Quel che resta del G7, un'amara delusione

| Scarso interesse per il vertice ospitato a Venaria: a rubare la scena ai rappresentanti dei 7 paesi più industrializzati altri eventi di richiamo maggiore. In compenso, è andato in scena il campionario completo dell'italianità

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Di Davide Cucinotta

Qualcuno l'ha definito un G7 di serie B, declassificato e finito agli onori delle prime pagine solo dopo i petardi, che per fortuna sono arrivati, o erano guai seri per l'audience. Nel silenzio che cala sulla Reggia di Venaria, proprio in queste ore si tirano le somme, consapevoli che se i "grandi" erano qui, i "grandissimi", guidati dalla triade Gentiloni-Merkel-Macron, rubavano la scena a tutti dal vertice di Tallin, mentre a Barcellona si accendeva la protesta per il referendum sull'indipendenza. Roba tosta, a cui neanche Calenda, Fedeli e Poletti hanno potuto fare di più, per attirare le telecamere.

È un po' amaro, il retrogusto della tappa del G7 torinese, blindato da uno spiegamento di forze da stato d'assedio, come quando lì dentro ci dormivano i Savoia e la gente sognava di percuoterli amabilmente. Ma in fondo, ai vertici si parla e si discute ma non si decide mai niente, non si può. Più che altro si tracciano le linee guida dei prossimi incontri, in un calendario infinito intorno al mondo che ad ogni tappa lascia spesso una scia di devastazione. Perché dappertutto, in ogni angolo del pianeta, quelli che fingono di protestare nel nome di lavoratori e di cittadini sopraffatti da tasse e balzelli, non hanno nessuna remora a distruggere ogni cosa, costringendo gli stessi lavoratori e cittadini sopraffatti a ripulire tutto, spendendo molto di più di tasse e balzelli, se vogliono continuare a lavorare. E dice delusa una ristoratrice a pochi metri dalla Reggia: "Un danno notevole. Da una settimana il clienti si contano sulla dita di una mano, neanche le spese recuperiamo... e così i commercianti vicini a noi. Meno male che è finito...".

Però nell'aria la sensazione c'era: tutto, al G7 di Venaria, è partito un po' storto fin dall'inizio. Doveva essere al Lingotto, poi fra richieste, piani di sicurezza ed esigenze si è optato per la Reggia di Venaria, splendida dimora reale sconosciuta al di fuori della provincia di Torino. In mezzo parole, polemiche, accuse, musi lunghi e un vice sindaco autore della solita, pessima uscita che è un po' diventata la cifra dei pentastellati, quelle irresistibili frasi non richieste che alzano polvere intorno a chi le pronuncia e come effetto hanno solo un finale genuflesso: "chiedo scusa, ho esagerato".

Discutevano a Venaria, i ministri, ma dormivano a Torino, città che hanno visto dai finestrini, malgrado la sindaca Appendino li avesse invitati a farsi un giro, per non perdere le bellezze di questa città, perennemente indecisa fra essere metropoli o paesotto.

Fra l'altro, a Venaria, nei sei giorni del G7, si è parlato di Industria, Scienza e Lavoro: tre argomenti che rappresentano il nervo scoperto dell'Italia, paese dove i ricercatori scappano all'estero e all'università lo studio e lo preparazione sono solo un effetto collaterale, molto più utile è conoscere qualche barone che abbia in tasca le chiavi delle porte da aprire necessarie. Per far quasi finta di niente sulla questione lavoro, proprio noi, dove non c'è governo che eviti di esibirsi mostrando cifre da applauso, quando basterebbe abbassare i finestrini dell'auto blu per chiedersi come mai, sempre più negozi hanno le saracinesche abbassate, e intere generazioni covano rabbia, perché sono giovani, ma non così tanto da non capire che rischiano di saltare l'esperienza del lavoro, costretti a cercare una raccomandazione per consegnare pizze o rispondere da un call center.

È la vecchia, cara Italia, quella che non cambia mai, quella che sembra sempre uno studente rimandato a settembre di tutte le materie che alla fine, non si sa come, ma ce la fa ogni volta. Forse perché mamma e papà sono amici del professore, vai a capire.

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