La ragazza del Sud sfida l''Ndrangheta

| La vibonese Titti Preta, nel romanzo omonimo, traccia lo scenario e l'ambiente in cui č costretto a vivere chi mafioso non č. Tra contraddizioni, atti di silenzioso eroismo e una rivolta civile contro l'acquiescenza al crimine

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Di Floriana Naso

La ''Ndrangheta è un'organizzazione criminale italiana originaria della Calabria, ed è l'unica mafia presente in tutti e 5 i continenti del mondo. Si è sviluppata a partire da organizzazioni criminali operanti nella provincia di Reggio Calabria, dove è fortemente radicata, anche se il potere mafioso è dominante anche nelle province di Crotone, Catanzaro, Cosenza e Vibo Valentia. La sua attività principale è il narcotraffico, seguita dalla partecipazione in appalti, condizionamento del voto elettorale, estorsione, usura, traffico di armi, gioco d'azzardo, e smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi.

La ’Ndrangheta ha assunto, in Italia e all’estero, un ruolo di primo piano nel mercato internazionale degli stupefacenti, dispone di ingenti risorse finanziarie, che consolidano la sua immagine ai vertici del crimine organizzato transnazionale, dove è riuscita a consolidare veri e propri rapporti di partenariato, come dimostrano i contatti diretti con i principali cartelli che immettono la droga sul mercato mondiale. Il giro d’affari prodotto dalla ’Ndrangheta Holding è equivalente alla somma della ricchezza nazionale prodotta da Estonia (13,2 miliardi di euro) e Slovenia (30,4 miliardi di euro).

Di questo mondo spietato ci parla Maria Concetta Preta (nella foto), nel romanzo Ragazza del Sud, ultimo nato dalla penna dell’autrice vibonese, che ha riscosso il plauso della Giuria letteraria del Premio “Una perla nell’Oceano” 2016, tributandole la vittoria nella sezione speciale “Ciò che Caino non sa”, dedicata alla violenza sulle donne, tematica dell’opera insieme a quella della mafia. Spiega:   

“La condizione femminile è narrata con gli occhi e il linguaggio di un’adolescente di un paese del Sud ancora rinchiuso nei suoi atavici condizionamenti di microcosmo sociale, in cui le donne sono doppiamente vittime di retaggi culturali profondamente radicati.

 Ciò che ho voluto evidenziare maggiormente è l’esposizione schietta, verace, in cui la narrazione si snoda sui fili di una coerenza logica ed espositiva, parola dopo parola, carica di immagini e di immediato impatto emotivo, grazie alle pronte disamine costruttive.

 Dalla storia di Lory si evince il chiaro intento manipolatore della famiglia patriarcale, ma non c’è traccia di pietismo e di compiacimento. Il lirismo interiore è dovuto alla consapevolezza del valore di sé come persona. Ho cercato di proiettare empaticamente il lettore nel racconto e di coinvolgerlo nel monologo con un linguaggio comunicativo intenso, partecipato, diretto.

 Lory, prototipo della ribelle (una figura a me cara), non sarà come avrebbero voluto il padre e la madre, non sarà la figlia brava e buona, accomodante e muta, e neanche la moglie sottomessa di un mafioso, ma sarà il risultato di un percorso evolutivo che, in solitudine e con le sue uniche forze, riuscirà ad intraprendere con coraggio e volontà di non assoggettarsi. Lory è il rifiuto del sopruso, della discriminazione di genere e della mafia a vantaggio del riconoscimento della persona, della sua libertà e del suo diritto di esistere ed essere.”

Ancora una volta, è stata l’indignazione e il rifiuto di ogni tipo di violenza, dalla più sottile a quella più coercitiva, a spingere l’autrice a scrivere l’opera in cui la protagonista, Lory, figlia della Calabria più arretrata, incappa per amore nella ‘Ndrangheta e si trova, guidata dalla passione per Pietro (‘ndranghetista emergente, implicato in una faida) a rapportarsi con una realtà terribile, fatta di silenzi, vendette, paura. Accanto al processo di autodeterminazione e ribellione della protagonista, si delinea la storia umana di Pietro che vorrebbe rinunciare alla mafia, ma non riesce a compiere l’emancipazione che la sua compagna effettuerà. 

 Si tratta, svela l’Autrice, della “storia di due vite parallele sospese, tra il Bene e il Male, in un paesaggio selvaggio e millenario: l’Aspromonte, di cui si riecheggiano paesaggi e leggende. Non mancano i colpi di scena e i momenti tragici e si ripercorre la storia della ‘ndrangheta dagli anni 70 ad oggi. Un personaggio che adoro è quello del giudice, in prima linea contro la mafia, a costo della vita: per delinearlo mi sono ispirata al mio idolo: Nicola Gratteri”. 

Intervista all’autrice.

Come nasce Ragazza del Sud e perché?

