Gli omicidi del Tylenol

| Sette morti per aver ingerito un farmaco da banco manomessi con il cianuro. Un caso di cronaca tutt’ora irrisolto, che ha cambiato le regole per le confezioni dei medicinali

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Di Germano Longo
Nel settembre del 1982, Chicago è sconvolta da una serie di morti misteriose: sette persone, nel giro di pochi giorni, muoiono per aver ingerito delle pillole di “Tylenol Extra Strenght”, un comunissimo farmaco analgesico a base di paracetamolo utilizzato per curare banali raffreddori e influenze.

Sono le analisi ad appurare che le confezioni erano state manomesse da qualcuno che aveva iniettato nelle pillole potenti dosi di cianuro. All’appello, conclusi gli accertamenti, manca solo un colpevole: le indagini portano a concentrare i sospetti su James Lewis, un uomo che a pochi giorni dalla strage aveva tentato di estorcere un milione di dollari alla “Johnson & Johnson”, l’azienda produttrice del farmaco. L’uomo nega gli omicidi, trincerandosi dietro un alibi di ferro, contro cui i sospetti finiscono per arenarsi: perché fosse efficace, il cianuro iniettato nelle pillole doveva essere consumato entro pochi giorni, e lui nelle settimane degli omicidi non era a Chicago, ma a New York. Le indagini, per quanto accurate, non riescono a stabilire se l’uomo inquadrato da una telecamera di sicurezza di un supermercato sia Lewis, sospettato di essersi spostato attraverso gli stati, ritagliandosi il tempo necessario per manomettere le confezioni e tornare indietro.

Nel 2009, la polizia fa nuovamente irruzione nell’abitazione dell’uomo a Cambridge, in Massachussets, affermando di avere nuove segnalazioni a carico dell’uomo. Ma così non è.

Il caso esplode con forza il 29 settembre 1982, quando Adam Janus, un giovane postino, muore per quello che viene classificato come un infarto. Un paio di giorni dopo, la scena si ripete con Stanley, uno dei fratelli di Adam, che si accascia a terra in preda a spasmi di dolore, e ancora con Teresa, sua moglie, anche lei morta nello stesso identico modo a breve distanza.

Interviene la polizia e mentre le autorità mettono in quarantena la casa, sospettando un problema di avvelenamento per qualche sostanza prodotta all’interno, i familiari delle tre vittime scoprono che i loro cari avevano ingerito delle pastiglie di Tylenol.

Nel giro di 24 ore, la Johnson & Johnson ritira dal mercato 31 milioni di confezioni del farmaco, crea a proprie spese una campagna di comunicazione per informare l’opinione pubblica, si mette a disposizione della polizia e offre una ricompensa di 100mila dollari a chiunque permetta di identificare il colpevole. Fra le confezioni tornate in azienda e controllate una per una, altre 10 risultano manomesse. La fermezza della Johnson & Johnson passa alla storia come il “miglior caso di gestione di una crisi”: a guidarla in modo encomiabile è Jim Burke, allora CEO del colosso farmaceutico, che non si nega a qualsiasi trasmissione e apre ai media gli stabilimenti dove si produce il farmaco.

Ed è proprio per gli omicidi del Tylenol, che la “Food and Drug Administration” ha cambiato le confezioni dei farmaci imponendo scatole con lembi incollati, un anello di plastica di sigillo intorno al collo dell’astuccio e capsule solide al posto di quelle che contengono polvere.

Ma il caso del 1982 resta comunque irrisolto: le morti di Mary Kellerman, 12 anni, Adam Janus e suo fratello Stanley, di 27 e 25 anni, Theresa, la moglie di Stanley, 19 anni, Mary Reiner, 27, Mary McFarland, 31, e Paula Prince, 35, da quasi quarant’anni restano senza un colpevole.

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