intellettivo, pari al 65.

Nella biografia di Minghella pesano come macigni alcuni episodi famigliari: oltre a quello afferente al dissolvimento della sua famiglia culminata con l’ingresso all’età di sei anni di una nuova figura paterna, tra l’altro estremamente violenta, vi è la morte del fratello nel 1974 in un incidente stradale in moto, fatto che avrà forti ripercussioni sulla sua psiche. In seguito a questo, prese a frequentare l’obitorio per vedere cadaveri di persone giovani e assistere alla disperazione dei parenti.

L’anno precedente l’inizio della sua prima azione omicidiaria: nella primavera del 1977, sposa, "per scommessa, per caso", come lui stesso dichiarò, una ragazza poco più 15enne, una "sposa bambina", tale Rosa Manfredi, già schiava degli psicofarmaci che rimase subito incinta, con una gravidanza extra uterina, ma perse il bambino prossima al parto nei primi mesi del 1978. Circostanza in cui Minghella assiste all’aborto spontaneo, cercando di fermare con le mani invano il flusso di sangue dell’emorragia in corso. Un episodio che lo traumatizza e lo sconvolge oltre misura. La ragazza morì alcuni anni dopo a Genova nell’agosto del 1997 per overdose.

Prima di entrare nel dettaglio a narrare  la sua furia omicida, è necessario focalizzare l’attenzione sulle 3 vicende sopra citate: la disgregazione familiare accompagnata dalle violenze nei confronti della madre, la morte del fratello e l’aborto spontaneo, che hanno avuto una notevole influenza sulla sua psiche, nella considerazione che in una mente elementare come quella del Minghella ogni episodio assume un valenza simbolica e sicuramente più inteso rispetto alle altre persone normali, e pertanto non si può non partire da questa prima analisi criminologica, che i 3 episodi di vita abbiano condizionando quindi le sue azioni.

La stagione del sangue

Inizia la sua carriera criminale come ladro d’auto, il primo caso attribuitogli fu quello della  molestia sessuale compiuta con un fratello su due ragazze, che picchiò insieme a una persona intervenuta in loro difesa.

Nell’aprile del 1978, all’età di 19 e mezzo, le sue turbe psicosessuali esplosero in tutta la loro violenza, originando una serie di impressionanti delitti a sfondo sessuale e necromane.

I primi omicidi sono compiti in pochi mesi nel 1978; Vediamoli:

1.      18 aprile 1978, uccide a Genova la prosituta ventenne Anna Pagano, nascondendone poi il cadavere nei pressi di Trensasco, frazione di Sant'Olcese. Il corpo è ritrovato da alcuni pastori, ha la testa fracassata e vengono riscontrate sevizie con una penna a sfera conficcata nell'ano. Minghella tenta di depistare le indagini scrivendo sul corpo "Bricate Rose" anziché "Brigate Rosse", commettendo un banale errore di ortografia, ma la  polizia si accorge subito del depistaggio.

2.      8 luglio uccide Giuseppina Jerardi 23 anni, prostituta di Genova: con le stesse modalità e nasconde il cadavere in un'auto rubata e abbandonata, però i sospetti per questo quinto omicidio non si traducono mai in accuse concrete.

3.      18 luglio uccide Maria Catena "Tina" Alba di 14 anni, che viene trovata nuda a Valbrevenna il giorno successivo, il corpo legato con una specie di garrota ad un albero;

4.      22 agosto, dopo una notte in discoteca, uccide Maria Strambelli di 21 anni, commessa di origine barese, il cui corpo viene trovato a 3 giorni dalla scomparsa nella periferia di Genova.

5.      28 novembre, l’ultima vittima: Wanda Scerra di 19 anni, amica di Maria Strambelli e scomparsa. Il cadavere viene scoperto nella scarpata che costeggia la ferrovia Genova-Milano . La vittima è stata violentata e strangolata.

Particolare comune a ogni delitto, le vittime erano giovani ragazze in periodo mestruale: la vista del sangue divenne la causa scatenante della sua furia omicida. Questo aspetto fu raccontato dallo stesso Minghella agli agenti della squadra mobile di Genova in occasione della sua prima ed unica confessione poi ritrattata.  In pratica, lui affermò che "la vista del sangue mestruale lo rendeva violento". In seguito però ha ritirato le sue dichiarazioni, sostenendo di essere stato costretto a quelle affermazioni.

Il suo primo modus operandi era molto semplice, lui di fatto operava nel suo habitat naturale e per il giovane Minghella scegliere le prede era molto semplice: le abbordava in discoteca o perché erano da lui occasionalmente conosciute e quindi le convinceva a salire in auto. Dopo averle portate in luoghi isolati, le picchiava e violentava, poi le uccideva e compiva atti di necrofilia sui corpi. Prima di allontanarsi, sottraeva i documenti alle vittime.

