La morte dei quattro brigatisti rossi Dalla Chiesa disse: "Conflitto a fuoco"

| Nuova inchiesta dopo 37 anni, dubbi sulla ricostruzione del blitz nel covo-arsenale di via Fracchia a Genova, marzo 1980, dove Riccardo Dura fu ucciso dai carabinieri con altri tre terroristi. Fu il killer del sindacalista Cgil Guido Rossa. Esposto d

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Un ex ricercatore universitario di Genova, Luigi Grasso, chiede alla procura di Genova di "fare chiarezza" sulla morte di quattro brigatisti rossi, uccisi in un conflitto a fuoco nel marzo di 37 anni fa a Genova. Secondo i documenti giudiziari da lui acquisiti nel corso del tempo, Riccardo Dura, che fu il capo della colonna genovese delle Brigate Rosse, sarebbe stato "giustiziato" dai militari con un colpo alla nuca. La perizia balistica, secondo Grasso, accertava che il proiettile era stato sparato da una distanza tra i 30 e i 60 centimetri e la traiettoria dall'alto verso il basso, secondo l'autopsia. Ma basterebbe osservare la piantina dell'alloggio dove avvenne il fatto per rendersi conto che, dalla porta al corridoio dove furono rinvenuti i corpi dei quattro terroristi, la distanza è di pochi metri. E il fatto che Dura sia stato colpito nella parte posteriore del corpo, ancora meno inquietante. Sarebbe stato sufficiente che in quei pochi concitati secondi si fosse voltato per proteggersi o altro e che sia caduta non appena colpito. Anche se - sempre secondo Grasso - oltre alla ferita alla testa, non avrebbe riportato altre lesioni. 

"Estremismo parolaio, vado con le Br"

Dura era nato nel 1950, di origine siciliana - Roccalumera, provincia di Messina- emigrò con la famiglia in Liguria alla fine degli '50. Il padre se ne andò per conto suo e lui fu cresciuto dalla madre, Celestina di Leo. Dopo gli studi presto interrotti (un periodo trascorso anche in una scuola correzionale) iniziò a lavorare. Come operaio Italsider e anche nel porto di Genova. Aveva 24 anni quando iniziò a militare nelle organizzazioni giovanili della sinistra, prima di approdare in Lotta Continua. Ma l'estremismo "parolaio e inconcludente", come lo definì in una lettera di alcuni anni dopo, lo deluse e scelse il partito armato. A Genova, con la Brigata XXII Ottobre, tra il '69 e il '71, c'erano state le prime azioni, i primi assassinii. Dura si inserì nelle Brigate Rosse che, a Genova, avevano organizzato una delle colonne più agguerrite e da un forte spessore criminale. Vennero uccisi il procuratore della Repubblica Francesco Coco e il suo autista, il carabiniere Antioco Deiana, il commissario di polizia Antonio Esposito, sequestrati l'industriale Piero Costa e il magistrato Mario Sossi, rilasciato nonostante non fossero state accolte le richieste di scarcerazione per alcuni brigatisti. Dura fu coinvolto nell'omicidio - a freddo - di tre carabinieri. Infine, il 24 gennaio 1979, fu lo spietato assassino del sindacalista della Cgil Guido Rossa, quando le Br avevano deciso solo di ferirlo alle gambe per la sua coraggiosa testimonianza contro l'infiltrazione delle Br in fabbrica. Un colpo al cuore per togliere di mezzo "un traditore".
Il blitz di via Fracchia, carabiniere ferito
Il 28 marzo 1980, grazie alle confessioni di Patrizio Peci, fu individuato il covo-arsenale di via Umberto Fracchia. I carabinieri volevano arrestare i brigatisti ma uno di loro, invece di arrendersi, sparò un colpo di pistola che ferì un militare. Ci fu un conflitto a fuoco e tutti i quattro brigatisti all'interno furono uccisi: Riccardo Dura "Roberto", Annamaria Ludmann "Cecilia", Lorenzo Betassa "Antonio" e Piero Panciarelli "Pasquale". Dura risultava colpito a morte da un proiettile alla testa e già in allora alcuni media avevano sollevato dubbi sulla ricostruzione della sparatoria avvenuta in via Fracchia, come se il brigatista pluri-assassino fosse stato ucciso subito dopo il conflitto a fuoco e non durante. Sospetti respinti già dalla prime ore dopo il blitz. Nel video allegato al servizio la ricostruzione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ("Reazione dopo gli spari delle Br)e del capitano del Ros Michele Riccio."Avevamo intimato la resa, sentimmo dei movimenti all'interno dell'alloggio e poi il rumore metallico della scarrellamento di un'arma, uno sparo poi fu l'inferno", testimoniò uno dei carabinieri dell'Anti-terrorismo. Nel piccolo appartamento furono trovati pistole, mitra, esplosivi militari, bombe a mano, munizioni. Un arsenale. In un'altra stanza l'archivio brigatista, con molti documenti inediti, libri, e forse anche carte del caso Moro. Betassa e Panciarelli erano torinesi, entrambi operai. Il primo sindacalista della Fim-Cisl a Mirafiori, il secondo lavorava alla Lancia di Chiasso. Entrambi avevano partecipato a numerosi omicidi, di Panciarelli si ricorda l'omicidio di due poliziotti, a Torino, imbracciando un fucile a pompa calibro 12. Betassa era nel gruppo di fuoco che uccise il presidente dell'Ordine degli avvocato di Torino Fulvio Croce. Due terroristi decisi e spietati.
Ancora fans degli assassini sui social 


Questa premessa, molto sintetica, è necessaria per spiegare quanto accade oggi: la procura di Genova ha aperto un fascicolo per omicidio volontario, per ora contro ignoti, dopo l'esposto di un ricercatore universitario, ex militante dell'estrema sinistra, coinvolto in quegli anni un'indagine sul terrorismo ma poi prosciolto da ogni accusa, che ha voluto acquisire il fascicolo giudiziario, rilevando in quelle carte una serie di contraddizioni con la ricostruzione ufficiale. La memoria di Dura, che alcuni ex militanti chiamavano "PolPot" (in onore del generale-dittatore cambogiano comunista autore di spaventosi massacri), per la sua vocazione sanguinaria e intransigente, è affidata invece ad altri ex brigatisti che, ogni anno nell'anniversario della sua morte, ne celebrano ancora le gesta. Messaggi di cordoglio, all'insegna di una esaltazione filo-brigatista passata indenne dopo oltre trent'anni dagli Anni di Piombo, inondano i social, tuttora leggibili in pagine e pagine di commenti e foto rituale della lapide.

Vedremo come si muoverà la magistratura genovese, se indagherà i carabinieri che quella mattina in via Fracchia eliminarono un gruppo di assassini già pronti a compiere altri omicidi di innocenti. Noi ricordiamo, invece, la memoria degli uomini dello Stato uccisi non solo dalla barbarie delle Brigate Rosse ma anche dalla fitta rete di complicità di allora e anche di oggi. 

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