 Da calabrese non potevo più sottacere sulla piaga della mafia. Credo che un vero scrittore debba mettersi al servizio della comunità e, dove necessario, offrirsi come testimonial per la lotta a favore della Legalità. Sempre e comunque, spinta da una profonda indignazione - in calabrese è lo “sdegno” - nei confronti delle sorti della mia terra, che dal passato al presente risulta oppressa dai codici della ‘ndrangheta, ma offre anche esempi di coraggio e impegno di notevole importanza. Ecco, io nel mio romanzo parlo del male e del bene in questa “manciata di bellezza sprecata” (cit. da me) che è la mia regione.   

Quanto è stato difficile, per te, aprirti su un argomento così doloroso?

E’ stato, tutto sommato, un arduo cammino alla ricerca delle origini della mafia. Del suo svolgersi, del suo proporsi. Non mi ha affaticata, ma avvinta. Come, d’altronde, ogni libro che scrivo. Missione possibile. Difficile di certo. Impegnativo trovare l’idea giusta e creare il canovaccio narrativo. Ma sarebbe stato doloroso tacere sulla mafia, anziché narrarla.   

Parlaci della protagonista, Lory; cosa hai amato di più di lei?

Lory è una ragazza degli anni ‘80 amante della scuola, osteggiata in casa nei suoi empiti di emancipazione. Vive l’incontro con la ‘ndrangheta a testa alta, com’è tipico degli eroi, non senza provare sofferenza, ma sempre guidata dalla sua fiaccola di giustizia e libertà. E’ un personaggio ideale che addita una mèta, non potevo che “saturarla”. Mi sono ispirata a tante ribelli del mio Sud, ho avuto l’imbarazzo della scelta e ciò fa capire come la mia terra sia a due velocità: c’è chi fa del male e c’è inevitabilmente chi lo combatte. Di certo, il romanzo fa capire che vivere in Calabria è un atto “eroico”.  Ogni giorno qua tutti dobbiamo lottare contro soprusi, piccole ingiustizie e forme di illegalità diffusa e di arretratezza. E pure io che, pur formandomi culturalmente in un’altra regione, ha deciso di tornare qui a combattere, realizzando che la Calabria ha bisogno di cervelli e di persone moralmente valide per non decadere del tutto e diventare del tutto uno “sfasciume pendulo sul mare”. 

 Qual è il personaggio più scomodo che hai delineato e perché?

 Di certo il boss Don Nisticò: al comportamento da capo della ‘ndrina, associa quello di violentatore di donne, che sono poi le serve del suo “feudo”. Ma, per una forma di contrappasso, la pagherà davvero cara. E a sbatterlo in galera sarà… guarda un po’ … proprio la donna di cui lui si fidava ciecamente, la bella Mariuccia! L’intento è far capire che la ‘ndrangheta non sarà mai dalla parte di noi donne e dei nostri progetti di autodeterminazione.  

Quante lettrici, secondo te, si identificano nella protagonista e perché?

Tutte le donne che, come me, sentono forte il desiderio di indipendenza e fanno propria la quotidiana lotta per un mondo più bello, giusto e tinto dei colori della pace. Lory è una e tante insieme. E’ il caleidoscopio della femminilità. Piacerà anche a chi non è calabrese. Perché è un simbolo. 

 

Parlaci del coraggio: cosa significa per te?

Coraggio è alzarsi ogni mattina nella mia terra e impartire ai miei allievi del liceo classico, sono una prof di latino e greco, il senso della bellezza, dell’appartenenza ai nostri luoghi, della libertà, dell’autonomia.  E aprire da questa piccola specola del sud una finestra sul mondo. Un po’ come Lory che, grazie alla scuola, rimette in moto la sua vita.  

Qual è il passaggio del libro più significativo?

Consiste nella parte dedicata alla “scelta di Lory”, ossia l’abbandono della sicurezza che l’aver sposato un mafioso le garantiva e il mettersi dalla parte della legalità, combattendo contro il marito. Pietro, e la ‘ndrangheta. Eccone un estratto: Nonostante Lory avesse sempre sognato di fuggire dalla sua terra, decise testardamente di rimanere in Calabria e di non seguire l’uomo per il quale smaniava e che non voleva affatto liberarsi del suo mantello nero. “Questo era il costo di un amore nato male e che si sarebbe arenato nel peggiore dei modi. Che conto salato avevo da pagare! La rinuncia a seguire Pietro avrebbe avuto un prezzo altissimo per me, che neanche immaginavo. Sarebbe stata questa la mia sconfitta di donna?”    

 

Cosa ti ha lasciato quest’opera?

La speranza. Quella che sta in fondo al Vaso di Pandora. Ecco, io mi sono sentita come lei. Ho scoperchiato il ricettacolo del male, ma … “Spes ultima dea”. 

Quali emozioni pensi che proverà il lettore, non appena avrà terminato la lettura del tuo libro?

