40000 contro Di Maio e Toninelli

| La rivolta gentile, senza odio e minacce, senza i teppisti dei centri sociali, scuote l'anima di Torino. Migliaia di cittadini, anche con la Lega, in piazza Castello, per salvare la Tav da grillini e ideologi del NO

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Forse la gente, i 40 mila torinesi e non solo, che hanno riempito piazza Castello a Torino come non si vedeva da molti anni, non avevano solo in animo di salvare l'Alta Velocità dai seguaci del comico Beppe Grillo e dalle sue creature - sciagurato Frankenstein - Di Maio e Toninelli, più la sfortunata sindaca Chiara Appendino, ma anche la libertà di credere in un futuro che non si cristallizzi nei regali assistenzialisti al Sud, nei condoni edilizi e nei condoni che ora hanno un nome nuovo e suggestivo: pace fiscale.

Di Maio insiste con il metro, i bus, le linee locali. Tutto bene, abbiamo bisogno di investimenti in settori dimenticati e fondamentali per i cittadini. Ma le grandi infrastutture hanno altri obiettivi spostati nel tempo, in grado di generare sviluppo e occupazione sul lungo termine, che non si possono valutare con i criteri di oggi. Si potrebbe suggerire a Di Maio di rileggersi un po' di storia, magari il piano del presidente Franklyin Delano Roosevelt, nel lontanissimo 1929, quando gli Usa in ginocchio per una crisi finanziaria devastante, incanalarono tutte le energie e la forza lavoro del Paese nei grandi lavori pubblici, ribaltando una situazione in apparenza disperata. Un po' diverso che sperare nei "corsi di formazione", nei lavoretti di "pubblica utilità", in una strana transumanza del posto di lavoro sì ma a non più di 50 km dal domicilio. Come direbbe Ancelotti, "Beati loro... non hanno capito un c...". Se invece di Cavour ci fosse stato un Di Maio qualunque, la galleria del Frejus (a proposito, ancora attiva e considerata dagli esperti il prossimo "ponte Morandi" per le condizioni di pericolo quotidiano), non sarebbe stata mai realizzata e addio collegamenti con la Francia. Se i 10 miliardi destinati a mantenere legioni di disoccupati fossero destinati ad aprire e sviluppare cantieri come la Tav, il ministro del "Lavoro" scoprirebbe che i giovani invece di starsene sul divano ad aspettare i famosi 780 euro mensili, potrebbero lavorare per se stessi e per il proprio Paese. Non illudiamoci. Di Maio non ha la testa per capirlo. Per lui la Tav, la Pedemontana, il Terzo Valico, il Tap e tutto quello che genera pil e sviluppo, è un totem ideologico e fuorviante, tra mafia e malaffare. Dice in un'intervista tv, nella trasmissione "Accordi e disaccordi" che è "fiducioso e ottimista" che la misteriosa commissione fantasma costi-benefici che sta esaminando da mesi se fare o non fare la Tav dia un parere negativo. Per forza. Quel genio di Toninelli ha casualmente inserito come mosca cocchiera della commissione un fanatico No Tav, Marco Ponti, più una serie di suoi fedeli seguaci, della medesima scuola. Il risultato è scontato. E poi il ministro del "lavoro" non potrà mai dire Sì alla Tav perchè il fondatore del Movimento 5 Stelle, il noto filosofo-profeta Beppe Grillo, è da sempre un accanito sostenitore del movimento No Tav, tanto da farsi condannare in Tribunale a Torino per avere violato, insieme ai capataz di un movimento infiltrato da segmenti violenti e para-eversivi dell'area antagonista non solo italiana ma europea, un presidio sotto sequestro. Ve lo immaginate Gigino da Pomigliano d'Arco, il cui staff ministeriale costa 670 mila euro anno, inzeppato di vecchi amici e conoscenti, che vive dello stipendio da parlamentare, unica sua risorsa, smentire il comico e l'algoritmo della Casaleggio? Impossibile. Vi resterà aggrappato sino all'ultimo millesimo di secondo, prima di farsi incenerire, e con lui i risparmi degli italiani, dallo spread, dal malgoverno e dal ridicolo. 

Ma la manifestazione di Torino ha un profondo significato politico che la Lega di Salvini non potrà non cogliere. Quel mare di arancione, il colore-simbolo scelto dal comitato organizzatore delle "madame sabaude", sostenuto da tutto il mondo imprenditoriale e sindacale del Piemonte, è un segnale che il Carroccio non potrà ignorare. 

 

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