Disturbo borderline, l'incubo e il riscatto

| L'autobiografia di Martin B. nel libro "Borderline, Storia di un ragazzo interrotto" ed. Eremon, scava nel profondo nella vita di persone che gli psichiatri hanno bollato come vittime di disturbi indefinibili

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Di Floriana Naso

Il disturbo borderline di personalità è una delle più complesse e controverse entità diagnostiche. In alcuni contesti psichiatrici addirittura ancora non viene pienamente riconosciuto come un disturbo a se stante, specifico, tant’è che da più di mezzo secolo la diagnosi di “borderline” è considerata il “cestino dei rifiuti psichiatrico”, ovvero una “etichetta” diagnostica utilizzata esclusivamente quando lo psichiatra non è in grado di attribuirne altre.

Di questo particolare disturbo ci parla Martin B., autore dell’autobiografia Borderline, Storia di un ragazzo interrotto, Eremon Edizioni.

Il libro narra la storia di un giovane uomo omosessuale dal tormentato passato, causato anche dal disagio di essere un “ragazzo interrotto”, ovvero un borderline con tratti bipolari.

La sua è una vita vissuta al limite, a due polarità; in questa linea di confine tra nevrosi e psicosi, inizierà un lungo viaggio d’introspezione: la scoperta e l’accettazione della sua omosessualità, l’emarginazione, il mobbing, un terribile segreto che finirà per devastarlo portandolo alla follia e a un tentativo di suicidio, l’influenza di una setta da cui sarà plagiato, la malattia mentale e la degenza in nosocomio, lo stigma dell’HIV e poi l’amore, per cui lotterà come un eroe romantico.

Il suo cuore ribelle lo porterà a vivere al massimo ogni esperienza e imparerà a cogliere luci e ombre di quell’ambivalente palcoscenico che è la vita, perché follia e normalità non sono altro che due facce della stessa medaglia. Martin troverà la forza di rinascere, maturando una visione dell’esistenza più possibilista, che gli permetterà di riconciliarsi col suo passato.

 

Quando hai sentito il bisogno di iniziare a scrivere la tua autobiografia e perché?

 

Cito il verso di una canzone dei Florence + The Machine che è esplicativo dello stato d’animo in cui versavo ed ero intrappolato : “I was on a heavy tip, tryin’ to cross a canyon with a broken limb”…  Era il 12 gennaio 2015; alla soglia dei trentatré anni, al culmine della devastazione emotiva ed esistenziale che mi aveva investito, mi ritrovavo a vivere il momento più buio della mia vita. L’ennesima battaglia contro i mulini a vento, da cui ero uscito puntualmente sconfitto e ferito. Mi sentivo come se tutto fosse finito, morto, vuoto dentro. Ero in un vicolo cieco senza luce. Nulla aveva più un senso. Ho avvertito pertanto l’esigenza di viaggiare a ritroso, stilando una sorta di bilancio,  tornando al principio quando tutto “ebbe inizio”, nella speranza di riuscire a esorcizzare il male di vivere e il dolore che mi attanagliavano. Volevo sconfiggere i miei demoni interiori con cui ancora lotto. Il fine ultimo, o meglio, l’auspicio, era la guarigione interiore tramite l’autoanalisi, un processo ancora in fieri. 

 

Quanto è stato difficile metterti a nudo completamente descrivendo la tua vita?

 

