Le confische ai mafiosi? Allo Stato solo le briciole

| Cifre dei sequestri iperboliche ma alla fine all'Erario resta meno di un decimo del totale. Dati impietosi

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(Nostro Servizio)
di FERDINANDO BRIZZI
La recente proposta di adibire gli immobili confiscati ai "mafiosi" all'emergenza abitativa concernente gli immigrati ha riacceso l'attenzione sulla destinazione dei beni sottratti alla criminalità organizzata.

Quando si leggono i comunicati stampa delle varie Forze dell'ordine relativi alle operazioni di contrasto alla criminalità pare di vedere all'opera una "gioiosa macchina da guerra" in grado di prosciugare "la palude in cui alligna il fenomeno mafioso": in particolare vengono esaltati sequestri di case, macchine, rapporti finanziari, società e vengono esposte cifre iperboliche, quasi che sia in corso una gara virtuosa a chi opera i sequestri più eclatanti.

Più raramente vengono diffusi i comunicati stampa relativi alle confische definitive: come noto il sequestro è la prima fase del procedimento ablatorio, sia penale che di prevenzione, ma solo la confisca definitiva rende intangibile il sequestro.

Se si osservano i dati riguardanti i beni confiscati in via definitiva emerge la distanza tra realtà virtuale dei sequestri e quella effettiva concernente i beni concretamente appresi ed utilizzati. 

Si legge nella Relazione al Parlamento ex L. 7 marzo 1996, n. 109 sulla  Consistenza, destinazione ed utilizzo dei beni sequestrati o confiscati Stato dei procedimenti di sequestro o confisca, Marzo 2016, l'ultima disponibile, del Ministero della Giustizia Dipartimento per gli Affari di Giustizia Direzione Generale della Giustizia Penale Ufficio I – Reparto Dati Statistici e Monitoraggio che:

 

  • 69.054 sono i beni sequestrati e confiscati in totale;
  • 42.634 sono i beni dissequestrati, ovvero con rigetto o revoca della confisca o del sequestro;
  • 6.108 sono i beni destinati, cioè giunti alla confisca definitiva e poi mantenuti al patrimonio dello Stato o assegnati agli Enti Locali. 
I dati sono impietosi: su 69.054 beni sequestrati o confiscati ben 42.634 sono dissequestrati e solo una minima parte sono destinati a finalità istituzionali o sociali.

Il dissequestro o la revoca della confisca avvengono perché sono assenti ab origine i presupposti per giungere alla confisca definitiva: ciò significa che in un cospicuo numero di casi i giudici successivamente aditi hanno sconfessato le indagini preliminari, nonché le prime valutazioni giudiziarie. 

Va solo osservato sul punto che se è prevista la riparazione per l'ingiusta detenzione analoga previsione non esiste per quanto concerne sequestri e confische disposte in assenza dei presupposti.

In uno "Stato normale" queste brevi considerazioni avrebbero determinato l'avvio di una riflessione sull'efficacia dell'azione ablativa degli apparati investigativi ed inquirenti.

Nulla di tutto ciò in Italia.

Infatti nella citata Relazione  del Ministero della Giustizia si legge:

Il dettaglio dell'andamento delle confische non definitive negli ultimi anni mette in risalto una tendenza alla crescita, con un lieve calo nel 2013. Confrontando il dato in periodi simili, notiamo che:

  • nel 2012 si erano superati gli 8mila beni oggetto di confisca (8.623, l' 8% dei 108.326 presenti in Banca Dati al 31 marzo 2013); 
  • nel 2013 vi è stata una diminuzione con 7.491 confische pari al 5,9% dei beni in Banca Dati al 31 marzo 2014; 
  • il dato del 2014 (aggiornato al 28 febbraio 2015) ha mostrato un nuovo incremento superando quota 9mila beni confiscati (9.289, il 6,7% dei 140mila beni censiti); 
  • il 2015 (dato aggiornato al 31 dicembre 2015) ha confermato la tendenza alla crescita, soprattutto a livello di numero assoluto (10.130 confische, quasi 900 in più rispetto al periodo analogo del 2014); in termini percentuali il 6,6% degli oltre 153mila beni presenti in Banca Dati può comunque essere considerato una conferma.
Tutto ciò conferma comunque la crescita dell'attività investigativa di questi ultimi anni… non dimentichiamo, però, che i soggetti della rilevazione sono primariamente i beni; per cui il dato più interessante, e sul quale porremo in seguito l'attenzione, è quello dei beni soggetti a confische definitive con destinazione, vale a dire i beni destinati. 

