Processo Caccia, l'ombra dell'ergastolo

| Prima parte in Assise a Milano le richieste contro l'unico imputato Rocco Schirripa. Per l'accusa faceva parte del commando

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Una requisitoria-fiume quella del pm Marcello Tatangelo nell'udienza iin Assise a Milano. Per dimostrare che l'unico imputato, Rocco Schirripa, 64 anni, era nel commando che, la sera del 26 giugno 1983, uccise con una pioggia di proiettili esplosi da "almeno due pistole". "Non sappiamo con quale ruolo,  se ha sparato, guidato l'auto o fatto il palo". Ma Schirripa, un "soldato"di Domenico Belfiore, il boss dei calabresi condannato all'ergastolo pianificatore dell'attentato, costretto a rivolgersi a lui poiché gli altri più qualificati del gruppo di fuoco non erano a disposizione poiché in carcere o non disponibili a sostenere un ruolo nel delitto.

Prima ancoraTatangelo ha affrontato, lungamente con una minuziosa ricostruzione di quel lontano periodo storico, tra racket e terrorismo, la complessa questione delle piste alternativa a quella che portava a Belfiore. Con qualche efficace colpo di teatro. Come quando ha spiegato ai giudici popolari che il boss, alleato con il clan dei Catanesi, spiegava al suo pari grado, Francesco Milano, che Caccia "andava ucciso". Perché? "C'è l'ha con noi, i nostri amici magistrati non possono fare nulla  perché lui non è avvicinabile in alcun modo". La procura punta a stroncare gli affari del racket. E gioca "sporco". Proprio nei confronti della punta di diamante della cosca, quel Placido Barresi. cognato di Belfiore, tenuto in carcere "ingiustamente". Insomma, un circuito perverso, con un esito fatale. I catanesi, dice il pm, si tirarono indietro ma Belfiore no. E il procuratore, lungamente seguito, fu ucciso.

Tatangelo spazza via i dubbi e le ombre, sollevate a più riprese dalla parte civile, sui colleghi che indagarono allora sul delitto. "La procura di Torino - ha detto il pm alzando la voce e scandendo le parole una ad una - mov ha mai piegato la schiena, nonostante la morte del capo dell'ufficio….si continuò a indagare senza paura, nessuno si arrese nemmeno di fronte a un'Italia devastata dal terrorismo, ogni tre giorni un uomo delle istituzioni veniva ucciso, un magistrato, un giornalista, un poliziotto o un carabinieri…e da uomini anche più giovani di Domenico Belfiore". Già. Allora il boss aveva solo 29 anni. Pochi per uccidere un procuratore scomodo? "Abbastanza - precisa il pm - per portare a termine la soluzione finale. I moventi sono molteplici, posso essere di più di quelli noti ma a decidere sono i calabresi di Belfiore".

Tatangelo si è rivolto ai giudici: "Voi sarete i giudici del quarto grado, dovrete valutare di nuovo gli elementi di prova che hanno portato alla condanna di Belfiore come mandante….quella sentenza di ergastolo è corretta…Fu il solo mandante dell'omicidio,con un movente che resta ancora solido e forte: Caccia era incorruttibile e aveva messo il naso negli affari del racket, per questo lo hanno ucciso".

 

Il pm, nell'ultima parte della prima parte della sua requisitoria, ha affrontato il tema dei pentiti: "Non basta essere credibili, ma nel nostro ordinamento sono necessari i riscontri processuali". Nel mirino il pentito Vincenzo Pavia. Per l'accusa le sue dichiarazioni hanno un valore di "grande importanza probatoria". Pavia infatti racconta dei sopralluoghi preliminari al delitto, a cui partecipò direttamente. E cancella i dubbi sollevati dall'avvocato Fabio Repici , che rappresenta la parte civile, a proposito di eventuali "vuoti" nelle indagini. Prossima udienza il 24 e il 25. Infine udienze il 6, 7 e 9 giugno. Sentenza il 14 giugno.


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