Moltissimo: l’idea di espormi mi terrorizzava. Parlare della mia malattia, sia fisica sia mentale, dell’HIV, della mia famiglia disfunzionale che addirittura mi ha trascinato in tribunale chiedendo il mio arresto, della discesa all’inferno, del plagio psicologico, così come scrivere della scoperta del sesso avvenuta in modo incestuoso, prematuro e in un certo senso peccaminoso, di tutti i miei fallimenti, del mobbing e delle umiliazioni, è stato un salto nel vuoto; ripercorrere il travagliato processo che mi ha portato alla presa di coscienza e all’accettazione della mia omosessualità, sfociata poi in un tentato suicidio è stato a dir poco terrificante. Altrettanto spaventoso è stato mettere “su carta” i rifiuti sentimentali, le perdite affettive e gli abbandoni, descrivere le etichette, i pregiudizi e l’omofobia affrontata, nonché i conflitti con i miei che ne erano scaturiti. È stato anche difficile gestire la paura di essere riconosciuto, la sensazione di essere condannato alla gogna e giudicato per tutto, il timore di essere classificato come merce danneggiata, ma in un certo senso mi ha angosciato anche l’idea che in qualche modo rischiavo di esporre le persone di cui parlo nel romanzo, benché tutti i nomi siano stati cambiati e i luoghi resi il meno riconoscibile possibile. È stato dolorosissimo riaprire antiche ferite, che forse non si sono del tutto  rimarginate e ancora sanguinano. Sono state quantomeno purificate però, perché erano assolutamente infette. All’epoca scelsi uno pseudonimo per tutelare la mia privacy e quella di tutte le persone coinvolte, permaneva la vergogna. Oggi non ho problemi a dire chi sono e a metterci la faccia.

 

 

Quali tematiche tratti nel tuo libro?

 

Le difficoltà che emergono quando si vive una vita al limite, senza un baricentro emotivo. Si vive come se non si avesse la pelle. Mi soffermo anche su come la manipolazione mentale e la violenza psicologica, specie nei contesti intimi e familiari, possano distruggere la vita di una persona, inficiandone lo sviluppo psichico e la sua vita adulta. Bruciare le tappe può portare a conseguenze gravissime, la cui eco di risonanza si ripercuote a lungo termine. La religione ha un impatto tremendo sulle persone, in particolare su quelle mentalmente più fragili. Si pone l’accento sulla pericolosità del culto dei Testimoni di Geova. Mobbing (anche sul lavoro), emarginazione, omofobia e bullismo sono anche temi ricorrenti, così come il suicidio e le degenze presso gli ospedali psichiatrici, che in realtà in molte occasioni, somigliano ancora a dei manicomi. Malgrado ciò, si dà moltissima importanza al fatto che sia necessario seguire una terapia psicologica e talvolta, anche farmacologica, perché se non seguite, in casi come il mio, gli effetti del loro rifiuto possono essere fatali. Stigma, pregiudizi ed emarginazione sono anch’essi temi centrali. Il concetto di famiglia è relativo poi, e qui subentrano gli amici: il valore dell’amicizia è il più importante tra tutti, a mio avviso, e questo lo si trasmette: a volte non ce la si fa da soli e bisogna arrendersi mettendo l’orgoglio da parte e chiedere o comunque accettare l’aiuto degli altri. Si fornisce anche un messaggio di speranza però, ossia che anche la vita più disperata serba in sé qualcosa di meraviglioso: essa può sorprenderci ironicamente quando meno ce lo aspettiamo proprio come una scatola di cioccolatini, del resto it’s always darkest before the dawn. Un altro messaggio del romanzo è che anche un ragazzo interrotto può ricostruire i “ponti spezzati” della sua personalità, ritrovando il punto di equilibrio. Si può tra l’altro avere una vita sessuale e una relazione d’amore bellissima anche se si ha contratto il virus dell’HIV; l’HIV per quanto spiacevole, non è più una sentenza di morte, malgrado lo stigma, e la qualità della vita di una persona che ha contratto l’infezione è oggi pari a quella di una persona “sana”. Quanto all’esistenza, quest’ultima è un’Odissea, un viaggio catartico, a prescindere dal disturbo da cui si può essere affetti. Anche il più tormentato degli Ulisse può ritrovare la strada verso la sua Itaca spirituale; dai problemi non si può fuggire, bisogna passarci attraverso, perché tornano a infestarti come fantasmi. La vita con i suoi problemi è un percorso iniziatico verso l’autoconsapevolezza e l’autoscoperta. Va affrontato tenendo a mente che ci saranno tanti demoni contro cui sarà inevitabile combattere, e per farlo è importante seguire la nostra voce interiore, o comunque il nostro cuore, che nel mio caso spesso è stato ribelle. Infine, bellezza, prestigio, successo, fama e denaro non fanno la felicità, questo vale soprattutto per chi si maschera dietro una facciata di cinismo e competitività per compensare altro, e non sono la soluzione taumaturgica ai problemi, non sono il riscatto o la redenzione, questo quando eventualmente si cerca di espiare qualcosa, ad esempio un senso di colpa radicato a monte generato dal contesto disfunzionale in cui si è cresciuti. L’accettazione da parte della società non è la salvezza. La vita non è soltanto nascita e morte, ma anche morte e rinascita: va vissuta e assaporata fino in fondo perché il tempo che abbiamo è come se fosse in prestito, una sorta di leasing. Nel romanzo paragono la vita a un palcoscenico dove si alternano tenebre e luci, di cui sto imparando a cogliere sfumature e ombre; luci e tenebre sono aspetti imprescindibili di questa variopinta scena, proprio come la follia e la “normalità”, un concetto del tutto relativo: non sono che due facce della stessa medaglia. Si pone infine l’accento sull’importanza della musica e dell’arte, che a mio avviso sono state estremamente terapeutiche e catartiche. La cosa forse più importante che vorrei trasmettere è che non dobbiamo reprimere ciò che siamo, la vostra vera natura, perché si andrebbe solo incontro all’autodistruzione o all’implosione, quindi il romanzo è anche un monito per altre persone LGBT che vivono con oppressione e tormento la propria identità e sessualità, a non tenersi dentro nulla, nel timore di come potrebbe reagire la società con i suoi pregiudizi.

