Fenomenologia del “Dibba”

| Ritratto del più inafferrabile dirigente del M5S: in viaggio dallo scorso maggio, di tanto in tanto si toglie lo sfizio di entrare a gamba tesa nella politica italiana e agitare le acque

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“I politici sono come i pannolini: vanno cambiati spesso”. Alessandro Di Battista si è preso alla lettera, cosa che non succede così spesso alla sua categoria: lui, che politico vero non si è mai sentito fino in fondo, nel momento in cui le truppe grilline sfondavano le porte di Palazzo Chigi, ha preferito gettare la sciabola e andare via. Nei film lo fanno solo gli eroi veri, quelli che si allontanano sciolti in un tramonto rosso fuoco. Ma fra chi resta a guardare c’è sempre qualche maligno, che sussurra non si tratti di eroismo, ma di una raffinata strategia di marketing politico: sfilarsi dalla prima ondata di peones capitanata da Giggino Di Maio ed essere pronto a guidare le truppe scelte, l’élite dell’esercito grillino.

Dibba è in viaggio dal 29 maggio con moglie e figlio. Lo ha annunciato via social, raccontando di un peregrinare fra California, Messico e Panama che non finirà prima di dicembre. In tasca un contratto con “Il Fatto Quotidiano” per cui scrive reportage, definendosi un cacciatore di “idee e persone che lottano per i loro diritti, di politica con la P maiuscola”.

E malgrado un oceano e qualche ora di fuso orario di mezzo, si tiene stretto il vezzo sottile di scompigliare le carte entrando a gamba tesa nelle questioni politiche italiane: “Salvini deve restituire i 49 milioni di euro, le sentenze si rispettano”. Così, tanto per grattare via un po’ di vernice all’alleanza scricchiolante fra i suoi e la Lega.

Risvolti di un personaggio che non ha mai nascosto simpatie e antipatie: definisce la Boldrini un’ipocrita, Renzi un incoerente, Denis Verdini il vero capo del PD, la Boschi una persona disconnessa. Amico fraterno di Fedez, con cui ha messo in piedi una sorta di scambio alla pari: il rapper lo aggiorna sulla musica, lui sulle cose politiche.

Romano, classe 1978, nasce a Vigna Stelluti, enclave della buona borghesia con tendenze destrorse. In realtà la politica ce l’ha nel sangue: suo padre Vittorio, titolare della “Dibitech”, un’azienda di sanitari, era consigliere comunale per il Movimento Sociale Italiano. Ma le idee fasciste del padre lasciano il posto a Marx e Che Guevara.

Ricorda che a 18 anni, in vacanza a Corfù, sale sul gommone insieme al padre e insieme raggiungono il panfilo di D’Alema. Suo padre inveisce accusando “baffino” di aver tradito gli ideali della sinistra. D’Alema li guarda, ammutolito.

Qualche canna da ragazzino e svariati tentativi di diventare vegetariano, miseramente abbandonati davanti ad un piatto di pesce o una grigliata di carne fatta come dio comanda. 

Studia allo scientifico e si laurea in Arti, Musica e Spettacolo all’Università di “Roma Tre”. Lavora come animatore nei villaggi in Calabria e Sicilia, ma la passione per i grandi viaggi lo accompagna da sempre: messa in tasca la laurea parte per il Guatemala con un progetto della Caritas italiana. È l’inizio di un lungo girovagare per il Sudamerica: quando torna scrive “Sulle nuove politiche continentali”.

L’incontro con Casaleggio nel 2011: Dibba fa colpo. È colto, impegnato e vanitoso, ma con una nota da “cazzaro” di buona famiglia che buca lo schermo. Gli offrono tremila euro per andare in Colombia e scrivere un libro, “Sicari a cinque euro”, pubblicato con l’editrice L’Adagio”. Torna e sembra pronto a ripetere l’esperienza raccontando il Portogallo, ma gli offrono la candidatura nel Movimento 5 Stelle.

Nel 2014 il “New York Times”, affascinato dalla figura di un politico controcorrente, lo mette al primo posto della classifica per le balle più grosse dell’anno: in una manifestazione al Circo Massimo definisce la Nigeria come “un paese per il 60% in mano a Boko Haram, e per quel che resta in mano all’Ebola”. Le gaffe, lungo il cammino di Dibba, non mancano: scambia l’ex presidente francese Hollande per un premio Nobel, confonde Austerliz con Auschwitz, tuona chiedendo i vaccini gratuiti, poi qualcuno gli sussurra che già lo sono.

I colleghi lo chiamano “anguilla”, per l’abilità con cui si divincola quando l’aria intorno si fa stretta, per altri è “gallo cedrone”, un vanitoso politico 2.0, che c’è solo quando decide di esserci.

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