Cent'anni di gratitudine

| Sono quelli che la lingua italiana deve a Nicola Zingarelli, paziente autore del primo Vocabolario della lingua italiana, efficace strumento che testimonia le mutazioni culturali e sociali del nostro paese

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Di Davide Cucinotta
È un esperimento impossibile, ovviamente, ma se un italiano vissuto ben oltre un secolo fa si trovasse a vivere nel suo stesso paese oggi, probabilmente capirebbe ben poco. Cent'anni sono un frammento di tempo infinitesimale ma al ugualmente immenso, specie quando a cambiare non sono solo abitudini, mode, tendenze e costumi della gente, ma il modo stesso di esprimersi.

La pensava così anche Nicola Zingarelli, pugliese di nascita, umile figlio di un sarto destinato a diventare uno dei più grandi linguisti italiani. La sua intuizione più grande: ascoltare la gente, semplicemente, e capire prima di molti altri che la lingua cambia e diventa l'indizio più visibile dei mutamenti della società e della cultura. Mettere insieme un'opera da considerare eterna non bastava, perché "come per i progressi dell'aviazione e dell'automobilismo, anche il vocabolario invecchia a distanza di poco tempo, ed è necessario rifarlo ogni anno".

Migliaia di parole nuove

Oggi la carta stampata non è più sufficiente: l'edizione 2018 dello Zingarelli, quella del centenario e forse la più evoluta, arriva nelle librerie sotto forma di volume, ma con una dotazione tecnologica fatta di DVD per Windows e Mac, ebook e una "app", ma soprattutto racchiude 145mila voci, comprese 380mila fra sfumature di significato, inserti grammaticali, citazioni, sinonimi, contrari, definizioni d'autore e parole da salvare. Perché tanti termini scompaiono, non si usano più, sostituiti da altre e dagli invadenti inglesismi ormai entrati nel linguaggio comune.

E visto che oggi come allora, un vocabolario è una sorta di notaio che certifica o meno i mutamenti lessicali, entrano di diritto termini come "Post-verità", il fenomeno delle fake-news amplificate dalle rete, oppure termini come "Dronista", che indica i piloti dei droni. Ancora "Meetup", i siti che mettono in contatto più persone, "Jamboree", diventato sinonimo generico di raduno, "Emoij", le amatissime faccine della messaggistica digitale, le "Bacche di Goij", oggi molto di moda, e il "pane carrasau", il tipico pane sardo, sottile e croccante.

Ogni anno, le pagine diventano la testimonianza di piccoli, grandi e inevitabili mutamenti storici e sociali, come l'edizione del 1994, quando il termine "Tangentopoli" entra in modo dirompente nel linguaggio di tutti i giorni, seguito tre anni dopo da "Gratta e Vinci", il gioco introdotto dalla Finanziaria del 1997 e "Siliconato", per indicare chi aveva subito interventi di chirurgia plastica. Nel 2000 è la volta "Prozac", farmaco eletto a simbolo degli antidepressivi, e cinque anni dopo - grazie alle imprese di Francesco Totti ai Campionati Europei - è la volta del "Cucchiaio". Nel 2013, lo Zingarelli dà per buono perfino "Aumma aumma", il termine napoletano che indica qualcosa di nascosto, spalancando le porte due anni dopo a "Selfie", nuovo modo di definire l'antico autoscatto. Lo scorso anno l'onore è toccato alla "Supercazzola", termine inesistente reso celebre dalla saga di "Amici Miei" ma ormai utilizzato da nord a sud per dire nulla, insieme a "Stepchild Adoption", la legge sulle unioni civili, e "Foreign Fighters". L'elenco potrebbe continuare all'infinito con "Bullizzare", "Ecocastratofismo", "Bullizzare", "Cattivista" ed "Euroburocrazia", giusto per citare altri esempi.

Per contro, sono 3.125 le parole da salvare, quelle che quasi nessuno usa più, come sapido, fulgore, fragranza e solerte. Oggi preferiamo dire salato, luminoso, profumo, veloce. E forse ci siamo persi qualche sfumatura per strada.

L'uomo che amava i libri

Malgrado nel 1917 la popolazione fosse di gran lunga più umile e limitata culturalmente, non dev'essere stato comunque facile, per Nicola Zingarelli, mettere per iscritto tutti i vocaboli resi possibili dall'immensa lingua italiana. Un'opera titanica di ricerca e catalogazione iniziata nel 1912 e pubblicata a dispense, quando il "Vocabolario della Lingua Italiana", diventa un volume immancabile negli scaffali degli italiani.

Nicola Zingarelli, il fondatore di tutto questo, fra i libri ci era cresciuto: classe 1860, studia a Napoli per poi perfezionarsi in Germania. Una preparazione che gli vale una carriera di prim'ordine come docente nei più prestigiosi licei e atenei italiani, compreso il ruolo di direttore di letterature romanze dell'Enciclopedia Italiana presso l'Istituto Treccani.

Della sua opera più celebre, il Vocabolario, riuscirà a curarne tre edizioni, compresa la quinta, pubblicata nel 1935, a pochi mesi dalla morte.

Per i cento anni del suo Vocabolario, la Zingarelli ha organizzato un tour di incontri nelle scuole partita il 23 ottobre scorso da Cerignola, città natale di Nicola, per concludersi a Bologna il 15 dicembre prossimo.

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