Le nuove accuse del "tragediatore" Agresta "Altri morti nella black list dei calabresi"

| Ritratto dei pentiti del processo a Rocco Schirripa, condannato all'ergastolo in Assise a Milano per il delitto Caccia

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Nell'aula della prima sezione della Corte d'Assise di Milano s'è concluso il processo sull'omicidio del procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 a Torino da killer dell'ndrnagheta. L'unico imputato Rocco Schirripa, 66 anni, è stato condannato all'ergastolo, secondo la richiesta del pm Marcello Tatangelo. Su tutti gli aspetti di questo processo controverso, sarebbe necessario un ulteriore approfondimento, sui protagonisti di mesi di dichirazioni in aula. Qui cerchiamo di evidenziare alcuni passaggi fondamentali, aproposito dei pentiti. Come Domenico "Micu" Agresta. Che ha già dvelato altri due delitti legati avvenuti nell'orbita del clan Belfiore. Con un potenziale pericolosissimo per gli equilibri mafiosi. Potrebbero scaturire nuove guerre di racket proprio, qui, nel Nord Ovest. Se mai qualcuno avesse ancora dubbi sull'esistenza o no dell'altissimo livello di infiltrazione e radicamento delle cosche mafiose di origine calabrese nel tessuto sociale, produttivo, politico-economico del Nord Ovest, dopo la deposizione fiume del pentito dell'ndrangheta Domenico "Micu" Agresta, 28 anni di Buccinasco - , quei dubbi, non ci sono più. Spazzati via da una lucida e coerente ricostruzione di trent'anni di mafia, passata pressoché indenne in più di trent'anni di storia. Lo scenario è il processo Caccia (il procuratore ucciso il 26 giugno 83 a Torino) che si celebra in un un'aula della prima sezione della Corte d'Assise di Milano. Sul banco degli imputati c'è - per ora - il solo Rocco Schirripa, manovale del racket accusato di avere fatto parte, il 26 giugno 1983, del commando che uccise l'allora procuratore capo Bruno Caccia. Agresta testimonia in video-conferenza, di spalle, anche se il difensore di Schirripa, Mauro Anetrini, lo vorrebbe invece a volto scoperto, subito bloccato dal presidente della Corte Ilio Mannucci Pacini, dopo la protesta di Fabio Repici, avvocato della parte civile. Nei mesi scorsi sono sfilati i boss dei catanesi. Il più importante, pentito da decenni, è Francesco Miano che, tra una selva di non so , non ricorso, è riuscito a confermare che effettivamente Domenico Belfiore gli disse che ad uccidere il magistrato erano stati loro, i calabresi. I comprimari del processo Caccia hanno ascoltato con attenzione il pentito durante le videoconferenze. Nelle pase, lo hanno definito un "tragediatore" con seri problemi di natura nervosa. "In carcere pretendeva che gli facessi io la cucina- racconta sorridente un narcotrafficante che ha condiviso con lui tre anni di galera - perchè era il figlio del capo. A un certo punto gli ho detto di piantarla lì, che se volva mangarie bene ci pensasse da solo. E lui? Inizò a darsi da fare con i fornelli, anche per me. Altro che boss...".

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