Bimbi migranti, viaggio nell'inferno

| Lucia De Marchi racconta nel libro "A piccoli passi" le drammatiche vicende dei bambini migranti in Occidente, 15 mila risultano scomparsi in Italia, lungo i percorsi gestiti dai racket

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Di Floriana Naso

Migranti bambini che, abbandonati a se stessi, affrontano il viaggio della speranza che si trasforma nel viaggio all’inferno. Per il Ministero Italiano Politiche sociali i minori irreperibili son 4254 alla fine di marzo 2018. Per Telefono Azzurro: - 15.000 minori scomparsi in Italia nell’ultimo anno, milioni in tutta Europa, questi numeri danno il senso di un problema che va affrontato - dichiara il Prof. Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro.

La tratta dei piccoli esseri umani esiste ed è oramai consolidata. La legge Zampa del 2017 parla esplicitamente delle tratta. Ci sono progetti internazionali che se ne occupano e una giurisprudenza ben nutrita. Certo i numeri delle vittime sono elevati, forse il dato certo non c’è. Ma ci sono istituzioni pubbliche e private che stanno facendo molto per contrastare il fenomeno della tratta.

I viaggi di questi minori vengono gestiti per la maggior parte da organizzazioni criminali internazionali. A volte però sono viaggi che avvengono anche con parenti o connazionali. A volte sono viaggi che sono ben organizzati, in cui si danno delle istruzioni ben precise ai minori, che bussano alle porte dei servizi sociali o delle comunità, in tutta sicurezza; tuttavia, molto spesso, i piccoli migranti che sbarcano sulle nostre coste scoprono che ad attenderli non c’è il futuro roseo che si aspettavano.

Le migrazioni, e in particolare quelle che riguardano i minori stranieri non accompagnati, non sono solo dei flussi da monitorare ma fenomeni complessi di cui bisogna comprendere in profondità le dinamiche. Questo saggio A piccoli passi, Infinito Edizioni, parte da una ricerca sul campo svolta in diverse città italiane e analizzando le relazioni di questi minori con gli operatori delle comunità, gli insegnanti e il mondo del lavoro, studiando le opportunità che vengono offerte ai minori stranieri non accompagnati per integrarsi in Italia. Emergono varie difficoltà nell’educare alla cittadinanza attiva questi minori, sia per la scarsità di risorse umane sia per la mancanza di finanziamenti congrui e a causa di vari scogli burocratici. Il passaggio alla maggiore età diventa molto critico per questi ragazzi, che rischiano l’isolamento e la clandestinità. Ecco allora in questo libro di Lucia De Marchi la proposta di un percorso formativo per consentire a questi minori di potenziare le loro competenze e di diventare cittadini attivi.

Abbiamo intervistato l’autrice.

 

Come nasce il progetto di scrivere questo saggio?

Questo libro è stato scritto in un periodo particolare per quanto riguarda il fenomeno dei minori non accompagnati in Italia. Nel corso del 2016, infatti, si registrò un incremento notevole dei minori sbarcati e poi inseriti nelle varie strutture di accoglienza nel nostro Paese. Durante quell’anno, avevo svolto delle attività di ricerca sul campo a completamento di un percorso iniziato qualche anno prima. Volevo quindi pubblicare i dati emersi da questo lavoro, anche perché l’attenzione mediatica verso questo fenomeno era aumentata e mi ritrovavo a parlarne con le persone che incontravo nella mia quotidianità. Inoltre, ho implementato la pubblicazione di notizie a riguardo sul gruppo FB: Minori Stranieri Non Accompagnati. Accoglienza, Formazione, Integrazione, che gestisco ormai dal 2014. Da questo confronto quotidiano, emergeva chiaramente la necessità di dover scrivere un libro con un taglio divulgativo, che cercasse mediante dati statistici, storie di vita, note del diario di campo, di far comprendere ai più la complessità di questa realtà. Da qui è nata la proposta editoriale che ho presentato alla Casa Editrice, Infinito Edizioni, che ha da subito accolto questo progetto e mi ha supportata nelle varie fasi di stesura, fino alla pubblicazione e divulgazione di questo saggio in tutt’Italia.

 

Quale è stato il passaggio più difficile da affrontare durante la stesura?