Le perizie su Minghella lo definirono un “soggetto psicopatico sessuale”, ma del tutto in grado di intendere e di volere: motivo per cui viene condannato all’ergastolo, con sentenza definitiva.

In tale quadro, ricordano lo psichiatra Paolo De Pasquali e il professor Francesco Bruno nella relazione difensiva che il Minghella riferisce di frequenti e violente cefalgie e che durante i rapporti sessuali e le masturbazioni sostiene che deve raggiungere l’orgasmo almeno due volte al giorno e che non sopporta la vista del sangue mestruale: quando lo vede, uccide.

Il primo arresto nel 1978

La sua prima azione omicidiaria viene posta fine dalla Squadra Mobile di Genova che arresta il Minghella, 23 anni, con piccoli precedenti penali per furto d’auto, la notte tra il 5 e il 6 dicembre, agli investigatori confessa inizialmente l'uccisione della Maria Strambelli, 22 agosto, e di Wanda Scerra, il 28 novembre, ma nega le responsabilità degli altri omicidi.

In merito all’omicidio di Anna Pagano, viene richiesta una perizia calligrafica tra la calligrafia di Minghella e il tentativo di depistaggio ritrovato sul corpo della giovane donna. Sia la scrittura che la penna usata per sodomizzare la vittima vengono ritenute di Minghella.

Per l'omicidio di Tina Alba, 18 luglio, viene ritrovato un paio di occhiali di Minghella sulla scena del crimine. La sua cattura pone fine alla paura del “mostro” tra gli abitanti della periferia nord occidentale del capoluogo ligure dell'immediato entroterra, dove - nel giro di pochissimi mesi - sono stati trovati cinque cadaveri di donne.

Gli indizi contro Minghella appaiono subito consistenti: in quattro dei cinque delitti l'assassino aveva ospitato le vittime su automobili rubate; le donne erano state sodomizzate; dopo essere state spogliate e seviziate e i loro indumenti erano stati disseminati intorno ai cadaveri; le ragazze erano tutte in periodo mestruale.

Il 24 marzo 1981 - comincia il processo contro Minghella accusato degli omicidi di Anna Pagano; Maria Catena Alba; Maria Strabelli e Wanda Scerra,

In tutti e quattro i casi Minghella avrebbe adottato la stessa tecnica (uso della forza fisica) dopo aver sottoposto le ragazze a violenze carnali. A scatenare la furia omicida del giovane sarebbe stata, per sua stessa ammissione, la vista del sangue mestruale.

Per gli assassini di Maria Strambelli e Wanda Scerra l'accusa si basa su una confessione fatta da Minghella nel corso delle indagini sulla morte dell'ultima ragazza. Sei giorni dopo la confessione, però, Minghella ritratta ogni cosa, accusando la polizia di averlo malmenato. Accuse che l’imputato ripeterà in aula durante il processo.

Negli altri due casi il magistrato inquirente, all’epoca Gianfranco Bonetto, ravvisa negli indizi raccolti dalla polizia gli estremi per un rinvio a giudizio.

Su Minghella pesa inoltre il sospetto, seppur mai avvalorato da prove, di una partecipazione all'omicidio di una quinta donna, Giuseppina Jerardi, una prostituta strangolata in automobile l'8 luglio 1978.

Il 2 aprile 1981 - I giudici della corte d'assise di Genova riconoscono Maurizio Minghella colpevole dei quattro delitti di cui era accusato, condannandolo alla pena dell’ergastolo. Minghella dovrà trascorrere i primi sei mesi della sua reclusione a vita in isolamento diurno da scontare presso il carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro, sull’Isola dell’Elba.

Il 19 novembre 1981 - La corte d'Appello di Genova conferma l'ergastolo a Maurizio Minghella per l’omicidio delle quattro prostitute.

I giudici accolgono in pieno le richieste fatte dell’allora procuratore generale, Nicola Perrazzelli, respingendo le richieste degli avvocati del giovane imputato che ha continuato a proclamarsi innocente, i quali hanno imperniato la loro difesa sulla questione della totale o parziale capacità d’intendere e volere dell'imputato.

Il 9 gennaio 1982 - I difensori di Maurizio Minghella presentano ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna all’ergastolo, giudicata “carente e contraddittoria”. Gli avvocati Grammatica e Machiavelli analizzano in un’ottantina di pagine le varie fasi del processo. Ma la Cassazione respingerà il ricorso.

