C'eravamo tanto amati bye bye NoTav

| Antologia di quattro anni di feroci polemiche e di divisioni insanabili tra anarchici e autonomi

+ Miei preferiti

Pubblichiamo senza commenti alcuni documenti anarchici sulla questione Tav. Si tratta di un'antologia che raccoglie scritti negli ultimi quattro anni, riproposti e aggiornati nel febbraio 2017. La frattura tra anarchici e autonomi ormai è insanabile.
--------------------

Ma vorrei farti una domanda:
quando avrai quel tuo posticino in Val di Susa... 
immagino che vorrai toglierti
la tua inelegante uniforme da delatore...
è vero?... è quello che pensavo...
ecco, questo non lo sopporto!
... insomma, se facessimo a modo mio 
porteresti questa uniforme
per il resto della tua vita da succhia-magistrati... 
ma mi rendo conto che non è pratico
e a un certo punto te la toglieresti...
così ti darò una cosetta che non ti potrai togliere!
 
 
Bastardi senza popolo e senza gloria quali siamo, abbiamo pensato di fare una raccolta di testi a proposito della lotta No Tav in Val Susa pubblicati nel corso di questi ultimi quattro anni sul sito finimondo.org. Vi abbiamo aggiunto alcuni testi più teorici, apparsi sul medesimo sito, che abbordano la spinosa questione della partecipazione nelle lotte sociali da parte di chi ha aspirazioni non riducibili a un qualsiasi rivendicazionismo. Chiudono il libro tutti i documenti apparsi dopo che i portavoce «di Movimento» di tale lotta hanno pubblicamente indicato alla polizia, dalle pagine dei loro siti (notav.info e infoaut.org), i redattori di Finimondo quali autori di alcuni sabotaggi avvenuti nel presente e di altre azioni illegali avvenute nel passato. Pubblica delazione poi corretta, nascosta, negata, in mezzo all'imbarazzo generale. In effetti non si erano mai visti dei "leader rivoluzionari" mostrarsi palesemente al servizio della polizia. Noncuranti degli insopportabili stridii di specchi su cui si arrampicavano, gli infami capipopolo valsusini hanno cercato di seppellire questa vicenda sotto una montagna non di amianto, bensì d'oblio.
Ma adesso, è anche la carta a cantare.
 