Direi l’elaborazione dei dati di ricerca in un saggio con un taglio divulgativo, rendendo intellegibile ai più le evidenze emerse e la conseguente riflessione teorica. Non è stata immediata la scelta dei vari capitoli e dei loro contenuti. Ho dovuto rivedere più volte la scaletta per definire un percorso che coniugasse l’aspetto globale dei trend demografici e delle migrazioni, con la realtà locale dell’Italia rispetto al fenomeno dei minori non accompagnati, della loro accoglienza ed integrazione. E’ stata effettuata una cernita dei racconti con i quali descrivere la quotidianità vissuta nei vari contesti studiati, così come le parti delle interviste agli operatori e ai ragazzi, che sono state riportate per far comprendere in modo più reale possibile questo fenomeno. Ho accompagnato il lettore in queste pagine in un percorso di conoscenza e di riflessione rispetto al fenomeno dei minori migranti ed in particolar modo di quelli che viaggiano ed arrivano nel nostro Paese da soli, cercando di non scadere nella banalizzazione della retorica o nelle iperboli teoriche utilizzate negli scritti accademici, ma raccontando la realtà per quello che è e che ho vissuto. 

 

Quali difficoltà denunci nel tuo libro?

Più che denunciare, ho messo in evidenza delle criticità che sono comuni ai vari contesti studiati e che vengono confermati ulteriormente dalle nuove realtà che ho incontrato con le presentazioni di questo saggio in Italia. In primis, direi che la criticità più forte, che viene ribadita spesso dai vari operatori, consiste nel non riuscire a lavorare in rete fra i vari stakeholders (strutture di accoglienza, istituzioni pubbliche, scuola e mondo del lavoro). Da questo ne conseguono delle situazioni di stallo per cavilli burocratici che creano situazioni di loop da cui non si riesce a capire come uscirne, provocando lungaggini che si ripercuotono nella quotidianità delle comunità di accoglienza e nei rapporti con i minori, che si fanno a volte molto tesi, soprattutto quando si tratta di documenti, permessi, pareri delle Commissioni territoriali per ottenere lo status giuridico di rifugiato o una qualche forma di protezione umanitaria. In secondo luogo, l’impossibilità nella maggior parte dei casi, di consentire a questi ragazzi di concludere e quindi ottenere un titolo di studio adeguato alle loro capacità. Per i ragazzi che non sono richiedenti o che non abbiano acquisito una qualche forma di protezione internazionale, al compimento dei diciotto anni, devono lasciare le comunità di accoglienza perché termina il mandato nei loro confronti da parte delle comunità e dei servizi sociali. Si registra un alto tasso di abbandono scolastico, anche lì dove ci siano dei buoni risultati, in quanto il neo-maggiorenne deve trovare un lavoro per potersi mantenere, per pagare l’affitto, le bollette. Insomma per gestirsi in autonomia e anche per inviare tramite rimesse, soldi alla famiglia nel paese d’origine, che ha sostenuto il costo del viaggio migratorio. L’abbandono scolastico ha come conseguenza diretta la formazione di una manodopera scarsamente qualificata che può trovare lavoro solo in determinate realtà, per lo più illegali, come le tante Rosarno d’Italia, nell’edilizia in nero, nelle organizzazioni criminali e nei loro vari traffici, oltre a incentivare vite borderline nelle periferie delle nostre città. Infine, un altro aspetto critico, che si ricollega direttamente a quello a cui ho appena accennato, è la mancanza di un monitoraggio serio ed approfondito da parte delle Istituzioni Centrali (Ministeri) sulla realtà dei neo-maggiorenni. Solo le cooperative e consorzi che sono delle best practice in Italia riescono a fare questo tipo di monitoraggio. Il resto delle realtà, costituito da comunità medio-piccole, si basano su contatti sporadici e personali con i ragazzi che informano gli operatori sulle loro condizioni, dove lavorano, dove vivono e con chi. Questa mancanza di monitoraggio, non di controllo nel senso di limitazione della libertà personale, ma d’informazione nel breve-medio periodo delle condizioni di vita dopo la comunità, non consente di avere una restituzione sul lavoro svolto con questi minori dalle comunità e neanche d’intervenire dove ci siano situazioni difficili o di potenziale criticità che possono mettere anche in serio pericolo il ragazzo.

 

 

Cosa occorrerebbe fare, secondo te, per migliorare l’assistenza a questi minori?

