"L'Eros? Può trasformarsi anche in violenza contro la donna"

| Al Mondadori Store di Rivoli la presentazione del romanzo-thriller di Floriana Naso "Il respiro della grande madre", ed. Pluriversum. Intervista all'autrice

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La Pluriversum Edizioni è approdata in Nord Italia con una doppia presentazione dei due romanzi di punta, Il respiro della grande madre di Floriana Naso, e L'altra parte di me di Gianluca Rattalino. Venerdì, al Mondadori Store di Rivoli, Il fondatore della casa editrice, Antonio Di Bartolomeno ha spiegato che la filosofia di fondo della Pluriversum è quella di aprire le porte a ogni genere di letteratura, anche sperimentale, in un'ottica democratica della diffusione culturale, tanto da definire lo stesso evento un incontro, più che una presentazione, perché è proprio dall'incontro di più persone diverse che nascono i libri della Pluriversum.

Davide Magnani, mediatore nell'intervista alla scrittrice, ha definito lo stretto legame tra l'autrice e il tema della violenza contro le donne, argomento che le sta molto a cuore e in merito al quale gestisce una rubrica, Il coraggio di una voce, sul giornale online Pensiero Plurale, dove le donne vittime di violenza fisica e psicologica trovano una possibilità di espressione sotto forma di racconto, poesia o semplice dialogo "Ogni fischio di apprezzamento, lungo la strada, ogni mancanza di rispetto," afferma la scrittrice "denigra l'integrità e la dignità di una donna. Noi dovremmo tutti essere portatori di egualitarismo." Questo il messaggio veicolato dalla sua rubrica, un messaggio che l'autrice riprende e declina sotto una nuova luce ne Il respiro della grande madre.

Cosa ti ha spinta a raccontare la storia di Greta, la protagonista del tuo nuovo libro?

Penso che ciò che mi ha spinta a farlo sia stata la volontà di scavare oltre l'apparenza delle cose e esplorare il lato oscuro che si cela in ognuno di noi. Spero che attraverso Greta qualcuno possa mettersi a nudo e riconoscere il bianco e il nero che risiede in lui percependone il potenziale.

Quanto c'è di te in questo romanzo?

C'è sempre tanto di me in quello che scrivo. Io sono fatta di luci e ombre: tento sempre di chiedermi il perché di determinate scelte compiute dalle persone e tendo a esplorarle. Credo sia una mia inclinazione naturale.

Nel tuo thriller è evidente l'analisi del rapporto che intercorre tra vittima e carnefice; vorresti parlarci della tua interpretazione di questo binomio?

È un rapporto che verrà svelato gradualmente nel romanzo, ho voluto avvicinarmici lentamente. Ne Il respiro della grande madre, in effetti, sono presenti più carnefici, a cominciare dal padre della protagonista, che abbandona la sua famiglia quando Greta era ancora una bambina causandole un immenso dolore. Non ho parlato solo di violenza fisica, dunque, ma anche di violazioni psicologiche, forse quelle più subdole. Il lettore comunque verrà portato, pagina dopo pagina, la messa in dubbio di questo rapporto.

Quanto si ama la protagonista di questo thriller?

Chi mi conosce sa che non sono solita parlare attraverso personaggi con cui è facile entrare in empatia. Greta non è una protagonista tradizionale; non è semplice immedesimarsi in lei, ma ritengo che la letteratura serva anche a visualizzare altre vite, addirittura a viverne altre. Quello che faccio qui e presentarne al pubblico una diversa dalla propria, poi sarà lui a giudicarla.

Ti faccio una domanda più generica, ma che è stata stimolata dal tuo libro: perché, secondo te, siamo sempre più abituati alla violenza?

Forse è la sua spettacolarizzazione ad attrarre il mondo. Forse la costruzione della finzione fa perdere il senso della gravità che essa comporta.

Sappiamo che sin dal tuo primo romanzo, 700 giorni, ti sei mostrata come una scrittrice fuori dagli schemi, ebbene: quali sono gli schemi da cui Il respiro della grande madre esce?

Tanti. Uno tra questi è la dimensione in cui vive la protagonista: lei ha costruito un muro attorno a sé, che la separa dal resto del mondo. Greta è una subacquea per passione e comincia a vivere solo quando si immerge in acqua. Anche io spesso voglio estraniarmi, ma io lo faccio immergendomi nella scrittura. Come ho già detto: siamo fatti di luci e ombre, ebbene, l'acqua, nel suo caso è una luce, perché rappresenta un rifugio, un luogo in cui essere pienamente se stessa. Tuttavia, dobbiamo ricordare che quando anche i sommozzatori esperti si immergono non lo fanno mai da soli, anche loro hanno bisogno di un contatto con almeno un altro collega; se ci pensiamo questa è una contraddizione nel comportamento di Greta, d'altronde, tutto ciò che facciamo non si può collocare in maniera univoca. Tutto è plurivalente.

Dopo, dibattito con il pubblico e molte domande.

Non è strano inserire l'erotismo all'interno di un thriller?

Bella domanda. Qui l'eros fa da sfondo, le scene di sesso sono piene di rabbia, di passione violenta, perciò non credo siano fuori luogo, anzi, rappresentano un'ulteriore declinazione della violenza.

Quanto conta per te il confronto con i tuoi colleghi scrittori?

È assolutamente indispensabile. Mi serve per crescere sia come persona che come scrittrice. Per me il confronto non è una minaccia, se mai una sfida e un arricchimento.

Sia in 700 giorni che ne Il respiro della grande madre, le protagoniste presentano un punto di vista femminile: scriverai mai dal punto di vista maschile?

Può darsi. Non mi precludo nulla: entrambi i romanzi sono nati come una folgorazione, spontaneamente, quindi non ho meditato su quale prospettiva assumere, piuttosto ho cavalcato un'onda. In futuro, perché no? A me piacciono le sfide.


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