Considerano un eroe chi uccise Rossa sui social l'esaltazione per gli assassini

| L'ex dirigente delle Br Barbara Balzerani era a Torino per presentare un libro. La memoria del "compagno Roberto"

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Sono passati 37 anni dall'irruzione dei carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel covo delle Brigate Rosse della colonna genovese. Era in via Fracchia, nel quartiere popolare di Oregina. All'alba del 28 marzo 1980 trovarono la morte, in un conflitto a fuoco, quattro brigatisti rossi, i genovesi Riccardo Dura "Roberto" e Anna Maria Ludmann "Cecilia", infine i torinesi Lorenzo Betassa "Antonio" e Pietro Panciarelli "Pasquale". La base, gestita dall'incensurata e sconosciuta Annamaria, un'impiegata di buona famiglia, fu segnalata ai carabinieri dal primo pentito delle Brigate Rosse, Patrizio Peci. 

Riccardo Dura aveva 30 anni quando andò a morire contro le raffiche di mitra dei carabinieri e ne aveva 29 quando, il 24 gennaio 1979 uccise a sangue freddo, in un agguato sotto casa, il sindacalista della Cgil Guido Rossa, operaio dell'Italsider, colpevole di avere denunciato, in Tribunale, l'infiltrazione delle Br in fabbrica. Un gesto esecrato anche all'interno delle Brigate  Rosse, non previsto dai vertici, vissuto come un'iniziativa personale di Dura che, va detto, diede un forte impulso alla parabola discendente del terrorismo rosso. La ferocia, in genere, non paga.  Al compagno "Roberto" uccidere veniva facile: "giustiziò", tra gli altri, il procuratore Coco e il suo autista, il carabiniere Antioco Deiana, il commissario di polizia Antonio Esposito, trucidato il 21 giugno 1978 in quanto ex capo della squadra politica della questura di Torino.

Questa lunga premessa è necessaria perché in qualche modo spiega "cosa" cosa sta accadendo oggi, in merito al ricordo di quella operazione anti-terrorismo. Sul profilo Facebook della compagna Sara, nome di battaglia di Barbara Balzerani, 68 anni, una serie di omicidi compiuti e rivendicati, una partecipazione di rilievo nella strage di via Fani a Roma e nella conseguente uccisione di Aldo Moro, viene, ogni anno celebrata la figura di Riccardo Dura come un "comunista" davanti a cui, ancora oggi, si deve levare in alto il pugnosinistro. La foto della lapide, i fiori e il nastro rosso. Non esiste le minima critica per bollare quegli omicidi di innocenti come una macchia indelebile di quegli anni lontani, ed è interessante leggere le decine di commenti di chi, allora, era giovanissimo o neppure nato. Compresi i "mi piace" di noti esponenti del movimento No Tav, aree ex Rifondazione e autonomia, e persino di un professore del Politecnico di Torino. E' un susseguirsi di frasette fatte, tipo "onore al compagno Dura", "Un vero comunista", con la benedizione della compagna Sara, custode di una memoria sciagurata e senza rimorsi. Almeno in apparenza.
Un libro sulle Brigate Rosse 

La sera dell'11 aprile, Balzerani che ha scontato solo in parte un ergastolo poi ha scelto la strada di una personale distacco dalla logica del partito armato senza mai diventare una pentita, era a Torino, con un altro ex, Paolo Persichetti, per la presentazione del libro "Brigate Rosse" di Marco Clementi, a cura dell'Associazione Culturale "La Poderosa". Torniamo a facebook.  Quel che segue è il commento di "Sara" a proposito dei fatti di via Fracchia. E' piuttosto lungo, ma sarebbe uno sbaglio riportarne solo alcune parti.

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"28 marzo 1980. Insieme a Anna Maria Ludmann-Cecilia, Piero Panciarelli-Pasquale, Lorenzo Betassa-Antonio, cadeva Riccardo Dura-Roberto, uno dei nostri compagni su cui si sono accanite le penne infamanti della storia delle Brigate Rosse.

Un esempio, perché ogni occasione è buona.

