L'uomo che tortura e uccide i bambini

| Nel romanzo "Arrivederci all'inferno" ed. Eroscultura , Luciano Dal Pont descrive in modo crudo lo spaventoso percorso di un pedofilo che cattura le sue prede simulando la normalità. Come è accaduto a Maelys

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Di Floriana Naso

Jesse Timmendequas (nella foto con Megan, la sua vittima), condannato prima a morte e poi all'ergastolo, uccise una bimba di sette anni strangolandola. Accadde nel '97 negli Stati Uniti, in una cittadina del New Jersey. Non si sa se abbia ucciso altri bambini la sua vita resta ancora avvolta nel mistero. La descrizione dell’omicida seriale, in molti casi reali, è quella di un uomo ancora giovane, intelligenza superiore alla media e infanzia difficile, fatta di solitudine vuota e fredda, di abbandono e violenza. La sua vittima è preferibilmente indifesa e dunque: donne, bambini, ma anche omosessuali o diversi. A questa tipologia di persona si è ispirato lo scrittore Luciano Dal Pont per scrivere il romanzo Arrivederci all’Inferno, Eroscultura Edizioni.



Timmendequas potrebbe così essere un alter ego del protagonista di "Arrivederci all’Inferno", più che un saluto, è un invito a venire a scoprire il lato più oscuro, mostruoso, crudele della mente umana. Tutti noi viviamo nel perenne equilibrio tra il bene e il male. Fin da piccoli veniamo educati a percorre solo il bene. Cosa accade a chi invece si immerge totalmente nelle limacciose, profonde acque della cattiveria? Uccide, violenta, squarta, tortura. Peggio. Lo fa su dei ragazzi. Ecco perché questo strepitoso romanzo horror non è per tutti i lettori. Solo per chi, forte, equilibrato, desidera per alcune ore lasciare la rassicurante strada della bontà per immergersi nel male più assoluto, per vedere cosa c’è dall’altra parte, per comprendere come bisogna davvero starne lontano. Gli effetti sono devastanti e come il bene ha il suo costo – quanti vaffanculo ingoiamo? Anche il male prima o poi presenta il conto. Salatissimo. Luciano Dal Pont ci introduce gradualmente alla narrazione, all’inizio sembra un giallo, con dei manoscritti che passano di mano e che lentamente si dipanano fino a mostrarci quanto è orrendo, o affascinante, l’inferno. 

Occorre coraggio per aprire la porta che conduce negli abissi oscuri del male, ma è necessario averlo se si vuole comprendere a fondo i meccanismi che fanno scattare la molla dell’assassinio. L’autore scrive e descrive in modo magistrale tutte le dinamiche che intaccano la mente umana trasformandola in una micidiale macchina di morte e sofferenza.

Dal Pont, da cosa nasce l’intenzione o l’ispirazione di scrivere un romanzo del genere?

Più che intenzione, in effetti, si è trattato proprio di ispirazione. Mi venne in mente una storia simile molti anni fa, nel solito modo in cui mi vengono in mente tutte le trame: una lampadina che mi si accende all’improvviso dentro la testa, spesso di notte, senza una ragione scatenante precisa, non a livello conscio, almeno. Solo che era ancora un’idea vaga, embrionale, non ben delineata, sebbene già con alcune delle peculiarità che poi hanno dato origine ad Arrivederci all’inferno. Quell’idea di base restò per tanto tempo a languire in una sorta di letargo dal quale si risvegliava ogni tanto per poi subito riaddormentarsi, senza mai trovare il momento giusto per prendere forma e consistenza. Fino al 2016, quando, ancora una volta senza che vi fosse una ragione precisa, ebbi la certezza che fosse giunto il momento di concretizzare il tutto in un romanzo che andasse a toccare una tematica molto delicata e la presentasse così, senza filtri, in modo esplicito e brutale.  

In che modo ti sei preparato per poter scrivere di questa terribile tematica?

Ho letto molte biografie di famigerati serial killer sia italiani che stranieri allo scopo di documentarmi, ma devo dire che nessuna di esse corrispondeva esattamente alla figura criminale che avevo in animo di proporre, cioè quella di un assassino sadico sessuale e pedofilo che, sebbene avesse delle attenuanti riconducibili a un’infanzia terribile e devastante per la sua mente, avesse però conservato abbastanza lucidità e sanità mentale per poter fare un uso consapevole del proprio libero arbitrio. Così mi sono inventato di sana pianta il mio personaggio, con delle caratteristiche del tutto particolari che si adattassero bene ai messaggi che intendevo lanciare.     