 

Qual è stato il passaggio più difficile che hai dovuto affrontare?

 

Sono stati vari: ripercorrere i traumi infantili, specie le vessazioni e il bullismo subiti durante tutti gli anni della scuola, ricostruendo poi gli eventi che hanno successivamente portato al mio primo estremo tentativo di suicidio del 2001, accadimento su cui il segreto condiviso con mio cugino testimone di Geova ha avuto un impatto enorme. Eviscerare poi gli aspetti del rapporto disfunzionale con la mia famiglia, specie con mio padre, descrivendo le dinamiche familiari tossiche e la sindrome di Stoccolma provata. Il punto in cui mi diagnosticano l’HIV poi: ricevere quel responso all’epoca suonò come una sentenza di morte, poiché avevo scarsa consapevolezza della realtà a cui stavo andando incontro. Era poi il giorno del compleanno di mia madre. Sicuramente è stato difficilissimo anche descrivere il periodo del mio primo ricovero psichiatrico e il delirio mistico che mi aveva fatto perdere il lume della ragione.  Rivivere e mettere per iscritto alcune esperienze relazionali disfunzionali è stato anch’esso doloroso. Mentre scrivevo era come se le parole tagliassero la carne facendomi sanguinare. Sono cose che ferivano e facevano male come schegge di vetro, lame affilatissime. Un’altra cosa che ho trovato estremamente difficile descrivere è stata la battaglia legale contro la mia famiglia, che mi aveva allontanato da casa sporgendo denuncia, il tutto in un contesto assurdo e drammatico, con mia madre che il giorno del mio processo era volata via dall’Italia con un biglietto di sola andata per la Svezia. Descrivere gli amori infelici del liceo, specie un innamoramento ambiguo il cui oggetto del desiderio era il mio professore di latino e greco, è stato anch’esso delicato. La cosa che più mi ha fatto male però è stata la ricostruzione della relazione con Alex e di come poi si è rovinata, della devastazione emotiva che il lutto della rottura ha portato, elementi che hanno acuito il mio stato Borderline riportandomi in un baratro da cui sembrava non esserci via d’uscita. Infine le situazioni di mobbing sul lavoro: è stato spiacevole parlarne, ma anche liberatorio tutto sommato.

 

La scrittura è terapeutica, a te che effetti ha prodotto aver scritto la tua autobiografia?