"In questi ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi, abbiamo dovuto misurare il livello raggiunto dai media, dai commentatori, dai politici, nella gara di mistificazione dello stato di salute delle "relazioni internazionali". Naturalmente i nostri illustri maître à penser non si sono lasciati scappare l'occasione per sbandierare il parallelo tra l'Isis e le Brigate Rosse, con relativo pannicello caldo dei rimedi democratici già sperimentati negli anni '70. Tra i tanti spicca un articolo comparso su Il Secolo XIX a firma Marco Peschiera. Qui si passa di livello e l'attenzione si accentra sul fenotipo del terrorista: dal brigatista Dura ad Abaaoud, il terrore fa rima con kalashnikov, recita il titolo dell'articolo.

Ho dovuto aspettare prima di poterlo commentare per non farmi travolgere dalla furia e dalla tentazione di difendere la memoria di Roberto, perché Marco Peschiera non è all'altezza di un nemico e perché Roberto non ha bisogno di essere difeso. La miseria che ha guidato tanta penna è difficilmente raggiungibile, dalla sottolineatura lombrosiana della somiglianza fisica, gli occhi, la barbetta, il sorriso, dei due psicopatici serial killer, fino a informarci di altre strabilianti similitudini: stessa età e stessa ora in cui sono stati ammazzati. Il giornalista ci dice che Riccardo Dura è stato un bambino abbandonato dal padre, cresciuto da una madre con cui aveva un rapporto difficile. Un disadattato cresciuto in una periferia di emarginati. Fino ad incontrare le Brigate Rosse. E' vero, Roberto non è venuto fuori da una famigliola con la gallina e il mulino bianco, faceva parte di una generazione che ha buttato all'aria convenzioni e istituzioni, come la famiglia, ma ha trovato il modo di ricostruirsene una, facendosi amare dai compagni che l'hanno conosciuto e farsi "adottare" da nonna Caterina, la cui altezza mette ancora più in evidenza l'evidente nanismo del signor Peschiera. E' vero Roberto non si era adattato, e che difetto sarebbe? Roberto non era un borghese, più o meno piccolo, adattato al sistema più ingiusto nella storia dell'umanità e neanche un emarginato conformato agli ingranaggi dell'esclusione delle nostre periferie. Roberto era un comunista, un rivoluzionario ed era in numerosa compagnia nella sua disaffezione ad adattarsi. Non ancora pago l'articolista ci dice che, nonostante i suoi titoli da killer esperto, non aveva partecipato al sequestro di Aldo Moro perché neanche Mario Moretti, "l'enigmatico capo delle Br ricco di contatti con ambienti massonici e di spionaggio", si fidava di lui, nonostante l'avesse "usato" anche per i rifornimenti in medio oriente di carichi di armi, soprattutto i famosi Kalashnikov. Armi usate non solo dall'Isis ma soprattutto a via Fani! E qui la professionalità del signor Peschiera raggiunge il culmine, visto che ormai anche i bambini sanno la marca e l'efficienza dei mitra usati quel 16 marzo. Ma non è certo la corrispondenza ai fatti che preoccupa il giornalista. Gli basta il fango per esporre le sue tesi.

Il cadavere di Riccardo Dura, giustiziato dallo Stato nel sonno.

Siamo alla fine del racconto. Roberto muore ammazzato insieme agli altri compagni "crivellato di colpi in un covo, in mutande e maglietta" con "tre buchi nella testa". E' vero Roberto era in mutande e non solo perché stava dormendo ma anche perché i comunisti come lui, per straordinaria simbologia, non hanno tasche, né conti all'estero. Disadatti al grande affare della politica. A Roberto hanno sparato in testa Sono entrati di notte, mentre dormiva e non con l'intenzione di neutralizzarlo. Come è stato per altri e altre. A quei tempi sarebbe stato strano il contrario. E allora perché non si dice invece di straparlare di sistemi democratici per combatterci? Ma è giusto così, perché con gli strumenti della democrazia un pugno di potenti ha saccheggiato, compiuto assassinii e genocidi, affamato e depredato risorse, scatenato guerre, comprato e corrotto…

Di recente sono andata sulla tomba di Roberto, a Staglieno. Ho carezzato la lapide, la foto, la dedica dei suoi compagni, ho risentito per intero lo stesso dolore. Se ne faccia una ragione signor Peschiera. Per tanti non adatti Roberto è stato un fratello, un compagno fidato, amato, rispettato, mai dimenticato. Si auguri di meritare la stessa fortuna".