La tua scrittura, per quanto straordinaria, è cruda, feroce. Quanto è stato difficile immedesimarsi nel protagonista: un omicida seriale di bambini?

Una precisazione: più che di bambini, in effetti si tratta di ragazzi e ragazze in età adolescenziale o puberale, e questa è una differenza sostanziale che permette di inquadrare con più esattezza il personaggio e le sue orrende pulsioni. Per rispondere alla domanda, è stata la cosa più difficile. Pensare alla trama, al suo sviluppo, alle varie scene e situazioni e poi al finale è stato semplice, la difficoltà invece è nata proprio dalla necessità di caratterizzare il personaggio nel migliore dei modi. Io sono convinto che la più grande qualità di uno scrittore di narrativa sia quella di non limitarsi a una mera descrizione cronologica di ciò che avviene, ma di sapersi calare nella mente dei personaggi in modo da provare le loro stesse emozioni per poterle descrivere e raccontare in maniera tale che siano percepite e vissute dai lettori. Questo è già abbastanza difficile quando si tratta di personaggi usuali, magari anche criminali e assassini ma insomma, diciamo nella norma, ecco, ma immedesimarsi nella psiche deviata eppure a suo modo lucida di un simile mostro che trae piacere sessuale torturando a morte le proprie vittime, è stata davvero un’impresa molto ardua.  

Immagino sia stato difficile anche trovare un editore

In effetti il percorso editoriale di Arrivederci all’Inferno è stato abbastanza travagliato. Nel 2016 ne  auto pubblicai una prima versione che, nel contempo, inviai anche ad alcuni editori, senza però avere riscontri. I motivi sono facilmente immaginabili: contenuti troppo forti, estremi, osceni. Fino a quando entrai in contatto con Eroscultura, che, sebbene sia una casa editrice specializzata in letteratura erotica, si dimostrò interessata a ripubblicare il romanzo nonostante sia più ascrivibile all’horror che all’erotismo, il quale ultimo, se c’è, è un erotismo deviato, malato, perverso al di là di ogni limite immaginabile. Inoltre si tratta di un lavoro che tocca tematiche delicate e vuole esprimere dei significati che vanno oltre le vicende narrate, mentre di solito si tende a identificare la letteratura erotica come un genere di puro intrattenimento. Comunque firmai il contratto e ringrazio Daniele Aiolfi, il titolare di Eroscultura, per il coraggio e la follia dimostrata nel voler pubblicare il mio libro. E parlo di coraggio e follia non a caso, visto che la censura non ha tardato a colpirci, escludendo il romanzo da tutte le librerie online. Così ora Arrivederci all’inferno è acquistabile solo sul sito della casa editrice.  

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

La soddisfazione di avere fatto un lavoro forse unico nel suo genere. Non mi risulta infatti che vi siano in circolazione altri romanzi che trattino gli stessi argomenti e le stesse tematiche in maniera altrettanto cruda. Ho voluto conferire alla mia storia un realismo esasperato, assoluto, brutale, senza lasciare nulla all’immaginazione ma descrivendo invece le scene più raccapriccianti fin nei minimi dettagli. E questo non per puro sensazionalismo fine a sé stesso ma per rompere gli schemi, per andare oltre i tabù ignorando volutamente il politically correct, cercando in questo modo di fare qualcosa che, attraverso le sensazioni forti suscitate, fosse in grado di far pensare, di far riflettere.  

Hai accennato a tematiche delicate e a messaggi da lanciare. Ce ne vuoi parlare?