Partire dal fatto di non parlare di assistenza, ma di un percorso educativo e formativo che consenta a questi ragazzi di elaborare le loro esperienze migratorie e di andare oltre, agendo sul loro grado di resilienza per permettere loro di costruirsi un futuro non come un ex-MSNA, ma come un ragazzo qualsiasi. L’obiettivo di questi percorsi dovrebbe essere la realizzazione della persona, tenuto conto sia della sua storia di vita, sia delle sue capacità da potenziare, per consentire di ottenere un miglioramento sostanziale del suo livello di benessere, che possa avere un impatto positivo anche nella società in cui sta vivendo, oltre al suo paese d’origine. A mio avviso, per realizzare questo tipo di percorsi, risulta importante sia la formazione dei vari professionisti che si relazionano con i minori non accompagnati, sia il grado di collaborazione fra di loro. Per quanto riguarda il primo aspetto, la formazione dei professionisti, si dovrebbe incidere sui vari percorsi universitari in modo tale che gli studenti acquisiscano una modalità multidisciplinare e multiculturale di affrontare determinate questioni concernenti la relazione con l’altro che proviene da culture differenti. Questa parte teorica e svolta in aula, dovrebbe poi essere tradotta in pratica con un aumento sostanziale delle ore di tirocinio, perché dalla teoria si passi alla pratica e si riesca ad acquisire attraverso  l’esperienza una solida professionalità di base. Fondamentale poi, è la conoscenza delle lingue straniere – inglese e francese di base – che agevolerebbe la comunicazione, aspetto primario di una relazione umana. La competenza linguistica, la potenzierei non solo per i mediatori culturali -  che dovrebbero essere presenti in numero congruo nelle varie amministrazioni comunali -, ma la rafforzerei anche per gli educatori e soprattutto per gl’insegnanti. Pensare che nelle scuole frequentate per lo più dai MSNA, i CPIA, ci siano professori che non sanno una parola d’inglese, questo è un dato grave da registrare perché limita fortemente la relazione comunicativa ed educativa. Perché un ragazzo dovrebbe a tutti i costi imparare l’italiano perfettamente e un insegnante non deve conoscere una parola d’inglese? Solo perché ci troviamo in Italia? Certo siamo in Italia. Ma nel 2018 e la conoscenza delle lingue è una delle competenze chiavi di cittadinanza, come indicato dall’Unione Europea e più in generale è un requisito fondamentale per comprendere e saper vivere nella società globale di cui anche il nostro Paese è parte. Altro aspetto è la mancanza di etno-psicologi o psichiatri presso i consultori. I responsabili delle comunità si trovano a relazionarsi negli ultimi anni con ragazzi che hanno sviluppato dei traumi seri. Più fortezza Europa alza muri, più i viaggi migratori diventano costosi, lunghi e difficili, soprattutto per i minori. Non possiamo parlare di viaggi della speranza. Meglio chiamarli viaggi della sopravvivenza, in cui chi è più forte e fortunato, vive.  Gli operatori delle comunità non possono da soli fronteggiare queste situazioni. C’è bisogno di un supporto serio e competente. Invece, spesso, gli educatori si ritrovano a dover iscrivere questi ragazzi in lunghe liste d’attesa per una visita con uno psicologo, che raramente riesce a leggere il disagio manifestato in una chiave culturale, per cui s’iniziano dei percorsi terapeutici che non risolvono a fondo i vari problemi, ma li tamponano. Per quanto riguarda il secondo aspetto, il lavoro in rete, dovrebbero essere creati dei momenti in cui le varie figure professionali in un determinato contesto locale – comune, municipalità, quartiere – si ritrovano a discutere fra loro cercando di progettare e condividere dei percorsi formativi per i minori. Progetti che sappiano educare i ragazzi a diventare cittadini attivi, acquisendo la consapevolezza sia dei propri diritti, ma anche dei propri doveri rispetto alla convivenza sociale con altre persone. Progetti non dedicati esclusivamente ai MSNA, ma più in generale ai ragazzi, ai minori che vivono in un certo territorio. Le varie figure professionali, soprattutto quelle educative (educatori  e insegnanti), dovrebbero accompagnare questi ragazzi in percorsi di crescita, mediante il dialogo, l’ascolto attivo e il rispetto delle diversità culturali, raccontate anche attraverso le varie esperienze di vita dei ragazzi. Sono fermamente contraria all’assistenzialismo quando si parla di ragazzi in difficoltà o che stanno vivendo un qualche tipo di disagio, come nel caso dei MSNA, perché si condannano ad essere vittime per tutta la vita. Invece, credo, bisognerebbe avere rispetto delle loro esperienze migratorie e riuscire ad elaborarle per consentire a questi minori di individuare quali sono le loro potenzialità, quali i loro obiettivi di vita e agire per attivare la loro motivazione. Loro devono diventare protagonisti delle loro scelte e delle loro vite, perseguire obiettivi, accompagnati da figure guida come gli educatori e le altre figure professionali. Per riuscire ad ottenere questo clima di collaborazione in rete, sarebbe opportuno che venisse inserita la figura del pedagogista, che fungesse da regista nell’individuare e progettare i percorsi educativi e formativi sia per l’équipe multidisciplinare, sia per i ragazzi. Ovvio, tutto questo e molto altro si potrebbe fare se le risorse umane ed economiche venissero potenziate e quelle che ci sono venissero utilizzate al meglio. 