Una crescita umana, un arricchimento personale e il desiderio di scavare a fondo sul fenomeno mafia, non accontentandosi solo del mio romanzo. Leggere un libro è compiere un’avventura prodigiosa, che deve “prenderti”, sbalordirti, cambiarti. Deve avere un messaggio forte: il mio romanzo lo contiene.  

La Calabria è una regione stupenda, io l’ho girata tutta e me ne sono innamorata. Secondo te, quali sono gli ostacoli più grossi che la tua regione dovrebbe superare per avere il prestigio che merita?

I problemi sono tanti, ma in assoluto il maggiore è la mancanza di occupazione. Poi c’è il classico “isolamento” e la “sindrome di indifferenza” secondo cui si pensa a vivere bene dentro le proprie mura e non ci si preoccupa del sociale.  Ciò nasce da una scarsa coesione, perché il nostro “tessuto civico” è molto sfilacciato, ce lo dice la storia. Occorreranno almeno 100 anni per una Calabria “nuova”. Io di certo non la vedrò. Non sono pessimista, ma pragmatica e critica. Ciò nonostante, voglio ancora crederci in questa terra dalle mille risorse dove, quando meno te l’aspetti spunta una “pasionaria” come Lory… e me! 

 

Progetti futuri?

Sono davvero tanti: da un anno sto svolgendo una ricerca storica su un caso della cronaca italiana che ha a che fare con il tema del “femminicidio” quando ancora questo termine non si usava e della violenza di genere proprio non si parlava che, guarda un po’, sono sati gli anni della mia infanzia (anni 80). Ma, per scaramanzia, non svelo altro. Credo che questo romanzo noir uscirà nel 2019. E poi sto ultimando un racconto molto bello, di matrice “alvariana”: credo che Corrado Alvaro sia stato uno dei maggiori intellettuali del 900, non perché nativo di San Luca (RC) dove, in verità, visse pochissimo. Si intitola (provvisoriamente) “La Salamandra” e riguarda una nuova figura di donna del Sud: la magara o strega popolare. Ha vinto come inedito il premio “Rina Gatti” 2017 a Perugia, riscuotendo la simpatia della giuria diretta dal prof. G. Lepri. E’ un’opera diversa dal solito, irriverente nella sua crudezza, credo coraggiosa. La storia “on the road” di una donna unica oggetto di persecuzione. Come avrà capito, amo le tinte forti, da tragedia classica.  

DALLE COSCHE AL FEMMINICIDIO

Titti Preta, vibonese, Laurea in Lettere Classiche conseguita a Firenze, docente di ruolo di Italiano, Latino e Greco al Liceo Classico Morelli di Vibo V., delegata del F.A.I. di cui coordina le attività culturali, esperta di epigrafia latina e Beni Culturali, ha inizialmente dato alle stampe il saggio storico: “Il municipium di Vibo Valentia, vincitore della borsa di Studio indetta in ricordo di Michele Morelli nel 1991  e poi Terzo posto per la Saggistica storica al Premio di Feroleto Antico nel  2014.

  Debutta nella narrativa con il giallo archeologico: ”Il segreto della ninfa Scrimbia”, che si è aggiudicato il premio Nazionale “Le Parole di Arianna” ed è risultato finalista al prestigioso Premio Tropea.  

 Pubblica poi “La signora del Pavone blu” un noir storico giunto al settimo riconoscimento nazionale e il saggio storico antiquario “Scrimbia” (Premio “Narrando per passione”, Messina, menzione d’onore).

“Rosaria, detta Priscilla, e le altre – Storie di violenza e femminicidio” e “Angela la Malandrina – Storia di brigantaggio e libertà” sono i suoi racconti storici al femminile, sospesi tra indagine antropologica e psicologica, che riscuotono unanimi consensi: come a Venezia per il Premio Marzo Donna 2016, o la vittoria al Premio di Acireale "Racconti di Donna" 2015. 

  Pubblicazioni del 2016 sono: “L’ombra di Diana”, romanzo storico incentrato sulla leggenda di Diana Recco (Monteleone, sec. XVI d.C.) e "Ragazza del Sud - Donne violenza e 'ndrangheta." 

 Nel 2017 per il trentennale della morte della cantante calabro-francese Dalida pubblica "Cercando Jolanda" e dà avvio alla serie di racconti didattici per le scuole medie con "Gli occhi neri di Aisha" (l'immigrazione dei minori non accompagnati) e "Dài che ce la fai" (Bullismo e disagio pre-adolescenziale). 

Ritorna all'indagine storica e letteraria con " 9 come le Muse"  nove saggi di cultura popolare vincitore lo scorso anno del Premio di Bova "Rolfhs Mosino Karanastasis" per la difesa della cultura grecanica.  

La scrittrice è attiva anche come giurata di qualità in Premi letterari e come opinionista su riviste on line ed organizza cicliche passeggiate storico-letterarie nella sua città, che fu Monteleone. 

 

 

 

 

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