 

Confermo: la scrittura, insieme alla musica, che scandisce ogni giorno della mia esistenza, fin da quando ero piccolo, a oggi, è estremamente catartica, come l’arte in genere. Mi ha aiutato a lenire la sofferenza interiore che mi attanagliava, il demone che covava dentro di me si è liberato grazie alla scrittura, cosa che ha reso più facile per me affrontarlo. E stata la canzone Brave di Sara Bareilles a ispirarmi, spronandomi ad autoraccontarmi, specie il verso Say what you want to say and let the words fall out, honestly, I want to see you be brave… Let your words be anything but empty, why don’t you tell them the truth? Il potere della parola è incredibile: le parole possono spostare le montagne: creare, lenire, curare, guarire, ricongiungere ma al tempo stesso, anche distruggere, ferire, disgregare e uccidere. Dopo aver scritto questo romanzo il percorso terapeutico è proseguito, mi ha aiutato ad approfondire molti aspetti di cui non capivo minimamente le dinamiche prima. Ha gettato le basi per una sorta di catabasi, è come se grazie alla scrittura avessi avviato un vero e proprio percorso iniziatico che soltanto da poco mi ha condotto alla vera autoscoperta. 

 

I pazienti che soffrono di disturbi di personalità, a tuo avviso, sono ben seguiti dal punto di vista medico? Ben supportati da quello psicologico, o si dovrebbe fare di più?

 

No. Purtroppo no. Innanzitutto la diagnosi di disturbo borderline è difficile da stilare, molti psichiatrici (e la maggior parte degli psichiatri tratta l’anima/la psiche come un organo, a differenza degli psicologi), la confondono col disturbo bipolare, perché i due disturbi hanno molto in comune e sembrano la stessa cosa. Ci sono voluti 14 – 15 anni per capire cosa avessi esattamente, tassello dopo tassello. Nel 2001 addirittura mi avevano etichettato come schizofrenico. In Italia il trattamento del Borderline non è affrontato in maniera sinergica e multilaterale come ad esempio in Svezia, dove fanno screening. In Scandinavia ti inseriscono in un team sinergico e vedono quale tipo di approccio sia meglio seguire in base al paziente e all’anamnesi (ad esempio terapia Dialettico comportamentale oppure cognitivo comportamentale, o ancora la psicodinamica, o la MBTI - mentalizzazione). C’è un follow-up costante e le malattie mentali sono prese in seria considerazione, senza stigma o tabù. In Italia ancora ci sono enormi pregiudizi: chi va dallo psicologo è considerato anomalo o strano. Tutto deve essere conforme alle consuetudini di una società che non vuole altro che omologazione e normalizzazione, promuovendo “normalità” (chi è cosa la definiscono poi?) e successo. In Svezia ci sono anche i team che si occupano nello specifico di disturbo bipolare, il paziente è seguito molto bene, offrono, se ritenuto necessarie, anche sedute di terapia elettroconvulsiva, che a mio avviso però è sempre da contemplare come l’ultimissima spiaggia; in Italia esiste una sola struttura che la applica, credo. Gli ospedali psichiatrici in Italia sono luoghi spesso orribili. Qui in Svezia sembrano hotel a cinque stelle. C’è poi molta ignoranza sui disturbi di personalità, molti pensano che il disturbo Borderline e il disturbo narcisistico siano la stessa cosa: presentano sì delle affinità, facendo parte dei disturbi di personalità del cluster B insieme al disturbo istrionico (anello di congiunzione tra i due a mio avviso) e al disturbo antisociale, ma non sono tuttavia la stessa cosa. Poi che i disturbi di personalità non siano realtà fisse è importante ricordarlo, visto che si manifestano, lungo il loro asse, in una sorta di continuum, dove tratti dell’uno possono sovrapporsi a tratti dell’altro con combinazioni e comorbidità varie, talvolta multiple. Un Borderline non è, come erroneamente si crede, uno psicopatico. Quando leggo di serial killer quali Jeffrey Dahmer, diagnosticati come Borderline, o Marco Prato, be’, sicuramente c’era un nucleo o un funzionamento Borderline nelle loro personalità, ma coesisteva con ben altro, ossia con altri tratti di personalità di cluster B, specie quello antisociale e istrionico/narcisistico. C’è questa tendenza a fare di tutta l’erba un fascio. Un esempio di paziente Borderline canonico è Susanna Kaysen, La Ragazza Interrotta, da cui poi è stato tratto il film Ragazze Interrotte, che offre una filmatizzazione veritiera, al di là della drammaticità e del pathos che caratterizzano la storia della scrittrice.

