La mafia pugliese non uccide(va) mai d'estate

| Analisi dopo i quattro ammazzati nel Foggiano. Il racket dilaniato da faide interne e da sospetti di "collaborazionismo"

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Gli investigatori di Foggia e dintorni sanno benissimo perché quattro uomini, compresi i due agricoltori uccisi solo perché si sono trovati nel posto e nell'ora sbagliati, sono stati eliminati dal gruppo di fuoco della Sacra Corona Unita, sezione di Manfredonia. Ci sono alcune fazioni della mafia pugliese che vanno da anni contedendosi il controllo di estorsioni, narcotraffico, appalti e quant'altre attività criminali. Generalmente i killer d'estate vanno in vacanza per non disturbare le attività turistiche dove hanno investito e riciclato i proventi delle attività illecite. Quest'anno no. Hanno infranto questa tradizione - non virtuosa - ma rispettata semplicemente in nome degli affari, perchè stanno saltando del tutto gli equilibri all'interno dei vari e compositi segmenti della Sacra Corona Unita. E' una mafia che produce decine di delitti, l'80 per cento tuttora insoluti, come ha amaramente sottolineato il capo della procura anti-mafia Franco Roberti. Non è facile spiegare, a chi non è addentro nei meccanismi del racket, cosa origina e come viene pianificata la catena di delitti. Punto di partenza il profilo delle vittima. L'obiettivo dei killer numero 1 era il boss Mario Luciano Romito, 50 anni, un quadro intermedio della criminalità organizzata di Manfredonia e dintorni, feudo importante della Sacra Corona Unita. Primo dato. Era stato coinvolto negli Anni '90 nella faida del Gargano assieme al cognato-body guard, Matteo De Palma, 44 anni, accanto a lui e come lui crivellato da decine di colpi, esplosi da pistole e Kalashnikov.

Una trappola l'"incontro chiarificatore"
Forse erano stati attirati in una trappola, con il pretesto di un incontro "chiarificatore", sapientemente organizzato da una figura terza, che godeva della fiducia di entrambe le fazioni. I due, con De Palma alla guida di un Maggiolino Volkswagen dovevano incontrare  i rivali in una zona isolata non distante dalla stazione ferroviaria di San Marco in Lamis, dov'è avvenuto l'agguato mortale. I due agricoltori arrivati in quel mentre a bordo di un Fiorino Fiat non avevano alcun tipo di rapporto con le vittime e gli assassini.  Ma avevano visto troppo. Così Aurelio e Luigi Luciani, consapevoli del loro destino, avevano tentato di fuggire. I carabinieri li hanno trovati morti a non più di 600 metri di distanza dagli altri due cadaveri. Aurelio ha tentato la fuga nei campi. Luigi, che era alla guida, è stato ucciso subito. Ma per dare una chiave di lettura più approfondita, bisogna addentrarsi nello sterminato certificato giudiziario di Romito. Nel 2009 gli stessi che lo hanno ammazzato avevano tentato di eliminarlo con un attentato dinamitardo, appena uscito da una caserma dei carabinieri con il fratello Ivan. Feriti ma in modo lieve. L'ordigno era in una ruota. Nel 2010, altro agguato a Manfredonia, gli esecutori uccisero però il cugino Michele Romito, 23 anni, ma lui passò indenne attraverso una pioggia di proiettili. Come in un film. 
Legato in passato al clan Li Bergolis 


Un tempo faceva parte della squadra che proteggeva i capi del clan Li Bergolis, nel cui nome, in una spaventosa catena di vendette incrociate, sono già morte in pochi mesi 22 persone. Poi finisce in cella nel per un residuo di pena passato in giudicato. Reato, una rapina in banca nel '95. Uscito di nuovo, aveva costituito una "batteria" autonoma dai clan. E forse qui c'è la radice della sua feroce esecuzione. Nell'ottobre 2016, i carabinieri avevano smantellato una gang composta 20 persone, responsabili di rapine ed estorsioni. Lui era il capo, con complici mai scelti a caso, ma tutti esponenti rilievo dei clan della zona. Fin qui lo schema essenziale di una strage di mafia che non è semplice routine. Correva una voce diabolica sul conto di Romito. Forse falsa, forse messa in circolazione per giustificare la sua esecuzione: per togliere di mezzi i pericolosi rivali di Manfredonia, avrebbe "soffiato" informazioni agli inquirenti, seguite da ondate di arresti. Lui lo aveva negato e garantito al "paciere" che ha poi organizzato il meeting di sangue. Non gli hanno creduto. 

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