"Bossetti innocente, assassino libero"

| Il fronte innocentista che ritiene ingiusta la condanna di Bossetti all'ergastolo invade il web. Analisi degli elementi in difesa del muratore di Mapello. L'omicidio consumato in palestra, poi i depistaggi. Timeline

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di GERMANO LONGO e MASSIMO NUMA

 

Massimo Bossetti scrive dal carcere di essere innocente e sembra non rassegnarsi al “fine pena mai”. Ebbene, qualsiasi psicologo esperto di carceri potrebbe tranquillamente spiegare che, l’assassino per caso, cioé un uomo non strutturato per uccidere ma che - per una serie di circostanze - si è trovato ad esserlo, molto spesso, finita la battaglia giudiziaria in cui ha tentato di sottrarsi alle sue responsabilità, dentro di sé finisce per accettare quella che è una punizione proporzionata a quanto commesso.

Non è il caso del muratore di Mapello, che continua a ritenersi, con toni assai accorati, del tutto innocente. Ma quali sono gli argomenti con cui afferma una verità negata ai giudici? Tentiamo di riassumerli in modo sintetico.

Per cominciare, sappiamo che il suo Dna è stato trovato sugli slip della ragazzina e questo fatto, da solo, lo ha portato all’ergastolo. Ma i suoi difensori prescindono da questo aspetto, ritengono che Yara sia stata uccisa da qualcuno, maschio o femmina, all’interno della palestra da cui uscì la sera del delitto, ma senza mai essere ripresa da una video-camera di sicurezza. In sostanza, sarebbe stata vittima di un’aggressione all’interno,  o di una lite improvvisa. L’assassino, o l’assassina, partendo dall’ipotesi che si trovassero all'interno del bagno della struttura dopo la ginnastica, avrebbe rivestito con cura il corpo della ragazza, ferita ma non morta, per poi caricarlo su un’auto e infine abbandonarlo in un prato a pochi km dalla palestra.

Non c’è stata violenza sessuale, mentre viene fatto sparire il telefono della vittima ma non la Sim. Perché Yara, a tarda sera, sarebbe salita sul furgone di uno sconosciuto? Da lì avrebbe inviato un messaggio a un amica, ricordandole l’ora di un appuntamento. Non sono le parole di una ragazza rapita o spaventata, osservano gli innocentisti, ma quelle di una persona in compagnia di chi conosce bene e si fida, oppure di un assassino che invia quel messaggio a un’amica che a sua volta conosceva, per depistare le indagini? Ma come poteva Bossetti conoscere l’amica di Yara?

Le ferite, per come sono state inferte, fanno pensare agli esiti di una lite improvvisa, osservano. Il furgone del muratore è pieno di attrezzi pronti a trasformarsi in armi micidiali, vanghe, picconi, pesanti martelli. Perché abbandonarla ancora viva in una zona non poi così isolata, con il rischio che si potesse risvegliare e chiedere aiuto e rivelare il nome del suo aggressore? Sarebbe più un comportamento, anziché quello di un assassino adulto e consapevole, di ragazzini in preda al panico.

Alla procura viene rimproverato di non avere adeguatamente battuto le piste alternative. Sotto le unghie di Yara c’erano frammenti di pelle ma non era di Bossetti; sul corpo oltre 200 fra peli, capelli e tracce umane, ma nessuna dell’imputato. Come è possibile? Gli spostamenti del muratore “col pizzetto” che, secondo il fratello di Yara, la “terrorizzava” non sono poi così coerenti, per ore e percorsi, con la tesi dell’accusa. Se la vittima ha consumato un pasto (secondo l'autopsia) un’ora prima del presunto rapimento, la lancetta dell’orologio andrebbe spostata anche di 60 minuti per definire l’ora dell’aggressione, ma per quell’arco di tempo Bossetti era al lavoro e il suo alibi è coperto. Il fatto che l’assassino abbia lasciato la Sim del telefono di Yara ma si sia preso l'apparecchio per farlo sparire sarebbe il frutto di un comportamento ancora una volta più da coetanei inesperti che l'azione di un killer spietato, crudele e soprattutto adulto. Sul quel telefono sarebbero state impresse le impronte dell’assassini, mentre l’analisi della Sim avrebbe rivelato solo orari di chiamate e messaggi. E il Dna? Il fatto che non sia stata concessa all’imputato una controprova renderebbe inutile e vago il primo accertamento. Queste, le tesi della difesa. Crederci o no, è una scelta di ciascuno. Che si può condividere ma anche no.