La lettura dei testi apparsi su Finimondo mostra chiaramente quali siano la prospettiva e la critica formulate. Dato per scontato che le lotte sociali odierne non possono certo porsi obiettivi esplicitamente rivoluzionari, si avanza la possibilità di intervenire nelle stesse per cercare di spingerle oltre i loro limiti immediati. Contrariamente a quanto sostiene un certo «nichilismo», le lotte sociali non aprono inevitabilmente un baratro di compromessi dentro cui si precipita (idea che porta alla scelta logica di evitarle sempre e comunque, chiudendo l'azione anarchica in un solipsismo autoreferenziale). La rinuncia alle proprie aspirazioni più radicali non è affatto ineluttabile, anzi. Tutto sta nei metodi con cui si sceglie di agire. Infatti, contrariamente alla pretesa di un certo pragmatismo cittadinista, un intervento può anche avvenire in maniera critica.
Il nodo della discordia ruota attorno al rapporto da instaurare con gli altri, ovvero con coloro che sono mossi dalle esigenze più elementari e ragionevoli. Va evitato in quanto sirena che porta alla perdizione, oppure va inseguito e blandito in quanto garanzia di vittoria? Né l'una né l'altra cosa. L'incontro con gli altri, per quanto agognato — che un'insurrezione non la possono fare i soli anarchici — non può mai essere forzato. I possibili complici vanno cercati diffondendo le proprie idee, le proprie pratiche, la propria visione del mondo, nella maniera più estesa possibile e che si reputa migliore. Non ha senso prendere a prestito idee, pratiche e visioni del mondo altrui, solo per apparire più presentabili. Perché altrimenti, a furia di voler stare ad ogni costo in mezzo agli altri, a furia di nascondere ciò che si ha nel cuore per essere più accettati, a furia di mimetizzarsi nell'ambiente come camaleonti, si finisce col perdersi strada facendo.
In questo senso l'esplosione della lotta No Tav in Val Susa ha avuto effetti micidiali sull'insieme del movimento anarchico, diffondendovi una mentalità politica che nel giro di pochi anni ha fatto piazza pulita di quella alterità che caratterizzava buona parte del movimento fino all'inizio di questo millennio. Anarchici che volevano arrivare ai ferri corti con l'esistente hanno abbandonato d'un tratto il pugnale per impugnare l'uncinetto con cui tessere rapporti basati non più sull'affinità, bensì sull'amicizia politica. In questa zona grigia ogni collaborazione è diventata possibile, ci si è baloccati fra ambientalisti di Stato e periti scientifici passando attraverso personaggi televisivi e giornalisti. Questo possibilismo ha naturalmente avuto bisogno di una relativizzazione della teoria e di una giustificazione della mutazione avvenuta (apologia del fare scollegato da ogni pensare, revisionismo della progettualità insurrezionale fino a un certo punto espressa, addirittura teorizzazione della non-orizzontalità decisionale in ambito anarchico). Ciò spiega il dilagare di uno spontaneismo movimentista, se così si può chiamare, che esalta la mera presenza a scapito di ogni progettualità, attivismo sfrenato che non dà il tempo di pensare e di guardare dove si sta andando. Come se l'esperienza diretta, feticcio da brandire per dimenticare la propria mancanza di consequenzialità (relazione tra mezzi e fini), possa esistere senza un pensiero proprio da parte di chi la sta vivendo, come se ogni azione non implichi un pensiero ed una teoria. Rinunciare a questo proprio pensiero, a questa propria teoria, pur di aumentare il numero di esperienze da consumare, può solo portare acqua al mulino del pensiero e della teoria altrui. Dall'agire autonomo si passa al fare coatto.
Questo rischio non si scongiura con la mitopoiesi delle lotte, linguaggio incantatore che attraverso mille faconde acrobazie riesce a far immaginare cioccolato ciò che è merda. In questa maniera si soffocheranno i primi dubbi, si troverà una giustificazione momentanea ai passi falsi che si stanno accumulando, ma la questione in sospeso prima o poi tornerà a galla. Non si arriva alla libertà con mezzi autoritari. Non si distrugge la politica attraverso la politica. Un possibile intervento libertario non può consistere nel ripetere teorie autoritarie e nell'usare pratiche di delega. Lascia piuttosto perplessi vedere tanti ammiratori del vecchio volontarismo anarchico accontentarsi di fare presenza, di esserci nelle situazioni, senza porsi troppo la questione del significato della loro agitazione, cadendo nelle braccia di un determinismo secondo cui il seme della rivolta germoglierà nonostante e sotto la gelida neve della politica. Pensare che dal letame del potere possano nascere i fiori della libertà, significa riprendere pari pari la vecchia illusione di un meccanismo esterno, storico e oggettivo, che lavora al nostro posto rendendo così superflua la nostra volontà e la nostra progettualità.
Ciò può avere un senso per gli autoritari, i quali volendo arrivare solo a una diversa configurazione dell'esistente non hanno motivo alcuno di opporsi alla riproduzione sociale. Che il banco vinca sempre non può disturbarli più di tanto, in fondo basta che siano loro a tenerlo. Ma questa banalizzazione del senso dell'agire è inaccettabile per chi non si accontenta di merci senza logo o stati di diritto, di grandi opere utili o governi legittimati, per chi è alla ricerca di tutt'altro. Ecco perché negli articoli qui riproposti viene spesso fatto richiamo alla necessità di una conflittualità permanente, di una ostilità continua nei confronti di qualsiasi forza politica, di uno scarto assoluto dall'immaginario istituzionale e dal suo linguaggio. Non si parla la lingua dello Stato, non si tratta con rappresentanti dello Stato, non si entra in competizione con la ragione di Stato, non si pretende una centralizzazione che rispecchia lo Stato. Il mondo dello Stato va tenuto a distanza e rifiutato, non avvicinato e compenetrato. Va criticato sempre, non rimproverato di tanto in tanto.
Meglio abbandonare l'elemosina di diritti, la delega a funzionari, la fiducia nelle perizie tecniche, la tentazione di controllo. Anziché puntare a sfumare le differenze per giungere ad una comunione della lotta, mirare ad approfondirle per toccare la sua esplosione. Passare dal centro alla periferia, portare la lotta contro il Tav fuori dalla valle e dal suo cantiere per diffonderla sulla rete di binari incrociati in tutto il paese. Dare vita ad un movimento di lotta che non assomigli ad un esercito compatto, disciplinato ed omogeneo, ma ad un insieme di forze eterogenee, diverse fra loro, accomunate da un nemico da fermare e mai da un comando e da una strategia univoca.
La molteplicità di un movimento, la sua ricchezza, non è data dalla diversa origine delle sue componenti, bensì dalla loro differenza di fatto. Non serve a nulla provenire da più parti se poi ci si ritrova tutti in chiesa, in assemblea, a pregare durante la messa recitata dai preti rossi e rossoneri ai loro fedeli. Che in una lotta ci siano sia atei che fedeli non è affatto indice di vivacità e rispetto reciproco, se i primi evitano le bestemmie per non infastidire le preci dei secondi. Ritrovarsi in mezzo a politicanti di vario pelo è una scelta di campo, non un destino inevitabile. Non esiste alcun obbligo a partire e tornare insieme (nonostante la buona fede dei suoi suggeritori libertari, il vecchio patto di sangue criminale non può che diventare un dovere civico appena cade in mano ai professionisti della rappresentazione politica). Ognuno può anche partire e tornare quando vuole, seguendo il percorso che più reputa idoneo, in compagnia di chi preferisce, sostenendo le ragioni che più ritiene giuste. Se poi queste esigenze talvolta si incroceranno, tanto meglio; altrimenti, ognuno per la propria strada. È la lotta contro il Tav a dover essere portata dappertutto, nelle sue mille forme, non l'influenza del ceto politico che la amministra.
 