Quanto all’acceso alle cure in Italia, le risorse terapeutiche spesso sono di difficile reperibilità e costose, anche se i CSM fanno un grande lavoro in tal senso; i medici e lo staff che mi hanno seguito almeno hanno lavorato bene, specie la dottoressa che nel 2015 stilò la diagnosi: finalmente sapevo cos’ero e cosa stava succedendo, non solo a me ma anche a tutte le persone che venivano travolte da questo tsunami emotivo che il mio comportamento limite creava.

Si dovrebbe strutturare meglio l’approccio terapeutico stanziando più fondi alla sanità e alla salute mentale, sensibilizzando anche a scuola sull’argomento,  dando maggiore importanza alle malattie mentali e ai problemi che ne derivano in generale, che a volte diventano invalidanti; la società in cui viviamo sta producendo un numero sempre maggiore di Crisi dell’Io; il progresso e il capitalismo, così come la smania di avere successo e di garantire la migliore prestazione possibile, stressati dalla smania di raggiungere a tutti i costi l’eccellenza nel disperato tentativo di dimostrare di essere qualcuno, stanno generando dei mostri a non finire nonché un tessuto sociale sempre più narcisistico, deumanizzato, orwelliano e emotivamente algido. La psicoterapia comunque serve tantissimo. I farmaci anche, almeno in alcune fasi, specie se l’umore è cronicamente oscillante o se ci sono psicosi che ci alienano dalla realtà o addirittura pensieri suicidi (lì serve l’antidepressivo). Una cosa importante comunque è che il paziente che soffre di un disturbo di personalità deve come prima cosa volerlo l’aiuto, essere ricettivo, sennò nessuno, neanche il terapeuta o lo psichiatra più bravi del mondo potranno aiutarlo. Deve essere disposto a mettersi in discussione, ad autoscandagliarsi, ad autocriticarsi e ad accettare critiche, a scavare senza paura. Richiede pazienza e costanza, tanta. Fa paura guardare nell’abisso dell’inconscio ma non bisogna arrendersi. Se non si accetta questa conditio sine qua non, non si va da nessuna parte. L’accettazione dello strumento terapeutico è una precondizione che alcuni disturbi di personalità rendono difficilissima, se non impossibile da realizzare (il narcisistico e l’antisociale per esempio). In Italia infine si dovrebbe potenziare anche la terapia cognitivo comportamentale che aiuta i pazienti a gestire disturbi di ansia, depressione e fobie varie. Volere è potere, poi se i mezzi esterni lo permettono, allora la strada diventa quella giusta e spesso conduce alla guarigione. 

 

Cosa consiglieresti a un ragazzo che sta rischiando di “perdersi”?

 

Di chiedere aiuto, di accettare aiuto, di non farsi del male. Di contare fino a dieci, venti, prima di fare quel gesto finale. Magari di scrivermi. Di pensare a tutte le persone che soffrirebbero e rimarrebbero dilaniate nel sapere che lui/lei si è perso/persa per sempre. Familiari, amici, relazioni intime, eventuali animali di compagnia. Soffrono anche loro poi. Di ricordarsi il momento più felice delle loro vite, provare a rievocarlo, soffermandosi sulle sensazioni provate in quella circostanza. Chiedersi quindi “voglio veramente rinunciare a rivivere sensazioni simili”? Dirgli che c’è sempre una via d’uscita dal tunnel, perché il buio raggiunge il suo culmine poco prima dell’alba. Lo esorterei infine a ricordare il momento più terribile e difficile della sua vita prima di questa fase di perdizione ultima, chiedendo: e in quella circostanza cosa hai fatto? Oggi dove sei? Alla fine l’hai superato o no? E se sì, non ti sembrava insuperabile all’epoca? Perderci o lasciarci andare a volte può sembrare la soluzione, ma si dimentica talvolta che ci sono altre persone che rimangono travolte da questo uragano che ci spazza via. Proviamo a combattere e a resistere finché le forze non ci avranno abbandonato del tutto e comunque chiediamo aiuto, quando vediamo che non ce la facciamo più: la vera soluzione è uscire da quell’uragano indenni e vedere poi, una volta fuori dalla zona di pericolo, che ce l’abbiamo fatta, ancora una volta: questo ci renderà molto più resilienti, più preparati ad affrontare la prossima battaglia, perché la vita è un campo di battaglia eterno, un ciclico ed eterno ritorno. Pensiamo anche a come le nostre azioni, mi riferisco per esempio al “lasciarsi andare”, abbiano un impatto sugli altri, che ci vogliono bene. E se fosse una persona a noi carissima un giorno a volersi lasciare andare nella nostra stessa maniera, come reagiremmo? Come ci farebbe stare la cosa? È una sorta di butterfly effect quindi, non siamo soli in questa apparente solitudine che ci porta alla perdizione e le ripercussioni poi fanno male, tanto male. Noi non vorremmo viverle sulla nostra pelle se fossimo “dall’altra parte”.

