Il crack della Lehman Brothers, i 10 anni che sconvolsero il mondo

| Il 15 settembre del 2008 la potente banca d’investimenti americana dichiara bancarotta: è l’inizio della crisi globale più lunga e cattiva della storia

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La crisi globale che non vuole finire ha una data e un’ora precise: 15 settembre 2008, l’una di notte. È il momento esatto in cui la “Lehman Brothers” getta la spugna: fino ad allora è stata una potenza, la quarta banca d’affari americana, nata nel 1850 sotto la presidenza di Zachary Taylor e con uffici in tutto il mondo. Qualche ora dopo, qualcuno mormora che sugli Stati Uniti è in arrivo una nuova crisi, molto simile a quella del 1929, quando la borsa era crollata trascinando il paese alla fame. Non era così.

Il crack della Lehman Brothers ha finito per essere il tassello iniziale di un domino a catena che ha trascinato sull’orlo del baratro centinaia di istituti di credito in tutto il mondo. Dopo la banca americana saliranno sulla giostra colossi come “Bnp Paribas”, “Countriwide”, “Bearn Stearns” e “Northern Rock”.

A far crollare il castello placcato oro della L.B. erano stati anni e anni di pozioni magiche bancarie con cui tentare di ingannare i mercati, propinate a piene mani a chiunque, e con una disinvoltura quasi imbarazzante. Da una parte i “mutui subprime”, prestiti concessi anche a chi ha avuto problemi nella propria storia di debitore, per di più agganciati al valore degli immobili. Una bolla diventata enorme, che tutti sapevano sarebbe esplosa, prima o poi.

Insieme ai subprime, finiscono sotto accusa i “CDO” (Collateralized Debt Obbligations), prodotti finanziari nati marci, che in un frullato preparato ad arte, mettevano insieme mutui sicuri ad altri decisamente rischiosissimi. Capire dove si sia inceppato il meccanismo diventa semplicissimo, un’equazione quasi banale.

Avvisaglie di quel giorno di settembre di dieci anni fa c’erano state, e anche molte. Un anno prima, la piccola e agguerrita “New Century Financial”, specializzata in mutui subprime a categorie disagiate e clienti a rischio, sospende le proprie attività perché la solvibilità aziendale è compromessa. In poche e scarne parole, a forza di prestare denaro a qualcuno che forse - ma non è detto - avrebbe dovuto restituire tutto in comode rate, la società californiana si scontra contro il più banale ABC della finanza: se quel che possiedi vale più dei tuoi debiti sei solvente. Se non è così, la bancarotta è quasi assicurata.

Ma chi avrebbe dovuto leggere il messaggio fa finta di nulla, e si avanti come nulla fosse.

Il 12 settembre 2008, i papaveri delle più grandi banche commerciali americane si riuniscono negli uffici della Federal Reserve per tentare di salvare la Lehman Brothers. Non più tardi di due giorni prima, dalla società erano arrivate rassicurazioni all’apparenza solide, sotto forma di 28 miliardi di dollari di capitale con cui affrontare la crisi. Ma non è un segnale che basta a calmare le acque, e dalla Federal Reserve parte una tirata d’orecchi: il capitale a bilancio non è importante, perché se gli investitori fiutano che gli asset di una banca valgono meno del valore scritto, hanno tre modi per dimostrarlo: abbandonare gli investimenti, pretendere ancora più garanzie o tagliare il cordone dei prestiti. Risultato: stallo, avvitamento e caduta.

Esattamente quel che stava accadendo a Lehman Brothers, alle prese con una fuga scomposta che lasciava presagire il punto del non ritorno: senza liquidità e senza più nessuno disposto a prestare denaro.

Una fuga di massa che era diventata evidente nel giugno dello stesso anno, quando L.B. aveva chiuso il secondo trimestre con una perdita di 2,8 miliardi di dollari: un campanello d’allarme rimbombato negli uffici del lungo elenco di partner, formati da fondi pensione e banche asiatiche, che uno dopo hanno ridotto l’esposizione verso la Lehman Brothers. E qualcuno, come la “Federated Investor” e la “Dreyfus” finisce per reagire in modo perfino peggiore, dichiarando di non voler avere più nulla a che fare con la L.B.

Il più grande fallimento nella storia poco piacevole delle bancarotte si consuma in fretta: piegata da un debito di 613 miliardi di dollari, la Lehman Brothers chiude, portandosi dietro il lavoro di 26mila dipendenti. Richard Fuld, Ceo della banca, finirà sotto inchiesta qualche mese dopo: per dieci anni ha presentato bilanci taroccati, oliando i meccanismi con centinaia di migliaia di dollari versati a deputati e senatori del congresso statunitense.

Sono passati dieci anni esatti da quei giorni, quando le immagini degli impiegati della Lehman Brothers con le scatole di cartone sotto il braccio fanno il giro del mondo. Subito dopo erano scesi in campo gli istituti centrali, gli Stati avevano lanciato salvagenti ai propri sistemi bancari e a rimetterci - per il peso specifico delle disgrazie, sempre uguale - erano stati i risparmiatori e i titolari di muti, costretti a salire sulle montagne russe dell’Euribor, il tasso di riferimento calcolato ogni giorno, letteralmente impazzito.

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