 

LA TIMELINE DEL CASO DI YARA GAMBIRASIO

Venerdì 26 novembre 2010

Alle 18:44, Yara Gambirasio, 13 anni, lascia il Centro Sportivo di Brembate di Sopra, nel bergamasco, dove si allena in ginnastica ritmica. La palestra dista da casa 700 metri. Alle 18:55, il suo cellulare aggancia la cella telefonica di Mapello, a tre km da Brembate. È l’ultimo segnale.

Domenica 5 dicembre 2010

A bordo di una nave diretta a Tangeri, in Marocco, viene fermato Mohammed Fikri, operaio marocchino che ha lavorato in un cantiere di Mapello dove i cani molecolari fiutano le tracce di Yara. L’uomo sarà rilasciato dopo pochi giorni: sul suo capo si erano concentrati i sospetti per un errore nella traduzione di un’intercettazione telefonica.

Sabato 8 gennaio 2011

Arriva agli inquirenti una lettera anonima che indica nel cantiere di Mapello il luogo dove si trova il corpo di Yara. La lettera non è ritenuta attendibile: il cantiere è stato ispezionato più volte e le segnalazioni di mitomani sono centinaia.

Sabato 15 gennaio 1011

Diego Locatelli, sindaco di Brembate, invita i media ad allentare la morsa sul paese, ma è troppo tardi: il mistero della scomparsa della piccola Yara riempie ormai le cronache di tutt’Italia.

Sabato 26 febbraio 2011

A tre mesi dalla scomparsa, il corpo di Yara viene ritrovato in modo del tutto casuale da un aeromodellista in un campo di Chignolo d’Isola, a 10 km da Brembate. Il corpo della ragazzina presenta diversi colpi inferti con un oggetto metallico, presumibilmente una pala: sul cadavere un profondo trauma cranico, una ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio sul corpo, considerate non letali. Non sembrano apparire segni di violenza carnale.

Sabato 28 maggio 2011

È il giorno dei funerali di Yara Gambirasio: un corteo formato da migliaia di persone parte dal Centro Sportivo di Brembate di Sopra. La funzione è celebrata dal Vescovo di Bergamo Francesco Beschi, e durante la funzione viene letto un messaggio del presidente della Repubblica.

Mercoledì 15 giugno 2011

La polizia scientifica isola una traccia di Dna maschile sugli slip e i leggins della ragazzina. A differenza di quelli esaminati fino a quel momento, è ritenuto non suscettibile di contaminazione casuale. Per gli investigatori è il Dna di “Ignoto 1”, l’assassino, non incluso nei 2.500 profili genetici controllati fino a quel momento. La polizia scientifica inizia il campionamento dei frequentatori della discoteca “Sabbie Mobili”, a poche centinaia di metri dal luogo del ritrovamento del corpo. Nel corso degli anni, il totale dei campioni di Dna raccolti supererà i 22.000.

Martedì 18 settembre 2012

È proprio attraverso il profilo genetico di un frequentatore della discoteca (estraneo ai fatti) e risalendo al ramo familiare, che la scientifica arriva al nome di Giuseppe Guerinoni, autista deceduto nel 1999 e probabile padre di “Ignoto 1”. Il suo Dna è estratto da una vecchia marca da bollo della patente, ma i controlli sul nucleo familiare non portano a nulla. Per gli investigatori, Guerinoni aveva un figlio illegittimo.

