Gli antagonisti contro il G7 Economia "Provocare uno stato di guerriglia urbana"

| Il pericolo arriva dall'area autonoma dei centri sociali ma l'appello a una mobilitazione di lotta europea è fallita. E lo Stato prepara il fortino di Venaria

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E' assai difficile prevedere, in eventi di grande dimensioni, come il prossimo G7-Lavoro e Economia in programma a Venaria a fine settembre, se ci saranno o no - detto molto semplicemente - scontri di piazza dopo la lunga mobilitazione delle aree antagoniste italiane europee che esprimeno un netto dissenso verso i temi proposti per superare la crisi. Il G20 di Amburgo segna una displuviale, con le catene di scontri, con feriti e centinaia di arresti. In Germania lo scopo dei movimenti, di catalizzare l'attenzione dei media sulla protesta, era perfettamente riuscito. Con le delegazionI dei Paesi partecipanti bloccate negli alberghi e la città blindata, quasi off limits. L'idea dell'area autonoma dei centri sociali sarebbe questa, replicare quel modulo. Anche se gli echi dei processi in corso ad Amburgo, con condanne severe e processi rapidi ai danni degli antagonisti fermati (compresi alcuni italiani) ha lasciato il segno, anche se nessuno lo ammetterà mai. 

Intanto, a Torino, la decisione di spostare i lavori dal Lingotto, in pieno centro, a Venaria, con epicentro la Reggia, ha di sicuro depotenziato le velleità di mettere al centro del G7 la guerriglia urbana. Molto sommariamente, sarà istituita una zona rossa a geometria variabile, perché dovrà tenere conto dei commercianti, dei residenti, persino di ospedali e case di cura. dove - oggettivamente - è impossibile creare una cintura invalicabile. Ci saranno 1400 poliziotti, carabinieri, finanzieri, vigili urbani non solo di Venaria. Poi le forze speciali, snipers, le sezioni scorte di mezza Italia, i reparti mobili della polizia e i battaglioni di ordine pubblico. Elicotteri, droni, robot anti-terrorismo di ogni tipo. Più le delegazioni della Security dei 7 grandi, compresi uomini e donne dei servizi segreti, italiani compresi. Una mobilitazione imponente e, in teoria, invalicabile, con uno sguardo soprattutto rivolto non certo ai pochi antagonisti torinesi ma soprattutto al terrorismo di matrice islamica. 