 

Qual è la lacuna più urgente da sanare, secondo la tua esperienza, in merito a questo fenomeno?

Secondo me è fondamentale rendere più agevole il passaggio dalla minore alla maggior età con progetti che consentano gradualmente ad un ragazzo di rendesi autonomo e di saper gestire la sua quotidianità senza dover sempre far affidamento ad operatori, ma acquisendo via, via delle competenze che gli permettano di auto-gestirsi: dal fare la spesa, al pagamento delle bollette, al ménage quotidiano, fino alla richiesta di documenti, la ricerca di lavoro e alla partecipazione alla vita sociale nel senso ampio del termine. In Italia esistono già delle realtà che hanno attivato degli appartamenti definiti “di sgancio” per i ragazzi prossimi alla maggior età o progetti anche per i neo-maggiorenni, che vengono affiancati per alcune ore da educatori. Parliamo, però, di alcune realtà che restituiscono una geografia dell’accoglienza efficiente a macchia di leopardo nel nostro Paese. Invece, sarebbe necessario che questo accompagnamento diventasse un percorso con degli standard fissati da norme nazionali come per i minori (Dlgs 142/2015,  Legge Zampa e leggi regionali), gestito da realtà – cooperative, consorzi – certificati e quindi selezionati in base a dei requisiti sulla qualità di gestione economico-finanziaria, sulla gestione dei fondi pubblici e sulla progettazione di percorsi monitorati, che consentano ai questi ragazzi di potersi realizzare nella loro vita adulta. 

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Questo percorso non lo ritengo ancora concluso, sia perché ci sono prossime presentazioni in programma in Italia (Napoli, 25 maggio e Trento, 31 maggio), sia perché è un impegno personale e professionale che voglio proseguire e sviluppare nei prossimi anni. Finora l’esperienza complessiva maturata mi ha arricchita molto e in modi diversi. Da un punto di vista personale, dagli anni di ricerca fino ai vari eventi organizzati con il tour di presentazioni in Italia, la maggior parte delle persone che ho incontrato mi hanno raccontato con le loro storie, con la quotidianità condivisa e con la collaborazione all’organizzazione degli eventi, uno spaccato vivace, positivo del nostro Paese. Sono nate amicizie, rapporti di stima reciproca con persone con cui continuo a sentirmi, cercando di progettare anche altri momenti di dibattito, d’incontro e aggiornandoci reciprocamente sulle esperienze che stiamo facendo. Sono persone che mi hanno aperto le loro case come fossi una figlia, una sorella. Persone che con le loro associazioni, le loro cooperative e consorzi hanno dato il massimo per organizzare al meglio i vari eventi in Italia. Ogni presentazione è stata un’esperienza a se stante. Ogni contesto ha collaborato per  dare un taglio particolare al momento di presentazione e di dibattito. Quello che mi è stato trasmesso è stato un sentimento di condivisione delle idee e un rispetto verso il mio lavoro di ricerca e di diffusione. Anche da un punto di vista professionale, come ricercatrice e scrittrice, quest’esperienza mi ha maturata tanto. Se l’anno scorso al “battesimo” di questo libro al Salone Internazionale del Libro di Torino, c’era emozione e una gioia incontenibile per il traguardo raggiunto, nel corso di quest’anno si è consolidato un crescente senso di responsabilità nel parlare e discutere in pubblico della realtà dei minori non accompagnati, mediante dati statistici sempre da aggiornare, ma soprattutto attraverso la mia personale narrazione della ricerca e dell’analisi di quanto emerso con un particolare punto di vista teorico, ossia, la Teoria delle Capacitazioni di Amartya Sen, che consente, secondo me, di legare le cause che portano questi minori a dover migrare all’educazione alla cittadinanza attiva. Sicuramente, in questo tempo, le mie competenze nella gestione degli eventi anche da un punto di vista della comunicazione si sono consolidate. Non si è trattato solo di gestire un calendario di eventi e prenotare treni, ma di promuovere una progettualità complessa sulla realtà indagata. Infatti, oltre alle presentazioni, ho curato una mostra laboratorio itinerante, “Orizzonti di Futuro”, che ha come obiettivo principale quello di far esprimere in modo creativo i ragazzi sui loro progetti futuri, dando seguito agli elaborati già raccolti negli anni passati. Attualmente la mostra si trova in contemporanea a Pordenone, Firenze, Palermo,  dopo essere stata esposta in molte città italiane in precedenza. Inoltre ho studiato un percorso ad hoc per le scuole attraverso il quale organizzare la presentazione del libro assieme agli studenti. Allo stesso tempo c’è stato un grosso lavoro d’implementazione dei contenuti nei vari canali social che utilizzo per condividere notizie, reportage, documenti per consentire ai vari utenti d’informarsi sul tema. Complessivamente, posso dire, che è stata un’esperienza densa, variegata e come ripeto spesso è un cammino di crescita e di conoscenza che si svolge a piccoli passi.

