Edoardo Agnelli, quanto lontana è ancora la pace eterna

| Non si spengono gli echi dei sospetti sulla morte a 46 anni, nel 2000, dello sfortunato rampollo di Casa Agnelli. Per gli iraniani non fu suicidio ma delitto. Ma mancano le prove. Per Radio1 è sempre "un mistero"

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ALBERTO C. FERRO

In questi giorni, grazie a una trasmissione radiofonica su Radio1 Rai, nel pomeriggio di giovedì, è tornata di nuovo sotto i riflettori la figura di Edoardo Agnelli, secondo la procura di Torino morto suicida la mattina del 15 novembre 2000 lanciandosi da un viadotto, a Fossano, in preda a una crisi depressiva. Secondo gli iraniani, il figlio primogenito del compianto Giovanni Agnelli, che negli ultimi anni s'era convertito all’Islam sciita e che spesso si rifugiava nel Paese degli Ayatollah per meditare o per sentirsi protetto da misteriosi nemici, sarebbe stato invece vittima di un delitto. Scriviamo di questa storia assai controversa perché, dopo una pausa di qualche anno, sono riemerse tesi diverse dalle conclusioni ufficiali. Agnelli, appassionato di filosofie orientali, sarebbe stato assassinato nella sua abitazione e il corpo poi portato in qualche modo dalla villa di strada Revigliasco, a Moncalieri (Torino), negli anfratti sotto il viadotto dedicato al generale dei carabinieri Romano, che morì nel suo elicottero precipitato, con tutto l’equipaggio, per le condizioni meteo qualche anno prima. 

FATTI O SUPPOSIZIONI?

Il giornalista Giuseppe Puppo ha scritto un libro in cui ci sono interviste di amici e familiari che raccontano episodi di vita di Edoardo, soffermandosi su una serie di fatti o di supposizioni in cui emergerebbe un quadro inquietante. Il rampollo di casa Agnelli era alto 1,90 e negli ultimi anni si era appesantito ma, dopo un volo di 80 metri, il corpo appariva privo di lesioni importanti mentre indossava ancora stranamente i mocassini e un paio di pantaloni con le bretelle. Puppo si sofferma su un altro aspetto: Agnelli era tenuto sotto controllo e protetto da una rete di scorte e di vigilanze armate. Come mai riuscì ad allontanarsi indisturbato (alle 10 aveva un appuntamento dal dentista), salire a bordo della Fiat Croma blindata grigio metallizzata parcheggiata nel cortile della villa, raggiungere l’autostrada (con ingresso attorno alle 9.30), raggiungere il viadotto, dove passavano una media di 8 auto al secondo, abbandonare la Croma con il motore acceso, le portiere e il bagagliaio aperto, scavalcare le protezioni (lui che camminava appoggiandosi a un bastone) e lanciarsi nel vuoto senza essere visto da nessuno? Il primo ad accorgersi di quanto avvenuto fu un dipendente dell’autostrada che aveva notato l’auto ferma ai bordi della corsia: dopo una serie di controlli, nei due distributori più vicini, non trovando tracce dell'automobilista, si sporse dal parapetto e vide il corpo senza vita tra gli anfratti. Poco dopo un pastore fece la stessa scoperta, avvisando a sua volta le forze dell’ordine. La zona fu cinturata e nessuno poté più avvicinarsi. Coordinava le operazione il questore Nicola Cavaliere, uno dei migliori poliziotti italiani di sempre.

QUELLA LUNGA MEDITAZIONE DELL'AVVOCATO

Poi la procura di Torino archiviò il caso come suicidio. Giovanni Agnelli restò a lungo in meditazione davanti al corpo di questo figlio sfortunato e strano, che detestava il capitalismo e il liberismo ma che era deciso a mantenere un ruolo attivo nell’azienda di famiglia. Secondo i sostenitori di un complotto, il delitto fu ordito appunto per impedire a Edoardo di mettere le mani sul tesoro e sul potere della famiglia, specie dopo la presunta conversione all’Islam. Pochi giorni prima sarebbe stato invitato ad accettare un'ingente quota del patrimonio societario in cambio della sua rinuncia a restare negli organismi di controllo dei vari forzieri e società del gruppo. Secondo il suo broker, lui era contrario e non avrebbe mai firmato quelle carte che gli erano state già proposte invano tempo prima. Nulla, nei suoi comportamenti di quei giorni, avrebbe potuto lasciare presagire un suicidio, viene osservato e, altro fatto strano per un uomo che passava ore a scrivere di qualsiasi tema, non lasciare nemmeno poche righe per spiegare il suo gesto. Ma, sempre secondo alcuni, le indagini non furono condotte con la precisione dovuta: non furono acquisite le immagini della video-sorveglianza di Villa Frescot, non fu effettuata l’autopsia del corpo, non sarebbero risultate impronte digitali di Agnelli sulla Croma e altre stranezze di un’investigazione rapida e superficiale. Nel frattempo il suo nome veniva inserito nella galleria dei “Martiri dell’Islam”, sezione stranieri, nella sede di Teheran dove questo ex ragazzo che tifava per la Juventus ma che ne fu tenuto lontano dal padre, viene considerato un amico della nazione e vittima di un delitto politico-economico. Nel senso che, dopo la conversione all’Islam (di cui non c’è alcuna traccia ufficiale), sarebbe stato considerato “un pericolo” dal sistema politico e industriale italiano e in genere occidentale. Fiat si occupava anche di tecnologie e forniture militari e non poteva finire sotto il controllo di un proprietario-manager seguace dell’imam Khomeini.