Il 10 settembre 1992 - a 14 anni dai fatti, il difensore di Minghella presenta un'istanza di revisione del processo alla Corte d'Appello del capoluogo ligure basata su una perizia grafica. Secondo l’avv. Enrico Franchini, il processo deve essere ripetuto perché una perizia grafica espletata dal consulente tecnico Anna Rajabaudi-Massiglia dimostrerebbe che le lettere tracciate sul corpo di una delle vittime, Anna Pagano, non furono scritte da Minghella.

Il 2 dicembre 1992 - la Corte d'Appello di Genova respinge l'istanza di revisione del processo a carico di Maurizio Minghella. La decisione sarà confermata dalla Cassazione. La vicenda giudiziaria di Minghella sembra definitivamente conclusa.

In carcere si è sempre proclamato innocente e negli anni Ottanta anche don Andrea Gallochiese la revisione del processo.

Nel 1995a 37 anni, dopo 17 anni di detenzione nel carcere di Porto Azzurro, all’Isola d’Elba, a seguito della sua condotta ineccepibile, ottiene la semilibertà e viene trasferito al carcere delle Vallette di Torino, Minghella entra, quindi, nella comunità di recupero di don Ciotti, in una delle cooperative del Gruppo Abele, dove lavora come falegname dalle 17 alle 22, avendo anche  il modo di trovare una compagna che nel 1998 gli dà un figlio.

24 febbraio 1999 – Gli avvocati chiedono una nuova richiesta di revisione del processo con un'altra perizia grafica eseguita sulle scritte che l'assassino vergò sul corpo di Anna Pagano, affermando: “Siamo convinti dell' innocenza di Maurizio Minghella e, per questa ragione, chiederemo la revisione del processo basandoci su fatti nuovi. La sentenza di ergastolo si è basata solo su perizie scarne, di basso livello che non condividiamo”. (avvocato Enrico Franchini).

Il Minghella, nel frattempo gode del regime di semilibertà.

Gli omicidi a Torino dal 2006 al 2001

Per tre di questi omicidi fu condannato a due ergastoli, ridotti a uno in appello nel settembre 2004.

Il 7 marzo 2001, Maurizio Minghella, ormai 44/enne, viene arrestato e perde i benefici della semilibertà ottenuti nel 1995 e torna in carcere con l'accusa di violenza e rapina ai danni di una prostituta ad Alpignano, nel torinese. In particolare, il giorno dopo la rapina, la donna racconta agli investigatori particolari importanti sul suo aggressore, tra cui la targa del motorino con cui era fuggito. Un dettaglio, risultato decisivo per rintracciare e arrestare Minghella. Inoltre nel corso dell’arresto a casa sua vengono trovati i cellulari delle vittime con il numero di matricola cancellato.

Nell’ambito di questa indagine emerge altresì la circostanza che il suo cellulare viene rintracciato nella zona di Pianezza a 15 da Torino, dove, il 9 febbraio 2001, venne uccisa la prostituta moldava Florentina "Tina" Motoc, 27 anni, madre di una bambina di due anni, massacrata a morte  al volto e al capo, in cui l’assassino, il Minghella, ha poi cercato di sbarazzarsi dei vestiti della ragazza accendendo un piccolo falò.

Conseguentemente, mentre era di nuovo in carcere, su di lui si appuntarono i sospetti degli investigatori per una serie di omicidi insoluti, tutti ai danni di prostitute, avvenuti nel Torinese dal 1996 all’inizio del 2001.

Nella primavera del 2001, recluso nel carcere delle Vallette, tenta di evadere fuggendo dalla lavanderia, ma riesce ad arrivare solo al primo muro di cinta.

Il 29 marzo 2001 - La polizia di Torino riapre i fascicoli di almeno dieci delitti di prostitute avvenuti a partire dal 1996.

Minghella inizialmente  è indagato solo per la morte di Fatima H'Didou, una prostituta marocchina uccisa nel maggio  23 maggio 97 a Caselette, nel torinese. La ragazza fu strangolata con un laccio di una tuta da ginnastica.

Lo stesso modo in cui venne uccisa la prostituta albanese Elly Isacu, trovata morta nei pressi della tangenziale sud di Torino, e una sconosciuta, sodomizzata e bruciata, a Reano nell'agosto '96. Un macabro rituale che si è ripetuto nel delitto più recente, quello della prostituta moldava Tina Motoc, massacrata, come detto sopra, a Pianezza nel febbraio 2001.

Il 13 aprile 2001, Maurizio Minghella viene ufficialmente indagato per sei omicidi e cinque rapine. Di fatto, è sospettato di avere ucciso, durante il periodo di semilibertà, alcune prostitute extracomunitarie (ma anche una italiana) a Torino e nella cintura.

