I grandi classici? Fotocopie

| Secondo una teoria discussa e discutibile, esisterebbero soltanto sei tipi di trame che si ripetono pressoché all’infinito. Un algoritmo ha analizzato 1700 grandi romanzi, trovando un mare di ripetizioni

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Di Germano Longo
C’è da sentirsi vagamente imbecilli, scoprendo i risultati di una serissima ricerca di un gruppo di ricercatori dell’Università del Vermont che hanno raccolto 1.700 classici della letteratura anglosassone lasciando che un algoritmo installato su uno dei loro computer analizzasse i testi. Alla fine, è arrivato il responso: esistono solo sei trame che si ripetono all’infinito, niente di che. In pratica, sono centinaia di anni che gli scrittori si dannano l’anima per trovare storie all’apparenza sempre nuove e diverse, e altrettanto tempo che i lettori ci cascano, comprando opere che cambiano solo per ambientazione, nomi dei personaggi e dettagli. Ma per il resto, tutte uguali.

Tre i filtri utilizzati per scandagliare le opere analizzate: analisi e rivelamento delle parole chiave, in grado di individuare la direzione emotiva. Il secondo è invece capace di segnalare il ripetersi di scene simili, mentre il terzo - per finire - è quello che “spolpa” la vicenda di tutti gli orpelli e mostra lo scheletro della storia, nuda e cruda. Una tecnica spesso usata dai “marketeers” per analizzare i post sui social media, in cui ad ogni parola viene assegnato un particolare punteggio e classificato in aree precise: positiva, negativa, paura, gioia, rabbia e sorpresa. 

Ad analisi terminata, ai ricercatori è bastato mettere nero su bianco i sei tipi di trama che sembrano ripetersi all’infinito, con una costante da cui ogni volume tenta disperatamente di sganciarsi per rendersi unico in base al gusto e alle idee dell’autore: caduta, ascesa e ricaduta. In una sola parola: Shakespeare. Lo scheletrato di tutte le sue tragedie.

Un’analisi da cui non sono esclusi capolavori come la “Divina Commedia” di Dante, “Madame Bovary” di Flaubert, “Romeo e Giulietta” di Shakespeare, “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austin, “Frankestein” di Mary Shelley e “Il brutto anatroccolo” di Hans Christian Andersen.

A ipotizzare la teoria, anche se allora privo dell’algoritmo che sembra voler dare dell’idiota al mondo intero, era stato Kurt Vonnegut, autore americano che forse atterrito dall’idea di poter essere inserito nel mucchio, si era specializzato in opere che mescolavano senza soluzioni di continuità fantascienza, humor, satira sociale e di costume, politica e valori umanisti. Il suo romanzo più celebre, “Mattatoio n° 5 o La crociata dei bambini” (Slaughterhouse - Five; or, The Children's Crusade: A Duty-Dance With Death), racconta la testimonianza della sua prigionia in Germania e del drammatico bombardamento aereo che rase al suolo la città di Dresda.

Vonnegut, ai tempi della sua laurea a Chicago, aveva espresso una teoria che era stata rifiutata dagli inorriditi soloni accademici: signori, è inutile che ci affanniamo. Alla base della letteratura ci saranno cinque, al massimo sei trame. Nel 1995, l’autore di Indianapolis, classe 1922, in una conferenza aveva ripreso la sua tesi, tracciando su una lavagna i sei archi narrativi possibili e le linee che seguono i protagonisti delle vicende, comprese fra i due punti di partenza: buono e cattivo. In mezzo alcune varianti: un “buco” in cui il protagonista finisce mettendosi nei guai, per poi uscirne quasi sempre, “la scoperta”, il momento in cui trova qualcosa di meraviglioso – nella maggior parte dei casi un amore - lo perde ed è costretto a riconquistarlo.

Anni dopo, Vonnegut avrebbe ricordato: “Il contributo più bello alla cultura che abbia mai letto è stata la tesi scritta dal mio professore di antropologia: respinta perché semplice e perfino divertente”.

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