 

Secondo te, i mass media nazionali trattano a sufficienza questa tematica?

Negli ultimi anni, c’è stato un maggior interesse verso questa realtà che ha assunto dei numeri via, via sempre più importanti fino al periodo precedente all’accordo Italia-Libia, che ha avuto come conseguenza una diminuzione anche drastica degli sbarchi in generale ed in particolare di questi minori. A mio avviso, però, ci potrebbe essere un maggior impegno perché vengano trasmesse attraverso i vari media, non tanto notizie di cronaca, ma reportage di approfondimento, in modo da informare correttamente e far comprendere la complessità di questo fenomeno che è sia migratorio, ma anche stanziale, nel momento in cui un minore viene inserito in una struttura di accoglienza e poi decide di restare in Italia da maggiorenne. Alcuni quotidiani online hanno delle speciali rubriche dove vengono raccolti i vari articoli sul tema dei minori non accompagnati, ma siccome l’informazione ha assunto la velocità pari all’alternarsi dei post su Facebook o dei tweeter, le persone comuni non vanno alla ricerca in modo spontaneo della rubrica o dell’approfondimento, per mancanza di tempo o perché ormai siamo abituati a leggere i titoli di un post e a commentarlo. Questi approfondimenti diventano materiale di ricerca solo per gli addetti al settore. Invece, secondo me, ci vorrebbero delle trasmissioni nelle fasce orarie di punta, soprattutto serali, in cui l’argomento così scottante delle migrazioni venga trattato, non tanto come un talk show dove le varie voci si sovrastano ottenendo una confusione complessiva, ma con esperti che con dati, documentari, raccontando le loro esperienze sul campo, facciano capire cosa sta accadendo nei paesi d’origine dei migranti, i viaggi migratori che cosa comportano e poi cosa accade quanto un migrante arriva in Italia. Magari confrontando le varie politiche d’immigrazione fra gli stati di destinazione e facendo conoscere progetti d’integrazione positivi. Quello di cui mi sono resa conto in questi mesi in cui ho girato l’Italia con questo saggio, è che da una parte le persone possiedono informazioni errate o parziali sull’argomento e dall’altra parte la gente vuole capire. Vuole ascoltare esperti che illustrino queste realtà. Vuole poter discutere portando anche punti di vista differenti, difendendo anche determinate ragioni, ma hanno voglia di poter parlare, comprendere cosa sta accadendo non solo in Italia, ma in giro per il Mondo in questi anni. Credo che se ci fossero delle trasmissioni televisive che facessero parlare una pluralità di esperti sul tema delle migrazioni, della demografia, della geo-politica, dei progetti educativi di integrazione, avremmo un’opinione pubblica sicuramente più informata, che potrebbe farsi un’opinione più corretta e che quindi potrebbe decidere anche il cammino futuro di un paese come l’Italia. Le migrazioni non sono solo sbarchi. Le migrazioni, come ho scritto, sono fenomeni complessi da comprendere e da governare. Altrimenti si rischia di alimentare la tensione sociale per una scarsa o mancata informazione, che contrappone l’immigrato all’italiano, come sta avvenendo. Tutto ciò non può portare a nulla di buono e positivo, soprattutto a livello di convivenza sociale. Inoltre, la non conoscenza non solo alimenta la distanza culturale e relazionale fra le persone, ma genera anche un senso di apatia sociale, di non partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini perché non comprendono il valore dell’essere attivi per contribuire a migliorare il livello di benessere di una società. In una recente occasione, mentre stavo parlando in una scuola superiore, spiegando le condizioni di povertà in cui vivono questi ragazzi e i trend futuri, una studentessa è intervenuta dicendo: “Ma di fronte a questi dati, non è meglio non sapere, non conoscere, visto che non possiamo fare niente per risolvere queste situazioni?”. Ecco, questo è il senso d’impotenza sociale che s’incrocia parlando con le persone in giro per l’Italia. “Cosa posso fare io?”. Bene, informarsi correttamente è già il primo passo per l’azione, perché sappiamo cosa sta accadendo, comprendiamo perché e come certi fenomeni si sviluppano e possiamo farci un’opinione corretta. Il ruolo dei media è fondamentale per educare alla cittadinanza attiva. E’ un primo step che non può essere trascurato. Ovvio, dovremmo chiederci se i media sono liberi in Italia di raccontare in modo oggettivo il vasto mondo delle migrazioni. Troppo spesso ci si ferma al fatto di cronaca, all’accordo internazionale, a fatti eccezionali e purtroppo violenti che accadono e che hanno come protagonisti i migranti. Ma è solo una notizia, anzi dei fatti di cronaca che diventano notizie con tagli particolari in base alla testata giornalistica per cui si lavora. Io credo che serva andare oltre alla notizia e costruire dei setting informativi molto più approfonditi ed oggettivi, oserei dire educativi.

