Carceri italiane sempre più pericolose "Colpa anche del permissivismo"

| Denuncia del sindacato Osapp dopo una serie di gravi episodi, dalle evasioni ai suicidi, sino all'aggressione di Vallanzasca a un agente

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Suicidi, evasioni, Vallanzasca che aggredisce gli agenti, circolari del governo (obbligo di portare l'arma individuale anche fuori servizio dopo i fatti di Barcellona) contestate dai sindacati. Ma che succede nelle carceri italiane? E' in atto una spaccatura profonda tra operatori e Dap, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Sempre più profonda. A Saluzzo muore impiccato un narcotrafficante del quartiere Brancaccio di Palermo, Fabio C. Gli agenti lo avevano soccorso immediatamente, ma ha cessato di vivere due giorni dopo in ospedale. Se ci fosse più personale, forse, episodi come questo potrebbero essere evitati.  E non si sono ancora spenti del tutto gli echi legati alle ultime evasioni, da Johnny lo Zingaro (poi catturato dalla polizia), evaso da Fossano e ripreso con la sua fidanzata a Siena. Poi altre fughe, anche da parte di reclusi del carcere minorile. Dinamica sempre eguale. Uomini e donne che non rientrano dai permessi accordati dai giudici di sorveglianza.
VALLANZASCA RELOAD

Ma è l'episodio di cui è protagonista l'ex boss della Comasina (Milano Anni '80, tra delitti, sequestri di persona, poliziotti uccisi) Renato Vallanzasca a dare il senso a un diffuso malumore tra gli agenti della polizia penitenziaria. Ne spiega le ragioni il segretario generale Osapp Leo Beneduci: "Nel carcere-modello d'Italia, un'aggressione in piena regola da parte di un detenuto che almeno per il passato, modello non è stato. Renato Vallanzasca, detenuto nel carcere di Milano Bollate ha aggredito (pochi giorni fa, alle 10,30 di una mattina qualsiasi, ndr) un agente di polizia penitenziaria in servizio nel settore dove i detenuti effettuano i colloqui con i propri familiari chiamato ‘Area verde'. Durante un controllo di routine, Vallanzasca avrebbe inveito contro il poliziotto penitenziario, scagliando contro quest'ultimo la borsa che aveva con sé e il contenuto in essa presente, colpendo l'agente ad una gamba. Attimi di tensione, quindi, in un settore ove vi erano altri familiari ed altri detenuti, con le conseguenze che ben si possono immaginare. L'agente ha dovuto lasciare il servizio". 

Commenti amari: "E così, anche nel cosiddetto carcere modello, constatiamo una aggressione in danno di un agente da parte di Vallanzasca, il quale, con la solita spavalderia, ha dato modo di parlare di sé, dimostrando il disprezzo per il lavoro che gli agenti e gli operatori in un istituto devono fare".
UN SISTEMA CHE NON FUNZIONA


Insomma, qualcosa non funziona. E non da ieri: "Il caso Vallanzasca è la ennesima dimostrazione tangibile di come il modello ‘custodiale' della sorveglianza dinamica stia dimostrando limiti sempre più evidenti, attesa la totale mancanza di regole che si traduce in episodi pregiudizievoli per l'ordine e la disciplina che quotidianamente come sindacato denunciamo". La sorveglianza dinamica vuol dire, semplicemente, che gli operatori sono così pochi da essere costretti ad evitare i controlli diretti e continui, per lasciare posto a una specie di sorveglianza occasionale, con tempi distanziati da un intervento all'altro. Per esempio, la pattuglia che svolge, secondo orari precisi, il controllo dei muri di cinta esterni. "Non siamo aprioristicamente contro la sorveglianza dinamica, ma se il Dap sostiene che con questa sorveglianza le aggressioni diminuiscono, smentendo la realtà dei fatti, evidentemente l'avvicendamento dei vertici assume carattere d'urgenza, visto lo stato delle carceri in Italia". Conclude Beneduci: "Non si può confondere dignità dell'esecuzione penale, della quale siamo fermamente convinti, e permissivismo quando accadono fatti gravissimi".

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