 

Perché un omosessuale fatica ad accettarsi? Che ruolo hanno la famiglia, la scuola e la comunità in questo frangente? Tu sei italo-svedese; quali differenze ci sono tra i due paesi in questo ambito?

 

I fattori che influiscono su questo aspetto sono tantissimi. Il background della famiglia di provenienza e il paese in cui si vive giocano un ruolo determinante in ciò, così come la religione. La religione come diceva qualcuno è veramente l’oppio dei popoli. In una società che tende alla normalizzazione e all’omologazione risulta difficile inserirsi quando l’identità sessuale non è conforme all’ideale o stereotipo che mira ad avere una famiglia tradizionale composta da un uomo e una donna, possibilmente con prole. Sembra come se la società ci programmi affinché uno cresca, si laurei, trovi un buon lavoro, si sposi, faccia dei figli, si inserisca nel sistema, e poi muoia. Non è sempre così. Poi se citiamo personaggi influenti come Papa Francesco che se ne escono con affermazioni del tipo che “se il bambino in tenera età mostra atteggiamenti e comportamenti che possono far pensare che da grande diventerà omosessuale, potete rivolgervi a uno psichiatra”, come se fosse una malattia, be’, allora non c’è da stupirsi. Si tratta di influencer. L’omosessualità non è più classificata come malattia e i fattori che contribuiscono a farla manifestare non sono del tutto chiari ancora. Io ho le mie teorie, ma non mi sembra opportuno esprimere in questo contesto. Posso solo affermare che in Italia la Chiesa ha ancora grande potere. Nei paesi del Sud Europa in generale, la famiglia ha un ruolo molto più centrale, a volte quasi soffocante. I figli vivono a casa con i genitori spesso fino all’età adulta avanzata. In Scandinavia questo non succede e c’è maggiore considerazione dell’individualità delle persone, figli in primis. Sono delle persone che vanno rispettate, con la loro identità e indipendenza.  La Svezia poi è più laica, la società è secolarizzata e l’influenza della religione pressoché assente, benché negli ultimi tempi si sia registrato un afflusso di immigrazione proveniente dai paesi islamici, con una diffusione crescente dell’omofobia. Sicuramente una vita da omosessuale è leggermente meno lineare rispetto a quella di un eterosessuale: i conflitti interiori sono inevitabili, l’ansia dovuta al sentirsi obbligati, prima o poi , a fare coming out, il doverlo dire ai genitori, i segreti, le cotte infelici, il non poter condividere alcuni sentimenti e pensieri in determinate circostanze, il tenersi talvolta tutto dentro, il dover spesso finger e mascherare: tutto ciò porta a una interiorizzazione e a uno sviluppo della sensibilità leggermente diverso rispetto a quello di una persona etero, rendendo la vita più “imprevedibile”: è come se si vivesse costantemente in stato di allerta, anche perché poi a scuola i bulli diventano un problema che ricorre spessissimo, una tappa un po’ obbligata. Si fa fatica perché, almeno nel mio caso, non si vogliono deludere le aspettative dei genitori, della società, degli amici, non si vogliono smontare le false convinzioni di alcune persone, non si vuole subire discriminazione perché purtroppo la cosa è da molti ancora  vista con disprezzo. I genitori spesso c trattano come loro estensioni, ci vorrebbero a loro immagine e somiglianza, o meglio, come trofei di cui vantarsi con amici e colleghi per gonfiare il loro ego e l’omosessualità può essere scomoda. Noi non vogliamo deluderli e questo ci fa soffrire, specie un omosessuale consapevole che un coming out in famiglia li disonorerebbe causando vergogna. A volte invece l’omosessualità è un’ombra della loro stessa personalità, uno spettro latente, che non vogliono si manifesti nel loro prodotto genetico, come se fosse una maledizione ereditaria. In ogni caso se c’è stato, almeno a livello personale, un imprinting religioso e di dinamiche pregresse familiari (il retaggio dei miei genitori) marcato; diventa per cui difficilissimo, un processo tormentato e doloroso che genera conflitti interiori laceranti. 

