IL MISTERO DI NOURA AMICA DI GIULIO O SPIA

| Svolta nell'indagine sulla rete di contatti nell'Università di Cambridge, i carabinieri ricostruiscono gli ultimi contatti di Giulio

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Di Germano Longo
Il caso di Giulio Regeni, il ricercatore scomparso nella capitale egiziana il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto pochi giorni dopo in un fosso lungo la strada che collega Il Cairo con Alessandria, il 3 febbraio, è al centro dell'interesse di questo giornale. Fu torturato per giorni e infine ucciso. Il settimanale l'Espresso torna sull'indagine, confermando in gran parte quanto avevamo già scritto in aprile. Riprendiamo quel servizio per aggiornarlo in base ai nuovi elementi emersi. La verità però è ancora lontana. E' in atto un lento processo di recupero di indizi che portano verso l'accertamento delle responsabilità finali. Nelle pieghe delle indagini, su cui hanno lavorato le polizie europee e i servizi di Intelligence, sembra ancora rafforzarsi una pista che era stata già tracciata nelle prime fasi non dell'inchiesta giudiziaria in se e per se, ma nelle prime analisi sugli elementi a disposizione. Ed è quanto può essere accaduto nella fitta rete dei contatti di Regeni all'interno dell'università inglese, dove studiano - con l'aiuto del governo - numerosi cittadini egiziani e mediorientali, e spesso i loro governi finanziano corsi e stage, che si è concentrata l'attenzione degli investigatori. Era facile ipotizzare che alcuni di questi soggetti dal profilo anonimo, che si confondono nella massa di studenti, si possono nascondere elementi collegati ai Servizi di sicurezza del proprio Paese. I precedenti, ancor prima dei conflitti mondiali del '900 non si contano. I carabinieri dei Ros hanno esaminato per mesi le carte arrivate dalla magistratura egiziana, tra queste anche i tabulati telefonici delle persone più vicine a Giulio. Tra queste una studentessa egiziana che risulta tra le persone con cui era rimasta in contatto sino all'ultimo. Non solo con Giulio. Ma anche con utenze telfoniche egiziane riconducibili ai Servizi di Sicurezza (National security) deI Il Cairo. Ed a lei era intestata la sim telefonica che utilizzava Giulio quando era in Egitto. E sempre a lei aveva confidato che un taxista egiziano l'aveva definito "spia", quando si era presentato come uno studente. Sentita dagli investigatori inglesi, Noura W., le cui conversazioni con gli apparati di sicurezza efgiziani sono frequenti e concentrate proprio nel periodo in cui Regeni parte da Cambridge per l'Egitto, non dice nulla di utile per chiarire il mistero della morte dell'amico. Il 14 gennaio 2016, con lo pseudonimo di Antonio Drius, Regeni (aveva chiesto di non firmare con il suo nome per sicurezza, evidentemente aveva paura sdelle reazioni) aveva pubblicato un servizio molto approfondito sui sindacati dei lavoratori egiziani non riconosciuti dal governo. Lo stesso articolo, con un titolo appena diverso, avrebbe dovuto comparirrie sulle colonne de Il Manifesto ma per qualche ragione non fu pubblicato. Tanto che la famiglia, dopo la morte di Giulio, aveva inviato una diffida attraverso il legale di fiducia, Allessandra Valentini, alla direzione del giornale perchè non fosse più pubblicato. Le due versioni sono praticamente identiche (il testo integrale è in allegato su link) e costituiscono un documento di eccezionale importanza, forse nascondono lo stesso movente del delitto. Scriveva Giulio: "...Le loro rivendicazioni (dei lavoratori egiziani ndr) riguardano l'estensione di diritti salariali e indennità riservate alle società pubbliche. Si tratta di benefici di cui questi lavoratori hanno smesso di godere in seguito alla massiccia ondata di privatizzazioni dell'ultimo periodo dell'era Mubarak... Molte di queste privatizzazioni dopo la rivoluzione del 2011 sono state portate davanti ai giudici, i quali ne hanno spesso decretato la nullità, rilevando diversi casi di irregolarità e corruzione...".