Tra i delitti che gli vengono contestati vi è anche quello di Cosima Guido, detta Gina, 67 anni, soffocata il 30 gennaio 1999 nella sua garconniere nel pieno centro di Torino.

L’11 ottobre 2001 - Maurizio Minghella, riceve due ordini di custodia cautelare per omicidio, mentre per l’assassinio di altre otto prostitute è solo indagato. Allo stesso viene inoltre notificata un'altra ordinanza di custodia cautelare per violenza e rapina ai danni di altre 11 prostitute, quasi tutte extracomunitarie. Il sospetto, confermato in alcuni casi, è che le ragazze si siano salvate miracolosamente dalla furia omicida dell'uomo.

La polizia, analizzando tutti i delitti di prostitute avvenuti nel torinese dal dicembre del '95, è risalita a Maurizio Minghella.

In particolare, grazie all’esame del liquido seminale contenuto in un preservativo ritrovato sulla coscia della vittima, l'uomo riceve i due citati provvedimenti cautelari per l'omicidio del 1997 della prostituta marocchina Fatima H'Didou e quello della moldava nel febbraio 2001 di Tina Motoc, trovata in un canale lungo la tangenziale torinese dopo otto giorni. Secondo gli investigatori ad incastrare il serial killer sarebbero il telefono cellulare della ragazza moldava, usato dal Minghella e dai suoi familiari sin dal momento dell’omicidio, 9 febbraio 2001,  fino al giorno in cui è stato arrestato nonché  un paio di scarponi sui quali sarebbe stato trovato lo stesso terriccio del luogo dove è stato rinvenuto il cadavere. Inoltre, attraverso un altro cellulare di proprietà dell'uomo, la polizia ha avuto la certezza che l'ergastolano il giorno dell’omicidio fosse nella zona del delitto.

In quei giorni convulsi è più volte interrogato dagli inquirenti, e Maurizio Minghella si avvale della facoltà di non rispondere. Nei suoi confronti il pubblico ministero dell’epoca, Roberto Sparagna, chiede una perizia psichiatrica per conoscere se, al momento degli omicidi e le rapine, avesse la capacità di intendere e di volere.

A detta di coloro che lavoravano con lui nella cooperativa e degli operatori del carcere, si è sempre comportato correttamente, senza lasciare adito a nulla.

Un particolare, quest'ultimo, che può spiegare cosa è successo il 9 febbraio quando, una volta giunto nella cooperativa, Minghella disse nel pomeriggio di sentirsi male e gli fu concesso di tornare in carcere. L'uomo invece non lo fece e - secondo la polizia - andò ad uccidere Tina Motoc.

Nel febbraio 2002 - al nuovo processo Minghella non si presenta. Il suo avvocato, Gian Mario Ramondini, dice che rifiuta di difendersi, perché si sente vittima di un complotto ai suoi danni. In aula si presentano persone del mondo del volontariato per testimoniare in sua difesa. Ma il PM Roberto Sparagna ritiene di avere raccolto prove sufficienti per incastrarlo: i test del Dna, i riscontri incrociati, i riconoscimenti da parte di alcune donne.

La mattina del 2 gennaio 2003, rinchiuso nel carcere di Biella, si fa ricoverare per dolori al petto e al braccio nel pronto soccorso del capoluogo, riuscendo a fuggire da un bagno dello stesso. Viene catturato arrestato alle 22 dello stesso giorno nei pressi della stazione ferroviaria di Biella.

Il 9 gennaio 2003, l’evasione gli costa una condanna a dieci mesi di carcere e il trasferimento in un carcere di massima sicurezza.

Il 4 aprile 2003, gli vengono comminati due ergastoli e una assoluzione: è questa la sentenza emessa dalla prima sezione della Corte d'Assise di Torino a Maurizio Minghella per l'omicidio di quattro prostitute.

I giudici lo condannano all'ergastolo per l'uccisione di  Tina Motoc e a 30 anni ciascuno per gli omicidi di Fatima H’Didou e di Cosima Guido. Per effetto dell'art. 72 del codice penale queste ultime due condanne vengono riunite in un altro ergastolo.

Il serial killer viene invece assolto dall'omicidio di una donna trovata morta a Carmagnola e mai identificata. Minghella viene inoltre condannato ad oltre 130 anni di carcere per una dozzina di rapine e per spaccio di sostanze stupefacenti.

I giudici gli impongono infine il pagamento di un risarcimento alle parti civili di oltre un milione e mezzo di euro.