 

Quale messaggio ti auguri giunga al lettore?

Vorrei che dalla lettura di queste pagine e dal racconto della quotidianità descritta nei vari contesti, venisse compreso che tutti noi viviamo una dimensione del vivere sociale e dell’esercizio della cittadinanza, che non è più un qualche cosa di ascrivibile solo ed esclusivamente all’interno di determinati confini nazionali. E’ tempo, e siamo già in ritardo, di educarci e formarci ad esercitare una cittadinanza globale o mondiale. Le storie di vita di questi ragazzi ci descrivono le condizioni di vita in cui loro e le loro famiglie vivono. Queste condizioni di disagio, di povertà che costringono numerose famiglie a far migrare i loro figli anche se piccoli, ci devono interrogare sulle cause e nel cercare soluzioni per cui nel prossimo futuro ci sia una diminuzione sostanziale delle migrazioni forzate, non con dei muri o posti di blocco militari, ma da condizioni democratiche ed economiche che consentano alle persone di vivere liberamente nei loro paesi d’origine. Ecco perché, ripeto, l’informazione corretta è un punto di partenza fondamentale. Ci sono persone che non sanno neppure che ci sono guerre in Africa o in Asia, oltre a quei teatri di guerra dove ad intermittenza si accendono i riflettori dei mass media. Inoltre, secondo me, è necessario educare le persone, soprattutto i coetanei di questi minori migranti a comprendere e condividere le sorti future del Mondo. Perciò la scuola riveste un ruolo di primaria importanza in questo processo. Una scuola, però, che dovrebbe essere riformata, creando un ambiente dove temi di portata mondiale come i cambiamenti climatici, il dialogo interreligioso, le questioni di genere - solo per citarne alcuni - possano essere trattati da punti di vista culturali diversi e anche disciplinari. Anche il mondo della ricerca e dell’università in questo tempo deve essere presente nel cercare di formulare dei percorsi di formazione per gli adulti, nel dare indicazioni per il prossimo futuro e formulare dei progetti di ricerca che abbiano delle concrete ricadute sulla società. Purtroppo, soprattutto per quanto riguarda la realtà accademica italiana, ci troviamo di fronte a realtà ancora troppo chiuse e dove difficilmente si riescono a trovare delle équipe multidisciplinari che effettivamente lavorino assieme. Non c’è un dialogo fra le discipline tecniche con quelle umanistiche, se non in occasione di qualche convegno. Bisogna fare di più perché questa mancanza di collaborazione risulta essere un grosso punto di debolezza in quanto la società sta vivendo una complessità che può essere compresa e governata solo se discipline diverse inizieranno a confrontarsi fra loro e se i vari esperti si metteranno gomito a gomito a lavorare assieme per elaborare teorie e pratiche per una nuova forma mentis. Stiamo vivendo una nuova epoca. Questi ragazzi ce lo stanno non solo raccontando con le loro storie di vita, ma ce lo stanno dimostrando con le loro migrazioni, con l’attraversamento di confini non tanto geografici, quanto culturali. Ragazzi che nascono in un paese e che poi si mettono in viaggio, apprendendo altre lingue, altre tradizioni, altre culture, che si mescolano con le loro tradizioni e i loro saperi. Spetta ad ognuno di noi in base alle proprie energie, capacità, ruoli che ricopre, dare il proprio contributo affinché una società globale, pacifica e democratica sia realizzabile, senza avere paura d’invasioni che sono prive di qualsiasi fondamento, semmai ci sia per chiunque la libertà di scegliere dove spendere la propria esistenza nel prossimo futuro.

