Paolo Giordana, ascesa e caduta dell'uomo che ha "inventato" la sindaca

| Non è mai stato grillino, ma neanche di destra, sinistra e centro: ritratto di un personaggio che alla ribalta ha sempre preferito l'ombra del potere

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Parola d'ordine: sminuire, far finta di niente. È l'imperativo di queste settimane nel serrate le file dei vertici del Movimento 5 Stelle, ancora alle prese con la tegola Paolo Giordana, caduta sulla testa della sindaca Appendino, costretta a dire addio al suo uomo più fidato. Si è dimesso e non ha rubato nulla, anzi, ha detto addio alla carriera per "soli" 90 euro, ripetono come un mantra tutti i pentastellati, da Grillo in giù, ben sapendo che l'esame delle urne siciliane si avvicina e certe cose nel chiuso delle cabine elettorali finiscono sempre per avere un peso specifico. Perché gli italiani hanno una lunga esperienza in materia: dal dopoguerra a oggi, il problema di questo popolo non è neanche più sapere l'esatto ammontare del denaro che manca, ma qualcosa di molto più sottile e amaro: credere o meno a chi giura che certi esercizi di potere riguardano un passato da seppellire. E serve a poco anche ricordare che Giordana ai Cinquestelle non ha mai aderito, perché dati alla mano, è stato lasciato totalmente libero di accentrare su se stesso poteri a cui un colore politico è un inutile ingombro.

Ma nel crepuscolo di Giordana pare si nascondano altri malumori che covano sotto la cenere pentastellata da un po', e che la marachella dei 90 euro sia finita per diventare un grosso favore ai grillini, ancora una volta lesti ad issare in piazza il patibolo del "chi sbaglia paga ed è fuori" per liberarsi di una presenza ormai troppo ingombrante per l'intero Movimento.

Sul tavolo, uno sull'altro, ci sarebbero tutti i "fuoripista" di Paolo Giordana: dalla devastante edizione dello scorso anno di "Natale coi Fiocchi", con un escamotage giuridico assegnata alla CAT, neonata Confederazione Artigiani di Torino e Provincia, ma gestita così male da indurre il Comune a chiedere 50 mila euro di danni per inadempienze, alla delicata questione dei 5 milioni di euro glissati dal bilancio comunale, per finire con il coinvolgimento in prima persona di Giordana nella sciagurata notte della finale di Champions League, quell'incredibile summa di un'impalpabile leggerezza organizzativa costata la vita a una donna e con migliaia di feriti che pretendono colpevoli, giustizia e risarcimenti.

L'uomo in regia

Un antipatico di successo, indigesto in modo trasversale a tutti, dalla base grillina agli assessori, ma per molti il sindaco ombra di Torino. Paolo Giordana approda in politica seguendo Ferdinando Ventriglia, capogruppo di AN in Sala Rossa, esperienza che non gli vieta di entrare nella squadra di Paolo Peveraro, assessore al bilancio della giunta Chiamparino, e subito dopo nei gangli dello staff elettorale di Piero Fassino, che diventato sindaco sceglie di privarsene. Nel 2013, Giordana trova rifugio nelle file del movimento di Oscar Giannino, che dalle urne raccoglie ben poco, ma la vera svolta arriva con la giovane e rampante Chiara Appendino. Paolo Giordana si trasforma in un talent scout che guida la candidata grillina verso la poltrona di sindaco, sbaragliando addirittura Fassino e tutta la sinistra, che dopo 23 anni ininterrotti di giunte pensavano ancora di scivolare sul velluto.

Per cominciare, il premio per Giordana è la nomina di capo di gabinetto, a cui si aggiunge una delibera (la numero 04272/004), con cui la Appendino assegna a Giordana  il controllo di più di mezzo Comune.

Classe 1976, ex seminarista, abbandona la carriera sacerdotale per la chiesa ortodossa: ama farsi chiamare "il don", anche se per qualcuno è "Rasputin" e per altri "Richelieu". Grande appassionato di storia e tradizioni piemontesi, di teologia e musica barocca, padre giornalista e madre funzionaria in Regione, lascia Palazzo Civico con la resa delle armi della sua creatura: "Nessun sostituto per Paolo Giordana".

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