Gli antagonisti, concentrati nel centro sociale Askatasuna, un'idea però ce l'hanno. Quella di partire con un corteo da Torino, direzione Venaria, e portare a casa un conflitto di medio/bassa intensità nel pianificato tentativo di raggiungere i luoghi dei convegni, ma comunque in grado di strappare titoli sui media e passerelle in tv. A loro, il contro G7 della sinistra radicale ma istituzionale, in programma ai Murazzi proprio non interessa. Cadrà nel vuoto pneumatico, mentre chi vuole e cerca il conflitto sta elaborando tecniche diversive. Una delle quali sarà frantumare la testa del corteo in piccoli gruppi, in grado di infrangere la zona rossa in modo da portare la protesta sotto i riflettori. Come? Utilizzando vie interne, collegamenti interni ai quartieri, passaggi liberi da un fabbricato all'altro dei quartieri coinvolti. Con fantasia e duttilità, improvvisando e approfittando di eventuali smagliature nel sistema di sicurezza. In questi giorni, durante il campeggio No Tav di lotta, celebratosi a Venaus con iniziative di contrasto al cantiere veramente poco partecipate e di bassissima criticità, è stata affrontata invece l'operazione G7, con rappresentanti di rilievo dell'area autonoma italiana. Gli europei, ahimè, non c'erano. Non hanno risposto all'appello martellante di mobilitazione, inviato su social e chat interne a partire dal marzo scorso. Caduto nel nulla. Se ci saranno avanguardie francesi, greche, spagnole, tedesche e austriache, saranno una minoranza. Non si riesce - e lo dicono - con rammarico - ad esportare il brand italiano fuori dai nostri confini e questo G7 Economia sembra partire sotto tono, mancheranno gli elementi di punta dell'odiato sistema capitalistico delle multinazionali, il vecchio Sim delle Brigate  Rosse. Tanto è bastato a rendere meno appetibile una trasferta in massa di black bloc e di provocatori di professione. Ci si potrebbe domandare perché mai, gli incidenti, sono diventati un core business anche per i modesti capi e capetti torinesi degli autonomi; perché, in una crisi vocazionale e di perdita di appeal dei movimenti tra i giovani, è l'unico modo per dimostrare di esistere ancora, complici i meccanismi dei media, che non disdegnano le emozioni forti, chissamai vetrine rotte, autobruciate o la solita insegnante di filosofia ultraquarantenne con il naso rotto da una manganellata della polizia. Che indigna tanto la vecchia e nuova sinistra, con rare eccezioni.
La crisi degli antagonisti in genere, anarchici compresi, è la mancanza di turnover tra gli attivisti militanti; l'età media avanza inesorabile, molti abbandonano, come direbbe Guccini, "s'è sposato o fa carriera ed è una sorte un po' peggiore…". E' un bilancio triste, quello di Askatasuna e compagni vari. La vertenza No Tav, la famosa frattura nel sistema, l'unica lotta di popolo orizzontale e non eteroguidata dai soliti partiti, si va spegnendo mese dopo mese, tra un tripudio di processi, condanne e risarcimenti ad personam. Nell università, le elezioni, le vincono le liste moderate; le attività sociali di Askatasuna rischiano di chiudere per mancanza di partecipazione. Meno male che il Comune continua a pagare le utenze del centro sociale, o comunque a dare un aiuto concreto, altrimenti, invece di morire per un sgombero in chiave repressiva, il palazzo rosso di corso Regina Margherita chiuderebbe per "cessata attività". O per fallimento. Il risultato è eguale. 


Tanto per dare un'idea della piattaforma di lotta, fermiamoci a un documento di giugno, elaborato nella Cavallerizza, lo spazio abusivamente occupato dagli autonomi dell'ala radical-chic in pieno centro. "…Gli interventi hanno sottolineato la necessità di intercettare la voglia di riscatto e di contare che si aggira nel paese in un momento in cui la possibilità che la risposta arrivi dalle istituzioni si sta affievolendo sempre di più. Da qui la necessità di intercettare una parte della città ancora non inclusa in questo percorso. Se i vari G7 sono sempre più un rituale stanco per i padroni del mondo, visibilmente incapaci di dare una risposta sistemica alle contraddizioni che viviamo ogni giorno, è stata messo in avanti come si tratti di un'occasione su cui scommettere per far intendere un altro discorso all'interno di una crisi che è anche una crisi di senso. Questo discorso dovrebbe essere soprattutto una presa di parola a partire dalle condizioni di vita e di (non) lavoro che cerchi di rompere l'isolamento e affermare l'insopportabilità del presente che viviamo tutti…". Si riparta di "classe lavoratrice"; "…Da qui la necessità di guardare alla classe lavoratrice in senso ampio vedendo spiragli di possibile ribaltamento anche a partire da quelle nuove figure sociali che abitano il nostro contesto metropolitano. È stata sottolineata da più parti la necessità di dare una copertura sindacale almeno regionale alle giornate di mobilitazione che ha ricevuto una prima disponibilità da parte dei sindacati di base presenti come anche l'importanza di dare spazio in una delle giornate a un protagonismo giovanile e studentesco…Il summit è effettivamente "indifendibile" come dicono loro ma non si tratta certo di ordine pubblico: sono le loro politiche, le loro facce e il loro vertice ad essere impossibili da far passare in una città con disoccupazione giovanile record e una crisi industriale ancora in atto. Ciò che fa paura è una mobilitazione ampia, radicata e radicale che punti il dito contro i responsabili delle miserie di tutti. Su questo punto non possiamo certo rassicurarli: è proprio quello che stiamo preparando" . Sintesi finale: poche idee ma confuse.

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