Torna a casa Cesare Battisti, in Italia ti aspetta il carcere

| In Brasile Bolsonaro, con il suo programma di estrema destra, è stato eletto con il 55% dei voti. Ha promesso che concederà immediatamente l'estradizione dell'ex terrorista rosso, condannato all'ergastolo

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Jair Bolsonaro è stato eletto presidente con il 55 % dei voti, mentre il candidato della sinistra, Fernando Haddad, ha raggiunto solo il 44 nonostante la rimonta degli ultimi giorni. Bolsonaro è un uomo considerato di estrema destra, razzista, omofobo e privo di un programma politico definito, per quanto riguarda l’economia di un Paese grande come un continente. A noi italiani però ha fatto una promessa: consentire immediatamente l’estradizione dell’ex terrotista dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) Cesare Battisti, protetto per dieci anni prima dall’ex presidente Lula (in carcere per corruzione) e poi da una parte della magistratura carioca.

Il vice premier Salvini si è congratulato per la vittoria e gli ha ricordato quanto ha detto, a proposito di Battisti, proprio nelle ultime ore della campagna elettorale, riferendosi in modo diretto alla forte comunità di origine italiana in Brasile. In un breve messaggio dopo la vittoria Bolsonaro su Facebook s’è rivolto a tutti i brasiliani: "Sono molto grato a tutti voi, per la vostra considerazione, le vostre preghiere e la vostra fiducia, adesso, tutti insieme, cambieremo il destino del Brasile: sapevamo dove stavamo andando, e ora sappiamo cosa dobbiamo fare". Il Brasile "non poteva continuare a flirtare con il socialismo, il comunismo, il populismo e l'estremismo della sinistra e ora la verità comincerà a regnare in ogni casa del paese, cominciando dal suo punto più alto, che è la presidenza della Repubblica, il Brasile ha tutto quello che serve per essere una grande nazione".

E’ meglio subito spegnere l’entusiasmo. A proteggere l’ex guerrigliero dei Pac, un sottogruppo nato dallo sfacelo delle Brigate Rosse negli Anni ’80, non fu solo l’establishment politico ma soprattutto quello giudiziario, con un sere infinita di sì all’estradizione, subito bloccata da organi equivalenti o superiori, con uno estenuante slalom tra competenze eguali e diverse. Il giudizio, alla fine, dopo una prima accelerazione imposta dall’attuale governo, sembrava favorevole al ritorno in patria di un uomo che deve scontare l’ergastolo ma è rimasto in sospeso, in attesa di ulteriori pronunciamenti. Bolsonaro potrà ora mobilitare il suo staff giuridico e tentare di sbloccare la situazione, certo di andare a infilarsi in un conflitto di poteri istituzionali, in parte e tuttora indipendenti rispetto alle funzioni del presidente. A meno che non abbia in animo di cambiare norme e leggi con poteri eccezionali, come ha sostenuto durante la prima fase di una campagna elettorale in cui è stato pure accoltellato da un fanatico di Lula. Nella seconda, Bolsonaro, come si direbbe qui in Italia, ha “abbassato i toni”, scegliendo parole d’ordine più moderate e rispettose dell’impianto costituzionale del Brasile. Lo ha fatto, dicono gli avversari, per non spaventare il ceto medio ed imprenditoriale, quando i suoi sostenitori più accesi concentrano nelle Farm degli sterminati territori interni. Ora tocca a lui decidere cosa fare. La sua prima dichiarazione (“Il mio primo impegno sarà la difesa della libertà”) sembrerebbe di buon auspicio. Ha vinto perchè le sinistre dopo dieci anni di governo, hanno lasciato solo macerie, tra assistenzialismo e corruzione, di uno dei Paesi più potenti del mondo, tra il dilagare della violenza urbana, il traffico di droga e un’emergenza occupazionale mai vista prima. Lui, ex militare, è un uomo d’ordine. A noi però sta a cuore ciò che ha ripetutamente promesso: di restituire all’Italia Cesare Battisti, così potrà scontare la sua pena non più tra le spiagge dorate di San Paolo ma dietro le sbarre di un carcere. E’ solo una questione di giustizia verso i morti innocenti che ha provocato. E non una vendetta.

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