Giovedì 7 marzo 2013

Su disposizione della procura, viene riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni per ulteriori accertamenti.

Giovedì 10 aprile 2014

L’analisi dell’anatomopatologa Cattaneo conferma la corrispondenza del Dna ritrovato sugli indumenti di Yara con quello di Guerinoni. È solo grazie a confidenze di paese, che parlano di una relazione segreta di Guerinoni con Ester Arzuffi, una donna madre di due figli fra cui Massimo Giuseppe Bossetti, che la polizia si mette sulle tracce di quello che ormai considera più di un semplice sospettato: con lo stratagemma di un alcol test stradale viene prelevato un campione del suo Dna che, come sarà appurato da lì a poco, con una probabilità del 99,87% corrisponde a quello di Ignoto 1.

Ad aumentare i sospetti verso Bossetti è anche l’esame delle telecamere di sorveglianza della zona, che mostrano il suo furgone Iveco passare ripetutamente davanti al Centro Sportivo di Brembate di Sopra nelle ore della sparizione di Yara.

Lunedì 16 giugno 2014

I carabinieri fanno irruzione nel cantiere dove lavora Massimo il carpentiere Massimo Bossetti, 44 anni, sposato e padre di due figli. L’uomo, portato via in manette, si dichiara innocente.

Martedì 6 gennaio 2015

Rinchiuso in carcere da 200 giorni, il carpentiere di Mapello lancia un appello attraverso il suo avvocato: “Non sono un mostro e non confesserò mai un delitto che non ho commesso”.

Venerdì 13 marzo 2015

Respinto il quinto ricorso della difesa che chiedeva la scarcerazione di Bossetti.

Giovedì 23 aprile 2015

A pochi giorni dall’udienza preliminare, sulla vicenda arriva un colpo di scena: nella memoria del cellulare di Yara, oltre ai 9 numeri salvati, gli inquirenti ne scoprono altri 79 memorizzati sulla scheda Sim e accessibili solo attraverso un pin di protezione. Molti dei titolari delle utenze, contattati uno per uno, dicono di non aver mai conosciuto Yara.

Venerdì 3 luglio 2015

A Bergamo si apre il processo a carico di Massimo Bossetti, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Il pm Letizia Ruggeri chiede l’ergastolo e almeno sei mesi di isolamento diurno, i legali del muratore ribattono chiedendo l’assoluzione: secondo la loro tesi, la traccia di Dna mitocondriale non corrisponde al loro assistito, oltre ad essere stata prelevata in un ambiente “contaminato”.

Venerdì 1 luglio 2016

Massimo Bossetti viene condannato in primo grado all’ergastolo, riconoscendogli anche l’aggravante della crudeltà, con un risarcimento alla famiglia Gambirasio di 1,3 milioni di euro e la perdita della patria podestà dei suoi tre figli. Oltre alle prove, pesano la naturale inclinazione dell’imputato alle bugie, l’assenza di un alibi e soprattutto la “prova regina”, il Dna su cui si basa per intero l’impianto accusatorio. Bossetti viene assolto dall’accusa di calunnia nei confronti di un collega su cui aveva tentato di concentrare i sospetti.

Venerdì 30 giugno 2017

Prende il via il processo di secondo grado davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia.

Martedì 18 luglio 2017

Dopo 15 ore di camera di consiglio, la corte d’Assise d’Appello di Brescia conferma l’ergastolo per Massimo Bossetti.

Domenica 29 aprile 2018

Ester Arzuffi, 71 anni, mamma di Massimo Bossetti, muore all’ospedale di Ponte San Pietro, dopo aver combattuto contro un brutto male.

Venerdì 12 ottobre 2018

Anche la Corte di Cassazione, nel terzo grado di giudizio, conferma l’ergastolo per Massimo Giuseppe Bossetti. Dovranno passare almeno sei mesi prima di poter presentare ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

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