CAMPI ROM I VELENI UCCIDONO

| La drammatica storia di Franco. Ha scoperto di avere un brutto male, e sospetta sia frutto di vent'anni passati a ripulire i roghi dei campi Rom

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DI GERMANO LONGO
Lo chiamiamo Franco, anche se non è il suo vero nome. Ha scelto lui di fare così, perché sui giornali non ci vuole finire, e neanche gli piace che la gente sappia i fatti suoi. Franco ha 64, cinque figli, una manciata di nipoti e un brutto male ai polmoni, scoperto qualche mese fa. L'accento del sud gli è rimasto forte, e viene fuori ancora di più quando il tono di voce si scalda.


"Ho lavorato ogni giorno per vent'anni, dal 1997, presso i più grandi campi nomadi di Torino: prima in strada dell'Arrivore, quindi in via Germagnano e per finire in strada Aeroporto. Lavoravo per cooperative che avevano l'appalto delle pulizie dei campi, e per vent'anni ho visto bruciare qualsiasi cosa: dalle gomme agli elettrodomestici, dalle auto ai mobili, perfino l'amianto. Tutta roba che produceva un fumo acre, che noi respiravamo pulendo quel che restava dei roghi".

Per completezza di cronaca è giusto precisare che al momento non esistono prove mediche che colleghino in modo certo il male di Franco con l'attività svolta per così tanti anni, ma semplicemente dei sospetti: "Un mio collega è morto poco tempo fa e un altro lo scorso anno: era appena andato in pensione, ma non ce l'ha fatta a godersela. Io sono stato operato una prima volta alla testa per togliere un tumore, poi mi hanno trovato un'altra macchia ai polmoni. E ora non so".

L'abitudine ai roghi

È risaputo: per limitare il tanfo e scongiurare la presenza dei ratti, i Rom hanno l'abitudine di bruciare i propri rifiuti. Ma per aziende senza scrupoli, un campo rom è da sempre il posto migliore dove sversare illecitamente cose che nessuno vuole. Cose di cui nessuno parla ma che sono ben piantati nella coscienza comune, tanto da portare alle vivaci proteste di fine maggio degli abitanti di corso Vercelli, a nord di Torino, scesi in piazza per dire basta alle nubi nere e pesanti create dai roghi dei campi nomadi di via Reiss Romoli e strada dell'Aeroporto. "Non sappiamo cosa stiamo respirando" dicevano quasi in coro. E avevano ragione: forse non lo sa nessuno.

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