 

Progetti futuri?

Vorrei poter dire senza se e senza ma, ricerca. Ho un nuovo progetto già ben strutturato che vorrei poter iniziare e che riguarda il mondo delle giovanissime e il loro ruolo di agenti di sviluppo umano. Sicuramente continuerò lo studio del fenomeno dei minori non accompagnati e dell’educazione alla cittadinanza attiva. Vorrei sviluppare quanto finora ho scritto con altri approfondimenti che sono frutto delle esperienze che ho maturato in quest’ultimo anno. Purtroppo, da diverso tempo sto cercando finanziamenti, borse di studio o assegni di ricerca. Non sono ancora riuscita ad individuare una fonte di finanziamento. Non mi arrendo, però, in quanto credo nel lavoro che sto svolgendo, anche se non ho uno stipendio fisso. Sono una ricercatrice indipendente. Vorrei poter dire che sono  solo una ricercatrice. Credo profondamente nell’utilità della ricerca e in questo momento, nell’importanza fondamentale della ricerca nelle scienze umane. Continuerò nelle mie attività,  sperando d’individuare un ente che mi consentirà di proseguire il mio lavoro, consentendomi di diffondere i risultati delle mie ricerche. Ho fatto la baby sitter per poter pubblicare questo saggio. Mi vergogno? Neanche un po’. Ci sono state delle piccole onlus che mi hanno poi supportata nella pubblicazione. Sono orgogliosa di aver raggiunto questo traguardo. Ma così le energie invece di incanalarle nella ricerca, nella scrittura, nella formazione, nel contribuire a migliorare la società, devono essere spese per cercare di risolvere altre questioni che poco attengono alla ricerca, anzi la ostacolano e la paralizzano. Comunque, io proseguirò il mio cammino. Non solo con progetti di ricerca nuovi, ma continuando ad implementare i contenuti sui canali social, partecipando a convegni e dibatti. Ho anche un bellissimo sogno nel cassetto: creare un centro di ricerca dedicato ai minori in situazione di disagio e di povertà. Ho già individuato il luogo, ho già il nome, manca la squadra e i finanziamenti. Magari, anche attraverso quest’intervista, chissà, potranno nascere nuove collaborazioni con lettori che siano interessati a sviluppare ricerche in questo campo e a condividere un cammino, in modo serio e  professionale.

 

 

 

Lucia De Marchi, laureata in Antropologia Medica con una tesi sui ragazzi di strada in Romania, si occupa di minori abbandonati e in stato di affido dalla metà degli Anni ‘90. Dottore di Ricerca nel 2010 in Scienze della Cognizione e della Formazione all’Università Ca’ Foscari, sviluppando un lavoro sul campo in tutta Italia sulla realtà dei minori stranieri non accompagnati e la progettazione di percorsi di formazione alla cittadinanza attiva, è membro dell’associazione HDCA, fondata dal Premio Nobel Amartya Sen, che si propone di rileggere l’economia a partire dalla libertà personali per raggiungere un migliore livello di benessere. Premio Best Poster Award al Convegno Internazionale ICE (International Conference on Education) a Chicago nel 2014, è ricercatrice libero professionista e formatrice.

www.infinitoedizioni.it Promozione Nazionale: Dehoniana Libri S.r.l.

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