 

Nel tuo libro parli anche dell’amore che ti ha salvato. Quindi l’amore da parte di un compagno e non solo, è più potente delle medicine?

 

In realtà no. L’amore sicuramente in quella fase della mia vita ha contribuito a una sorta di rifioritura spirituale, a un’elevazione, a un cambiamento interiore. L’avevo vissuto come una sorta di ricompensa dopo anni di sciagure emotive, ma l’amore di una relazione non è sufficiente a salvarci. Bisogna prima di tutto amare se stessi per potere amare un’altra persona. Io non amavo me stesso. Ero autodistruttivo e mi disprezzavo. Il mio compagno era diventato una sorta di àncora di salvezza dal naufragio. Quando però quel punto fermo ti viene sottratto, per un motivo o per un altro, da sotto i piedi, ti crolla il terreno su cui poggiavi e inevitabilmente cadi e affondi. E la caduta è stata rovinosa, stavo annegando. Bisogna pertanto crearsi un “salvagente” o meglio, un supporto solido a priori, per scongiurare eventi simili. Lui era il mio surrogato in una vita in cui l’amore vero non l’avevo mai provato, visto il modo disorganizzato e ambivalente con cui i miei genitori avevano provato a darmi affetto. Le medicine sono un complemento ma il grosso del lavoro è l’autoanalisi: bisogna scendere in profondità; come dicevo, si tratta di una catabasi: bisogna togliersi ogni maschera, la persona deve diventare “spirito” e confrontarsi con il demone dell’oltretomba, “Phersu”, sconfiggendolo. Solo allora possiamo dare avvio a una anabasi, la vera risalita, diretti verso la meta, e in un certo salvarci ricongiungendoci con l’anima. 

 

Progetti futuri?

 

Il 15 agosto 2018 è uscito per GDS Edizioni il romanzo Borderline – Oltre la linea, seguito naturale di Borderline – Storia di un ragazzo interrotto. Uscirà anche in formato cartaceo tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2018 (al momento esiste comunque in formato eBook). Il 13 settembre presenterò il thriller Legami Mortali – La ragazza che veniva dal freddo (Scatole Parlanti – Gruppo Alter Ego), un libro scritto di getto nell’estate del 2016, frutto di visioni oniriche tormentate in una fase di stallo della mia vita. Sarà presentato giovedì 13 settembre 2018 alle 19:00 presso il Senior Jag Cafè di Roma, via Cupra 33, zona Tiburtina. Quando poi ormai non ci speravo più, ho ricevuto una proposta editoriale per pubblicare la mia ultima raccolta di poesie, che si intitolerà “Plumbago”, che fa seguito alla prima “I Giorni di Alcione”. La casa editrice è la Tomolo Edizioni che pubblicherà la raccolta in formato cartaceo. Per il resto, continuo il mio lavoro di interprete e traduttore, dividendomi tra l’Italia e la Svezia, anche se confesso che mi piacerebbe intraprendere gli studi per diventare assistente alle cure veterinarie oppure riprendere gli studi per diventare psicologo, interrotti qualche mese fa per motivi personali. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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