Il 5 maggio 2003 - Vengono disposti nuovi accertamenti dal sostituto procuratore Roberto Sparagna su Maurizio Minghella per gli omicidi di altre sette donne:

1.    Heriona Sulejmani (prostituta albanese di 16 anni, uccisa con un oggetto contundente e poi bruciata in un bosco fra Villarbasse e Reano);

2.    Atli Isaku (prostituta albanese di 22 anni, strangolata dietro un distributore di benzina a Torino);

3.    Maria Carolina Canavese (pensionata di 81 anni, strangolata nella sua abitazione di Torino),

4.    Nada Shehu (prostituta albanese di 22 anni, strangolata con una cintura, a Torino);

5.    Loredana Maccario (prostituta di 53 anni, strangolata nel suo pied-à-terre a Torino);

6.    Carolina Gallone (prostituta di 66 anni, strangolata in un appartamento a Torino)

7.    Floreta Skupe (prostituta albanese di 23 anni, strangolata nei pressi di Città Mercato di Rivoli).

Il 25 marzo 2004 - Dopo quasi un anno di indagini, l’inchiesta su tutti questi omicidi a carico di Minghella viene archiviata.

Il 30 settembre 2004 - La corte d’Appello di Torino conferma le condanne che Maurizio Minghella ha subito in primo grado, ma, per una complicata questione di procedura, la pena gli viene ridotta da due ergastoli ad uno.

L’8 giugno 2005 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Mario Sossi, conferma la condanna all'ergastolo.

L’ultimo dei provvedimenti adottati è recentissimo ed è quello della condanna ad altri 30 stabilita il  7 dicembre 2017 dalla Corte d’Assise di Torino che ha ritenuto il Minghella colpevole per l’omicidio di Floreta Islami, una prostituta albanese strangolata nel pomeriggio del 14 febbraio 1998 a Rivoli. È stato l’esame del DNA trovato sulla sciarpa di lana utilizzata per strangolare la vittima.

Ricapitolando gli omicidi accertati tra il 1996 e il 2001 per cui è stato condannato:

1.    23 maggio 1997, strangola con il laccio di una tuta da ginnastica a Caselette la prostituta marocchina di 27 anni Fatima H'Didou, dopo averla picchiata e violentata.

2.    14 febbraio 1998 a Rivoli, nel torinese, strangola con una sciarpa la prostituta albanese Floreta Islami, di 29 anni, la cui responsabilità gli è stata attribuita anni dopo.

3.    30 gennaio 1999 strangola con un foulard la prostituta originaria di Taranto di 67 anni Cosima Guido, detta "Gina", nell'appartamento dove riceveva i clienti in largo IV Marzo, nel centro di Torino. Sulle scale del pied-à-terre della donna vengono ritrovati due pezzi di carta assorbente da cucina con tracce biologiche di Minghella.

4.    9 febbraio 2001, viene uccisa, percossa brutalmente al volto e al capo, la prostituta  moldava Florentina "Tina" Motoc, 27 anni, madre di una bambina di due anni, nella circostanza il Minghella ha poi cercato di sbarazzarsi dei vestiti della ragazza accendendo un piccolo falò.

Si evidenzia che il suo secondo modus operandi è completamente differente dal primo, non opera più nel suo  habitat naturale genovese, ha poco tempo per uccidere dalle 17 alle 22  e quindi sceglie come prede le prostitute poiché sono obiettivi semplici per dar sfogo ai propri impulsi omicidiari. Gli omicidi si caratterizzano comunque da modalità simili e per ovvie ragioni della stessa fascia oraria (tutti dopo le 17), ed inoltre  le tracce di DNA, impronte complete o parziali ritrovate nei luoghi dei delitti portano la polizia ad arrestarlo

Nei processi è stato nuovamente oggetto di perizie, e l’imputato è stato riconosciuto soggetto “cluster B”, termine che definisce il “disturbo istrionico di personalità, un quadro di personalità caratterizzato da emotività eccessiva e caricaturale e dalla ricerca di attenzione”. L’uomo avrebbe il pressante bisogno di sentirsi forte e dominante, bisogno però frustrato nel rapporto con l’altro sesso al momento della sua realizzazione fisica.

Si narra che solo una donna sia riuscita a salvarsi dalla furia omicida di Minghella per un'intuizione psicologica. Il "mostro di Torino", infatti, sente la necessità di essere sempre gratificato sotto l'aspetto sessuale: la sua mascolinità non deve essere mai messa in discussione. La donna che riesce a mettersi in salvo gli dice: "Tu sei un vero uomo, vorrei essere la tua donna". Al momento è rinchiuso nel carcere di Pavia.

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