La tragedia dei prigionieri di guerra italiani

| Catturati dagli Alleati nel corso della guerra "fascista", si ritrovarono nei campi di prigionia inglesi e Usa in tutto il mondo. non si sentivano nemici, molti hanno cooperato con le autorità statunitensi. Il libro di Mauro Corticelli

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GERMANA ZUFFANTI

Nella Sala Lettura del Circolo dei Lettori presentato il libro edito da Pendagron e scritto da un giovane autore bolognese  Mauro Corticelli con il titolo “ Prigionieri”. Il libro è un viaggio personale attuale attraverso il passato, il passato di un prigioniero di guerra in un periodo storico di guerra ed orrori: la chiave che è anche il motivo del libro è un manoscritto in cui è racchiusa tutta la storia degli anni di prigionia di un parente stretto del protagonista, suo omonimo tra l’altro, Carlo Moretti. Li’ sono raccolti tutti i suoi dati personali, la foto, le impronte digitali, data e luogo della sua cattura, tutti i campi nei quali è stato trasferito, le foto dei giornali che arrivavano a lui nel campo di prigionia di una Bologna bombardata. Pagine che ci restituiscono la sua storia dall’altra parte dell’oceano, una parte della sua vita, ma anche un pezzo di storia patria. Proprio per questi motivi, la presentazione, accompagnata dal saluto e l’introduzione di Nino Boeti, Vice presidente del Consiglio Regionale del Piemonte nonché Presidente del Comitato Resistenza e Costituzione della X Legislazione , è stata una riflessione collettiva sul momento storico legato al “Giorno della memoria” che, come ogni anno, il 27 gennaio, si celebra per non dimenticare  lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento per mano dei nazisti e di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale.

 Fu proprio il  27 gennaio del 1945 che le truppe sovietiche della 60esima Arma del 1° Fronte Ucraino, guidate dal maresciallo Ivan Konev, arrivarono ad Auschwitz e scoprirono il campo di concentramento omonimo, liberando dalle torture tutti i superstiti. La scoperta del campo di concentramento di Auschwitz fu la testimonianza concreta e pubblica dell’orrore del genocidio degli ebrei e degli strumenti di tortura usati dal regime nazista.  Si parlò dei campi di concentramento nazisti e russi, degli orrori della guerra, delle morti e delle scomparse.Boeri afferma che ben poco si conosce del periodo storico che fa da sfondo al libro presentato, che furono perseguitati non solo gli ebrei ma anche i rom e  gli omosessuali. Rievoca il periodo storico, riafferma la necessità che si ricordi ciò che è accaduto, a noi, alle nostre famiglie, al nostro momento.E questo soprattutto adesso che ‘Italia è divisa in occasione delle prossime elezioni politiche. Fame, guerra e storie di prigionia, come quella raccontata da Mauro con riferimento al nonno che era stato portato in un campo di Prigionia in America passando dalla piana di Gela in Sicilia per l’Africa. Essere prigionieri di guerra era uno “status” riconosciuto e tutelato almeno formalmente dalla Convezione di Ginevra sui Prigionieri, del 1929. Dopo la guerra però il tema non andava di moda, gli ex reclusi forse volevano dimenticarsene, provavano quel senso di vergogna irrazionale e ingiustificato che provano le vittime di drammi importanti.

Ne parla con una punta d’orgoglio pensando al nonno,  Mauro Corticelli.

 

Come mai ha voluto scrivere un libro tanto diverso dai due precedenti, romanzando la storia raccontata sul diario ritrovato di Nonno Cesare?

Come ho scritto alla fine del mio breve romanzo, ho voluto omaggiare mio nonno che ho visto attraverso altri occhi, quelli del “prigioniero “ di guerra. Non solo più il nonno con il quale condividevo la domenica pomeriggio, ma anche l’uomo che ha affrontato e vissuto un periodo storico con grande coraggio e “ normalità “ se vogliamo. Non tutti sanno cosa siano stati i “prigionieri di guerra” e “gli internati militari”. Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’esercito italiano, lasciato senza ordini, si dissolve. Gli 810mila militari italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra vengono considerati disertori oppure  franchi tiratori e quindi giustiziabili se resistenti. Sono classificati prima come prigionieri di guerra, fino al 20 settembre 1943, poi come internati militari (Imi), con decisione unilaterale accettata passivamente dalla RSI che li considera propri militari in attesa di impiego. Hitler non li riconosce come prigionieri di guerra (KGF) e per poterli "schiavizzare" senza controlli, li classifica "internati militari" (IMI), categoria ignorata dalla Convezione di Ginevra sui Prigionieri, del 1929. Degli 810mila militari italiani, 94.000 optano alla cattura per la RSI o le SS italiane, come combattenti (14.000) o ausiliari (80.000). Dei 716.000 IMI restanti, durante l'internamento, 43.000 optano nei lager come combattenti della RSI e 60.000 come ausiliari. Con gli accordi Hitler-Mussolini del 20 luglio 1944 gli internati vengono smilitarizzati d’autorità dalla Rsi, coattivamente dismessi dagli Stalag e gestiti come lavoratori liberi civili.

Anche i prigionieri di guerra, racconta nel romanzo in cui il protagonista Carlo Moretti varca l’oceano con la speranza di ritrovare lo zio di cui ha letto nel manoscritto, sono stati una forza lavoro importante, vero?

Nella variegata realtà della prigionia di guerra italiana nell’ultimo conflitto, ha avuto sue precise peculiarità la vicenda dei 50.000 militari detenuti negli Stati Uniti, tra cui quella di mio nonno che racconta come arrivarono in america e per quali vie. Dopo l’8 settembre, da nemici, essi diventarono “alleati” degli anglo-americani. I comandi statunitensi proposero loro un’adesione volontaria e individuale ad un programma di cooperazione, senza avere mai l’avallo ufficiale del governo Badoglio. Per i prigionieri non si trattò di una scelta semplice: da un lato sperando in un miglioramento delle condizioni materiali e maggiori libertà, ma dall’altra fu la stanchezza a spingerli ed il desiderio che quell’incubo finisse, che si trovassero a rivedere le famiglie. E di questa scelta di legge sulle memorie ritrovate. Quando ho iniziato a leggere il diario di mio nonno, mi sono immedesimato nel dramma personale, nella solitudine e nell’isolamento che lui provò, quando incontrò ad esempio il fratello da cui era stato diviso. Del lungo viaggio in nave verso «l'Arsenale delle democrazie»  che coinvolse  quasi 125mila uomini che , andarono incontro ai destini più diversi su suolo americano poco era stato scritto ed io ho voluto rifletterci e scriverci sopra, per gli altri ma anche per me, come soluzione personale per la costruzione della mia identità personale. Rileggete, riflettetete, ripensate a quanto si è fortunati ad essere liberi e non “ prigionieri” : spesso non si pensa al fatto che la libertà e la democrazia siano un grande dono frutto dei dolori e dei sacrifici di migliaia di uomini.

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