Il SILENZIO E L'UMANA PIETA'

Ma quasi 9 anni fa, un articolo di Mario Baudino sulle colonne de La Stampa, all’indomani di uno special in tv di Minoli (La Storia siamo noi) dedicato alla vita e alla morte di Edoardo Agnelli, replica, sia pure in modo indiretto, alle tesi di chi contesta la tesi del suicidio. “L'inchiesta giornalistica sulla figura dell'erede mancato della famiglia Agnelli, e sulla sua tragica scomparsa, mette in fila tutti gli elementi, anche quelli controversi, di un avvenimento che, data la notorietà del protagonista, ha avuto negli anni anche interpretazioni assai dietrologiche. Ma soprattutto ricostruisce una personalità complessa, tormentata, e una vicenda umana dolorosa”, scriveva Baudino. E riportava l’intervista del cugino Lupo Rattazzi: "Se qualcuno mi dimostrasse che Edoardo è stato ucciso ne sarei in qualche modo felice, perché significherebbe che non era così disperato da fare questo gesto". I “complottisti” incentravano la loro attenzione su tre punti: “Il primo è che Edoardo Agnelli era un personaggio scomodo, ovvero non in sintonia con le visioni e i programmi della famiglia e della Fiat, come osserva il giornalista Antonio Parisi. Il secondo è che le ferite, la posizione del corpo, lo stato degli abiti non sarebbero compatibili con il pauroso salto nel vuoto: lo sostengono un amico che gli faceva da consulente finanziario e un altro giornalista. Il terzo è che un pastore sostiene di aver visto il cadavere molto presto, due ore prima che fosse dato l'allarme (i soccorsi arrivarono intorno alle 10:20). Ma è provato che l'auto con cui Edoardo Agnelli uscì da villa Frescot, sulla collina torinese, per dirigersi sull'autostrada, uscì e rientrò dai caselli di Fossano e Marene fra le 9 e le 9 e mezza. Chi era al volante stava cercando il punto dove compiere il gesto estremo. Se il pastore avesse ragione - ma l'ex capo dei Ris di Parma, Luciano Garofalo, non dà credito alla testimonianza, ritenendola un tipico caso di auto-inganno della memoria - bisognerebbe pensare che sulla Croma di Edoardo Agnelli ci fosse, in quel momento, qualcun altro. Anzi, che ci fosse sempre stato qualcun altro a bordo. Un giallo troppo complicato e inverosimile”, così l’analisi in tv.

IL REPORTAGE DELLA TV IRANIANA

Terzo punto, il reportage della tv iraniana. Ancora oggi sul web è possibile rivedere la trasmissione. I giornalisti lamentarono di essere stati espulsi dal nostro Paese “come terroristi”: “una scusa per impedire loro di completare un’inchiesta che avvalorava la tesi di un omicidio sionista", per eliminare un potenziale grande manager legato all'Islam. “Edoardo Agnelli era affascinato dalle fedi, si era laureato in Storia delle religioni, con una tesi su quelle orientali, e sicuramente dalla mistica Sufi, ma nessuno dei suoi amici più intimi ha mai avuto il più lontano sentore che fosse diventato musulmano”, scrive ancora Baudino. Come osserva Lapo Elkann, testimone assai presente nel documentario, "era molto più intelligente di quanto molti lo abbiano descritto". E non è stato ucciso. "Lascio giudicare agli spettatori - diceva Minoli prima della proiezione, sottolineando anche la collaborazione e la disponibilità ottenuta per il suo lavoro dalla famiglia Agnelli -, ma se mi si pone l'alternativa tra delitto e suicidio, dico suicidio. Aggiungo che le ragioni devono essere però molto complesse".

Da allora ad oggi, le fake news o le verità nascoste continuano ad alimentarsi. C’è la storia delle mail scritte da Edoardo a un amico sacerdote in cui avrebbe criticato pesantemente i suoi familiari che volevano, più o meno tutti, estrometterlo. Aveva protestato quando venne designato erede dell’Avvocato il povero Giovannino, figlio di Umberto, stroncato ancor giovane da un raro tumore, simile a quello che, nel 2018, per quegli incredibili segni del destino, ha ucciso Sergio Marchionne, l’ad della rinascita. La sorella Margherita aveva accettato di essere liquidata in cambio del suo ritiro, salvo poi amaramente pentirsene, ma lui no. Non avrebbe firmato mai quelle carte, sostengono i suoi amici del periodo finale. Ma la conclusione di quel servizio del 2010 de La Stampa, fa riflettere: “La sua scelta di morire a 46 anni trova molte spiegazioni, tutte parziali, come è fatale che accada per l'unico gesto irrimediabilmente definitivo: dove il terreno scivoloso delle domande senza risposta non può che dar luogo al silenzio dell'umana pietà”. E non possiamo non essere d’accordo.  La trasmissione di Radio1 scivola via senza un colpo di scena che possa cambiare il quadro di sempre. Ma per Edoardo la pace sembra ancora lontana.  

 

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