Nessuno può dubitare della crescita dell'attività investigativa, ma, a fronte dei dati sopra esposti dimostrativi del gap esistente tra confische e revoche,  ci si poteva attendere  una valutazione sulle cause di questo divario, riflessione però assente nella Relazione del Ministero della Giustizia.

Di ben diverso tenore è la disamina compiuta dalla Corte dei Conti.

Con Deliberazione n. 6/2014/G è stata approvata nell'adunanza del 10 luglio 2014 la relazione conclusiva dell'indagine concernente "Lo stato di attuazione ed i problemi di operatività del "Fondo Unico Giustizia" (FUG) istituito dal d.l. n. 143/08, convertito dalla legge n. 181/08".

Dalla lettura della relazione emerge che l'attività investigativa sul fronte patrimoniale,  esaltata anche dal Ministero della Giustizia, si inceppa per diverse cause.

L'indagine ha approfondito i vari aspetti della complessa attività gestoria del Fondo unico giustizia, FUG, dalla costituzione intervenuta nel 2008 fino a tutto il primo quadrimestre 2014.

L'analisi istruttoria, orientata a verificare innanzitutto la corretta e tempestiva acquisizione al FUG della congerie di somme, proventi e prodotti finanziari ed assicurativi oggetto di provvedimenti ablatori, ha evidenziato la presenza di risorse ancora in sequestro, alcune risalenti addirittura a 30-35 anni addietro, per le quali non risultano intervenuti (o comunicati) successivi provvedimenti definitivi di confisca, restituzione o devoluzione allo Stato.

Ulteriore sintomo di criticità è stato individuato nel numero non indifferente di uffici giudiziari, tra quelli non ancora abilitati alla trasmissione delle informazioni con sistema web, che non hanno mai effettuato comunicazioni di provvedimenti di pertinenza del FUG.

Inoltre, dall'esame dei rapporti tra l'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) ed Equitalia Giustizia S.p.A. è emerso il fenomeno, di cui non si conoscono ancora le reali dimensioni, della mancata volturazione al Fondo di molte delle liquidità oggetto di sequestro e, poi, di confisca.

Risultano, anche, evidenziati nel referto, relativamente alla gestione delle risorse del Fondo, il problema delle risorse "liquide" non rendicontate alla fine dell'esercizio, nonché il fenomeno ricorrente nel settore penale dell'inadempimento degli operatori finanziari all'obbligo di comunicazione delle risorse intestate.

Altro profilo problematico è quello concernente l'eventuale alienazione degli strumenti finanziari e assicurativi in sequestro, ammessa dalla legge ma subordinata all'adozione di un decreto attuativo finora non emanato. 

Le maggiori criticità in materia derivano dal fatto che i titoli sequestrati, a differenza di quelli oggetto di confisca, entrano soltanto in via provvisoria nella disponibilità dello Stato e sono suscettibili di restituzione, a seconda dell'esito finale del procedimento giudiziario o amministrativo dal quale ha avuto origine il provvedimento ablatorio.

Analoghe perplessità sorgono in riferimento alla possibilità, disciplinata dalla normativa, di destinare all'entrata del bilancio dello Stato anche una percentuale, ormai consolidata prudenzialmente al 10% dei sequestri giacenti, delle somme oggetto di sequestro penale o amministrativo, disponibili per massa, in base a criteri statistici e con modalità rotativa. 

Ma la percentuale di risorse da "anticipare", decurtata dei prelievi precedentemente devoluti allo stesso titolo, è destinata ad esaurirsi a breve e va considerata con la massima attenzione e prudenza l'ipotesi di estendere l'area delle anticipazioni, trattandosi di risorse che rimangono nella titolarità di terzi e la cui utilizzazione è considerata nei conti nazionali alla stregua di un'anticipazione passiva dello Stato con effetti negativi sul debito pubblico. 

Un altro aspetto di anomalia, sollevato anche in sede di interrogazione parlamentare (cfr. XVI legislatura, atto Camera n. 3/02432, seduta n. 676 del 2 agosto 2012), è quello concernente la vistosa sproporzione tra la consistenza annuale effettiva del Fondo (dai circa 1.442 milioni di euro dell'anno 2009 agli oltre 3.411 milioni del 2013) e le risorse versate al capitolo di entrata 2414 del bilancio statale per essere destinate alla spesa (complessivamente 623,6 milioni di euro, nel periodo 2009-2013) e, ancora, quelle riassegnate ai pertinenti capitoli degli stati di previsione dei Ministeri della giustizia e dell'interno (560,1 milioni di euro, che si aggiungono alla somma di 100 milioni inizialmente stanziata sul cap. 3001 dell'Amministrazione dell'interno).