"Gli Inglesi non rispondono"

La mamma di Regeni aveva raccontato un inquietante episodio. Dopo il ritrovamento del corpo martoriato - secondo la definizione dei medici italiani che hanno effettuato l'autopsia - disse di avere ricevuto un "sentito" messaggio di condoglianze da parte di un persona molto vicina a Giulio durante la sua ricerca-analisi sui sindacati spontanei egiziani. Rispose "con il suo inglese  imperfetto, se lei, una donna, era consapevole dei pericoli che c'erano in Egitto per chi svolgesse quel tipo di ricerca. Ebbene, non ottenne alcuna risposta. Oggi i familiari del ricercatore friulano denunciano con forza  "i silenzi di Cambridge", in merito a quanto accadde prima della scomparsa. Oggi L'Espresso rivela il nome di quell'amica che, nei giorni successivi alla scoperta del cadavere, aveva definito Gilulio "il suo amico del cuore". Si chiama Noura W., ha 25 anni e fu lei, il 25 gennaio 2016, a lanciare su tweet il primo allarme sulla scomparsa del ricercatore. C'è da aggiungere ora un altro tassello al faticoso cammino degli investigatori. Un'altra giovane donna, anche lei egiziana e inserita negli staff universitari è nel mirino degli inquirenti italiani. Tra novembre e dicembre, Giulio Regeni avrebbe avuto, tra gli incontri preparatori alla missione in Egitto, più di un contatto con una traduttrice di nazionalità egiziana ma da molto tempo residente a Londra. Dall'esame delle mail inviate e ricevute dall'account universitario è emerso una scambio di informazioni  relative a quello che sarebbe stato l'ultimo viaggio. Fonti autorevoli confermano l'interesse dei magistrati italiani per sentire anche una terza persona, oltre a Noura W. ealla traduttrice,  che pure lei non ha voluto parlare, almeno sinora, con i nostri investigatori. C'è la strana posizione di Maha Abdul Rahman, la docente-tutor di Regeni che non ha voluto rispondere ai pm romani, limitandosi a inviare una mail in cui, di fatto, non spiega nulla. Nè aveva accettato di incontrare, il 6 giugno 2016, gli investigatori italiani venuti a Cambridge per interrogarla. Quanti collaboratori  lavorano nel team di Rahman, che aveva concordato il tema della ricerca con Giulio tra settembre e ottobre? Eddo un altro aspetto su cui sistanno cercando notizie precise. Resta sospeso il giudizio negativo dei colleghi di Oxford a proposito di queste indagini sul campo, in Paesi difficili come l'Egitto, definite "troppo pericolose" per i ricercatori spediti in zone dove i conflitti vengono sedati con la violenza e la tortura.

Un tema delicato e complesso

In realtà, nel settembre 2016, l'Università invio' alla procura di Roma una serie di documenti in cui veniva ricostruita la "pratica" del dottorando di Giulio Regeni. Cioè le finalità, il finanziamento, come andava utilizzato, i tempi del soggiorno, il tema centrale. In sintesi. Nell'Egitto di Al Sisi il sindacalismo di base era notoriamente oggetto di una forte repressione, in quanto una delle basi elettorali dei Fratelli Mussulmani, la formazione radicale islamica spazzata via dall'Esercito, compreso il presidente Morsi, e tutta la classe dirigente. Un tema, detto con il senno di poi, esplosivo, poiché andava ad incidere nei delicatissimi rapporti tra strutture organizzate in Egitto, in aperto contrasto con il nuovo governo, e già infiltrate da una rete di spie. La durissima battaglia che gli uomini di Al Sisi stanno conducendo per dare stabilità a una classe dirigente che cerca di far ritornare il Paese non solo nell'orbita occidentale ma fuori dalle logiche del radicalismo islamico - connesso all'Isis - non si combatte con i fiori o con il rispetto della legalità. Per capire l'immensa tragedia della fine di Giulio, vanno analizzate le dinamiche di una società come quella egiziana e medio-orientale in genere. Il contrasto ai fenomeni terroristici, per essere efficace, va ben oltre il limite di una legalità formale. A fianco alle forze di polizia regolari, agli investigatori della magistratura, c'è una zona grigia, una terra di mezzo, dove opera non solo l'Intelligence ma una serie di squadre-fantasma. Anche squadre della morte, poiché le persone sparite come Giulio sono centinaia in pochi mesi, perché l'uso della tortura non è l'eccezione - in queste latitudini - ma la regola. Ma di cosa parlano, i responsabili britannici della ricerca affidata a Regeni, quando affermano che non "c'erano pericoli?".