Certo, anche se ovviamente dovrò restare un po’ nel vago per non svelare troppi particolari della trama togliendo il piacere della lettura a chi vorrà acquistare il romanzo. Ormai è chiaro: si parla di pedofilia, anche se il mostro è attratto soprattutto da ragazzine e ragazzini più o meno dai dodici ai quindici anni piuttosto che da bambini piccoli. Ma la sostanza non cambia. Per entrare nel merito, sarebbe facile per me sostenere di aver voluto evidenziare quanto un’infanzia traumatica possa poi avere delle conseguenze devastanti sulla psiche di una persona, quando questa diventa adulta. Ma in realtà il mio intento è molto più ampio e articolato e mi pongo, come pongo ai lettori, delle domande inquietanti che scaturiscono dallo stesso modo di valutare sé stesso del serial killer: il male esiste? Il libero arbitrio esiste ed è gestibile e controllabile anche da parte di chi sente dentro di sé un certo tipo di insane pulsioni? Fino a che punto si possono controllare e inibire desideri caratterizzati dal più osceno sadismo? E fino a che punto è lecito giustificare i crimini più orrendi ed efferati con la classica formula: incapace di intendere e di volere? E ancora: ha senso, da parte di chi si è macchiato di simili atrocità, chiedere perdono? O non è forse un atto di presunzione e di arroganza? Si pensa sempre alla richiesta di perdono come a una professione di pentimento e di umiltà, ma io, nel romanzo, propongo invece una chiave di lettura molto diversa in proposito, anche se non voglio approfondirla in questa sede, rimandando alla lettura del libro. E poi c’è un’ultima tematica delicata e controversa che emerge dalle pagine di Arrivederci all’inferno: la giustizia è davvero in grado di punire in modo adeguato questi orribili assassini e stupratori? Ha un qualche senso, in questo contesto e per simili personaggi, parlare di rieducazione, di carcere riabilitativo, come sancisce la nostra costituzione? Io non do risposte nel romanzo, anche se personalmente ho idee molto chiare in proposito, ma qui mi limito a porre degli interrogativi.     

   Quali sensazioni pensi abbia lasciato nei lettori?

Orrore, sgomento, pena per le giovani vittime, eppure qualcuno mi ha confidato di aver provato compassione persino per l’assassino, per ciò che a sua volta ha dovuto subire da bambino e che ha condizionato la sua crescita fino a farlo diventare il mostro che è diventato. E poi, più in generale e al di là dell’orrore, ho la sensazione che il pubblico abbia compreso il mio intento, ciò che mi sono riproposto di esprimere con questo romanzo. Certo non tutti si saranno dati delle risposte precise alle domande che lascio emergere, ma questo è inevitabile, sono comunque concetti che lasciano spazio a una certa soggettività di giudizio.  

Come è stata accolta la tua opera dalla critica?

Molto bene, al di là di qualche isolata voce fuori dal coro che ha cercato di dipingermi come una specie di pervertito che ha provato un insano compiacimento immedesimandosi nel serial killer, per il resto il romanzo è stato presentato e recensito in maniera lusinghiera in vari blog letterari, e tutti hanno colto la sua essenza più vera e autentica, e i significati che ho voluto far emergere.  

Secondo te, questo libro cambia la percezione che abbiamo del mondo e delle persone?

Quali sono i motivi per cui, secondo te, un lettore dovrebbe scegliere il tuo libro?

Io vorrei che fosse la giustizia a cambiare drasticamente il suo modo di giudicare i criminali e i reati che commettono. Non sono un esperto in legge ma vedo cosa accade: piccoli delinquenti colpevoli di lievi reati che devono sorbirsi anni e anni di carcere, magari soltanto perché sono recidivi, e mostruosi assassini liberi dopo pochi anni con le più assurde motivazioni. Potrei citare decine di esempi in proposito. Ecco, forse leggere Arrivederci all’Inferno potrebbe aiutare ad aprire gli occhi su quanto sia paranoica la gestione della giustizia in Italia, anche se mi pare che la percezione di questo problema da parte dell’opinione pubblica sia già piuttosto sviluppata. Solo che i legislatori se ne fregano alla grande.      

Progetti futuri?

Sono così tanti che, se anche non dovessero più venirmi nuove idee e nuove ispirazioni improvvise, cosa comunque improbabile, tra romanzi già iniziati da terminare e appunti e scalette varie già scritte, avrei lavoro almeno per i prossimi quindici anni. Quello che è certo è che sono molto ambizioso e il mio obiettivo è quello di affermarmi come scrittore ai massimi livelli, punto molto in alto. Adesso mi sto concentrando sull’erotico e sull’horror, ma non voglio essere uno scrittore di genere, preferisco cercare di affermarmi come un autore poliedrico e spaziare in generi diversi.   

 

 

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