In effetti, si è visto come siano oggetto di versamento allo Stato e di riassegnazione ai Dicasteri interessati (per il 98%) e all'erario (per il 2%), oltre all'utile della gestione finanziaria, solo le risorse "liquide" derivanti da confisca e quelle oggetto di devoluzione nonché, per le risorse in sequestro, esclusivamente una quota calcolata con stima prudenziale e destinata nel tempo ad esaurirsi.

Va precisato, inoltre, che, in occasione della ripartizione tra i destinatari finali, il Fondo deve assicurare anche le finalizzazioni previste a legislazione vigente ed esattamente la copertura finanziaria del credito d'imposta per il ricorso alle procedure di mediazione nelle controversie civili e l'alimentazione di specifici Fondi di solidarietà.

Questo spiega, tra l'altro, le ripetute osservazioni della Corte, Sezioni riunite in sede di controllo, rese in occasione della relazione annuale sul rendiconto generale dello Stato per gli esercizi 2010, 2011 e 2012, in merito alla particolare criticità del capitolo di spesa 1537, alimentato dal FUG, "a causa dell'incertezza delle risorse finanziarie che si rendono disponibili nel corso dell'anno e, di conseguenza, per i ritardi con cui tale risorse affluiscono al predetto capitolo" che opera come fondo da ripartire per le spese di funzionamento della giustizia.

Tra gli importi scomputati dalla massa di risorse riassegnabili (€ 623,6 milioni nel quinquiennio) vengono in evidenza € 19,4 milioni non riassegnati per gli anni 2011 e 2012, verosimilmente perché le amministrazioni interessate non hanno trasmesso in tempo utile al MEF le relative domande, e  € 11,9 milioni di somme versate nell'ultimo bimestre 2012 e da ripartire entro l'anno successivo.

Ad avviso della Corte dei Conti, la vera sfida, a questo punto, sarebbe quella di riuscire comunque ad incrementare la quota di risorse intestate al Fondo effettivamente utilizzabili per le destinazioni previste dalla legge e, in particolare, per la riassegnazione al soddisfacimento delle esigenze di spesa dei Ministeri della giustizia e dell'interno.

In quella Relazione la Corte dei Conti riteneva di notevole importanza, inoltre, il ruolo demandato all'ANBSC, Agenzia Nazionale dei beni sequestrati e confiscati  alla criminalità organizzata, da potenziare adeguatamente in uomini e risorse, per consentire un più esteso e tempestivo controllo delle procedure di confisca dei beni sottratti alla criminalità organizzata e di gestione dei relativi proventi, in modo da favorire l'emersione di conti e risorse non ancora correttamente intestati al FUG e da destinare in prospettiva alla devoluzione al bilancio statale.

Dopo questa Relazione l'attenzione della Corte dei Conti, ed in particolare della Sezione Centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello stato, si è concentrata proprio sull'amministrazione dei beni sequestrati e confiscati  alla criminalità organizzata e l'attività dell'Agenzia Nazionale (ANBSC), Deliberazione n. 5/2016/G, approvata all'adunanza  del 9 giugno 2016.

L'analisi della gestione dei beni confiscati ha evidenziato la presenza di una serie di criticità (fabbricati abusivi o inagibili, appartenenza del bene ad un contesto fallimentare, diritti reali di terzi sul bene, possesso per quote indivise etc.), tra le quali, in primis, lo stato di occupazione abusiva degli immobili, che perdura anche dopo la confisca di primo grado con problemi esiziali per la procedura ablatoria, e il venir meno, per le aziende confiscate, del "vantaggio competitivo" illecito, con conseguente incremento dei costi di gestione, probabile calo delle commesse, riduzione delle linee di credito. 

Le situazioni menzionate rendono spesso problematico anche il ruolo svolto dagli enti locali assegnatari dei patrimoni confiscati e la finalizzazione ad uso sociale di tali patrimoni. 

Ulteriori rilievi critici conseguono alla mancata disponibilità di stime attendibili sul valore dei beni oggetto di misure ablatorie e di dati certi sulla loro consistenza, nonché alla carenza di strumenti per il monitoraggio dei beni e per la verifica del loro utilizzo nella legalità, considerata anche la scarsa efficacia dell'apporto sinora fornito dai nuclei istituiti presso le prefetture.

In realtà, l'obiettivo di salvaguardare la produttività e, ove ne sussistano le condizioni, di incrementarla, è spesso frustrato da una serie di problematiche che si palesano, di norma, nel momento in cui l'azienda è sottratta alla sfera criminale. 