I 10 faldoni di Girton

Scriveva l'Espresso nel settembre 2016: "…Sono questi i documenti, contenuti in 10 faldoni, inviati dall'Università inglese e arrivati il 22 agosto sulla scrivania del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e del sostituto Sergio Colaiocco per dare un contributo alle indagini sulla morte del ricercatore italiano. Dopo la trasferta inglese dello scorso giugno e il diniego da parte della professoressa Rahman ad incontrare le autorità giudiziarie italiane - una mancata collaborazione bollata come ‘inspiegabile' dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, tanto da portarlo a chiedere al Primo Ministro inglese Theresa May di intervenire spendendo la propria autorevolezza - la rogatoria avviata tramite Interpol ha finalmente determinato un risultato, per quanto solo formale. Dalle carte emerge un'attestazione sul rischio firmata dal giovane studioso friulano e dalla sua supervisor e consegnata all'Università di Cambridge in cui si fa presente che non vi sia alcun pericolo nello svolgere una ricerca sui sindacati egiziani al Cairo. Non risultano però dettagli su come sia nata l'idea della ricerca, su quando sia stato deciso di applicare la metodologia partecipata, su chi abbia fornito i contatti, sia quelli accademici sia quelli all'interno dei sindacati. Per quanto riguarda la documentazione di natura scientifica occorrerà aspettare: il College di Girton, la struttura dove studiava Giulio Regeni, assicura che li invierà a breve". Non è arrivato nulla. Appunto, i contatti, chi all'interno del college di Girton, sapeva della difficile missione di Regeni. Che non era affatto un neofita. Conosceva bene la società egiziana, parlava l'arabo, scriveva da mesi sulle contraddizioni del nuovo governo, con una profondità ed equilibrio inusuali. Aveva le caratteristiche di un analista di alto profilo, del tipo a cui i Servizi di Intelligence chiedono - talvolta e anche a titolo gratuito - di produrre relazioni e note informative. Ma lui, questi rapporti, non aveva mai cercati, né li aveva attivati su richiesta. Scriveva articoli con lo pseudonimo di Antonio Druis su siti specializzati e vagamente alternativi. Aveva chiesto di collaborare con Il Manifesto ma anche questo è un capitolo ancora non del tutto chiaro, nel senso che alcuni servizi alla fine non erano stati pubblicati, nonostante le sue insistenze. 

Chi erano i colleghi di Giulio

Ma è sui nomi di chi "sapeva" a Girton, che da tempo si accentra l'attenzione della parte più attenta degli investigatori. Perché le prime segnalazioni sull'attività di Regeni, arrivato in Egitto ad agosto, potrebbero essere partite proprio dai colleghi, dal pool di traduttori e mediatori arabi che frequentano, con contratti stabili, l'area universitaria che si occupa del mondo arabo. Ogni storia ha un'alfa e un omega. L'alfa - cioè l'interessamento prima della "normale" polizia del commissariato del quartiere Giza e poi delle rete fantasma delle squadre eteroguidate dai servizi di sicurezza che operano senza regole - potrebbe essere arrivato proprio da Cambridge. Le dichiarazioni, con il noto video, del sindacalista degli ambulanti avvicinato dal ricercatore per la sua indagine in quel mondo, potrebbe solo essere un elemento in più, con il risultato di rafforzare i sospetti di chi teneva già Regeni sotto stretto controllo. Il silenzio di Cambridge-Girton non aiuta a dissipare le ombre sulla morte di un giovane che aveva avuto un preciso mandato da parte del team della professoressa  Abdelrahman.

Nuovi elementi, la speranza (e il dolore) dei genitori

"Giulio ci pone tutti nella doverosa condizione di risignificare parole, azioni, posizioni e relazioni e visioni. Perché quello che gli hanno fatto non è più esprimibile con il linguaggio in uso nella nostra società occidentale: quali parole, quali emozioni, quali sentimenti per questo dolore?". Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, lo hanno detto nei giorni scorsi a Genova, durante il loro viaggio per tenere vivo il ricordo e la memoria del figlio. Con loro il presidente dell'Fnsi Beppe Giulietti e dall'avvocata Alessandra Ballerini,
"Continua e deve continuare la ricerca della verità, oltre alle reticenze e ai depistaggi delle autorità egiziane, oltre al dolore per una morte orribile e ingiusta, a muoverci è il coraggio di schierarsi in prima linea per i diritti umani, la consapevolezza che quanto accaduto a Giulio non sia una tragica fatalità, ma una barbarie che può colpire ovunque in molte parti del mondo". Da qualche tempo, su questa vicenda che dovrebbe stare a cuore a tutti gli italiani, insiste un silenzio simile a quello britannico. Ma con una differenza: l'elitè dei nostri investigatori di polizia, carabinieri e anche dell'Intelligence, continua a lavorare non solo sulle carte che arrivano faticosamente da Il Cairo ma anche su nuovi elementi che devono in questa fase restare segreti. Loro, come i genitori di Giulio, vogliono scoprire la verità.
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