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I post celebrativi su fb 


Sorvolando sull'attacco al giornalista del Secolo XIX, Marco Peschiera, reo di avere associato la morte e la parabola di Dura a quella dei terroristi di oggi, con l'aggravante di avere sbagliato il tipo di mitragliatore usato per la strage di via Fani, Balzerani - come si vede - ha una specie di culto per il compagno "Roberto". Dell'uccisione di Guido Rossa, un comunista vero, lui, non fa una sola parola. Invece sottolinea che, a differenza dei politici, si presuma, non "ha mai rubato né aveva colti all'estero". Siamo al populismo di marca brigatista. Dopo questo lungo intervento, i commenti dei contatti di Balzerani sono eloquenti. Qui alcuni post: "Da un compagno che non ha condiviso il vostro percorso,infame lo scribacchino,cosa si fa per 4 soldi,onore al compagno Roberto e grazie a Barbara con tanti auguri di buona vita!". "Ecco Barbara,.....quanta miseria umana si deve sopportare, e va bene che siano carogne pennivendoli, la cosa è difficile quando è necessario Stoppare tante e tanti che seguono o IPOCRITI affermano convinzioni , poi non rispondenti al vero. È più utile pulire tra le nostre strade la munnezza,.....La Memoria di loro e Onore alla loro militanza, sono i Valori da tenere saldi, ……"; "Il capitale non ammette chi pensa diversamente,lo schifo sono i leccaculi del capitale..essere immondo". "Onore ai compagni/e che la pensavano diversamente"; Le tue parole condivise sono sempre pregne di emozioni... Grazie a te,onore a tutti i veri compagni,quelli caduti nella mattanza dello Stato e quelli che ancora oggi ci rendono fieri dell'Idea…..". "La damnatio memoriae su via Fracchia è la prova dell'ipocrisia dello stato su questi omicidi premeditati perpetrati nell'impunità assoluta". "Onore a Roberto, Cecilia, Pasquale e Antonio... nei nostri cuori, sempre"; "Onore a Riccardo e ai compagni massacrati in Via Fracchia , i comunisti nn dimenticano".

Si potrebbe riportare altre decine di post dello stesso tenore. Ma non servirebbe a nulla. I contenuti sono questi, i toni idem. Non c'è, nella discussione, una sola voce discordante, tanto per dire, sentite compagni sono state ammazzate persone innocenti un nome di un delirio politico poi rinnegato - tardi - dagli stessi assassini. Si poteva ricordare che un assassino non è mai un ex, ma assassino lo resta per sempre. Niente.
La verità storico-giudiziaria è diversa  

Le carte giudiziarie legate all'operazione dei carabinieri, quel giorno al comando del capitano Michele Riccio, raccontano però un'altra storia. Quando i militari bussarono a quella porta per ottenere una resa, per fare uscire uno ad uno i brigatisti, mani alzate, nel silenzio degli interminabili secondi, si udirono distintamente i rumori metallici delle armi in fase di carica. Per compiacere i fiancheggiatori di allora, quelli di adesso, e probabilmente anche quelli di domani, i carabinieri avrebbero dovuto immolarsi a loro volta. Non crediamo fosse la soluzione migliore. Tanti anni fa, chi scrive ebbe la possibilità di conoscere uno dei militari che, quella mattina del 28 marzo, salirono le poche scale verso la porta chiusa del covo brigatista. Ricordo esattamente le sue parole: "Non avevamo avuto nessun ordine di uccidere. Il contrario invece. A noi interessava prenderli vivi e, se fosse accaduto, avremmo annientato le Brigate Rosse ancora prima, salvando altre vite umane, comprese le loro.  Gli intimammo più volte di arrendersi. Sentii nitidamente il rumore dello scarrellamento del caricatore di un'automatica e un affannoso trambusto. Loro iniziarono a sparare. Noi rispondemmo al fuoco. Come uomo, più che come carabiniere, non ho nulla di cui debba rimproverarmi. All'interno c'era un arsenale, anche bombe a mano. E' tutto agli atti".

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