A parte i casi limite in cui l'impresa confiscata funziona solo da "cartiera", senza una qualche struttura organizzativa, circa il 90 per cento delle attività produttive interessate da un provvedimento ablatorio definitivo è destinata al fallimento o è posta in liquidazione ovvero è cancellata dal registro delle imprese per mancanza di beni.

Un recente studio della Banca d'Italia conferma che con il provvedimento ablatorio l'azienda viene sottoposta ad un vero e proprio trauma: al venir meno del "vantaggio competitivo" derivante dall'utilizzazione in molti casi di strumenti propri dell'intimidazione mafiosa o del riciclaggio di flussi di denaro di origine delittuosa, si affianca la necessità di affrontare una serie di problematiche, non ultima l'emersione del costo della legalità e della trasparenza. 

Uno dei fattori ostativi evocati con maggiore insistenza è rappresentato dalla mancanza di liquidità derivante dalla riduzione delle linee di credito da parte degli istituti bancari, a cui si aggiunge il repentino calo delle commesse e l'orientamento dei fornitori a proporre azioni monitorie ed esecutive nei confronti dell'impresa "non più affidabile".

Il problema fondamentale è rappresentato dalla lunghezza dei procedimenti e dei processi (di prevenzione e penali) e, di conseguenza, dal largo spazio temporale intercorrente tra il sequestro, la confisca definitiva e l'assegnazione del bene, spazio ulteriormente dilatato, all'interno della procedura ablatoria, dai vistosi ritardi che spesso separano l'adozione della misura di prevenzione patrimoniale o cautelare reale dal momento in cui ne viene data comunicazione all'Agenzia. 

Al riguardo, ad avviso della Corte dei Conti, vanno risolte le perduranti anomalie del flusso informativo tra gli uffici giudiziari e l'Agenzia nazionale, compresa la mancanza di adeguata interoperabilità tra i vari sistemi informatici e le diverse banche dati. 

Appare, infatti, inspiegabile ai giudici contabili che, nonostante i notevoli finanziamenti erogati per la realizzazione dei sistemi e applicativi informatici Sippi, Sit-Mp e Re.Gio, siano ancora limitate a meno del 10 per cento le comunicazioni per via telematica tra gli uffici giudiziari e l'Anbsc, non sia disponibile a livello centralizzato un censimento completo dei beni oggetto di misure ablatorie nell'ambito dei procedimenti di prevenzione e dei processi penali e non sia assicurata la interoperabilità tra le diverse banche dati e l'interscambio delle informazioni. 

I tempi eccessivamente dilatati incidono in maniera decisamente negativa, nel caso dei beni immobili, che negli anni si usurano e perdono valore, e dei complessi aziendali che, se anche potenzialmente in grado di competere sul mercato anche dopo il passaggio alla legalità, rischiano di subire un periodo protratto di sostanziale inattività e di arrivare in stato di decozione alla fase della destinazione finale. 

E' indubbio, di contro, che nella gestione di attività imprenditoriali il fattore tempo assume rilievo determinante, soprattutto quando l'azienda confiscata è ancora una realtà vitale ed ha bisogno di precise strategie di rilancio, se del caso adeguatamente sostenute da decisioni di investimento.

Le valutazioni dei giudici contabili non lasciano spazio a trionfalismi: tante le ombre, assai poche le luci per quanto concerne la sorte dei beni confiscati alla criminalità organizzata. 

Mancanza di dati certi, assenza di scambio informativo tra diversi apparati dello Stato, miliardi inutilizzati, case confiscate ma occupate dagli stessi "mafiosi" oppure abbandonate a se stesse, aziende prima floride e poi avviate a rapido fallimento forniscono la sensazione che la "battaglia" contro i patrimoni criminali condotta esiste solo a livello cartaceo: i decreti e le sentenze di confisca poi restano privi di un utile seguito, vanificando le enormi risorse impiegate nell'attività di contrasto alle diverse forme di criminalità organizzata. 

Si pensi solo ai costi delle intercettazioni telefoniche ed ambientali.

Non esiste una "ricetta magica" per far fronte a questo quadro sconsolante, certificato dal supremo organo di controllo contabile italiano, ma sarebbe opportuno almeno prenderne atto, da un lato, evitando ingiustificati trionfalismi e, dall'altro, trasformando la pregevole ed incessante attività investigativa condotta dalle Forze dell'Ordine e dall'Autorità giudiziaria inquirente e giudicante in un prodotto credibile e soprattutto utile per la collettività.

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