Ebbene, seguendo questa prospettiva, nel corso degli anni Finimondo ha criticato duramente la gestione politica del movimento No Tav in Val Susa, senza risparmiare la sua componente libertaria. Ciò non è affatto un'espressione di «disprezzo per il popolo», come pretendono i più imbecilli. La sincerità e la buona fede delle persone che là si stanno battendo in difesa della propria terra non è mai stata messa in dubbio. La loro caparbietà e determinazione in tal senso sono ammirevoli. Non ci si può certo lamentare della parzialità delle loro rivendicazioni, considerato che sono stati gli stessi sovversivi ad averle sostenute pari pari senza mai cercare di eccederle. Ecco qual è il punto. Se gli stessi rivoluzionari, se gli stessi anarchici, si accontentano di ripetere rimbrotti cittadinisti contro lo sperpero di denaro pubblico o amenità simili, perché mai la cosiddetta gente comune là presente dovrebbe aspirare ad altro?
È contro tutti questi sovversivi, anarchici inclusi, che Finimondo ha rivolto le sue critiche. Contro i politicanti che prendevano le distanze dai sabotaggi avvenuti in Val Susa come altrove, e contro i (non)politicanti che hanno preferito rimanere pubblicamente in silenzio davanti a queste dissociazioni, anche non condividendole. Contro i politicanti che si appellavano a parlamentari e magistrati, e contro i (non)politicanti che si limitavano a brontolare davanti a queste alleanze. Contro i politicanti che riducevano in neon di propaganda vecchi lampi criminali, e contro i (non)politicanti che glieli hanno forniti. Contro questo putrido connubio fra autoritari che detengono le chiavi d'ingresso del luna park della contestazione italica ed anti-autoritari ai loro piedi, costretti ad ingoiare tutto pur di accedervi e divertirsi e ricevere la gratificante carezza popolare.
Critiche che non sono state molto gradite, ovviamente, e soprattutto mai dibattute. La prima volta che furono chiamati Signor Movimento No Tav — nel settembre 2013, in occasione del reclutamento del teorico del pensiero molle Gianni Vattimo — i capipopolo valsusini precisarono che non era loro «costume rispondere ad individualità, individui, aspiranti nemici dello stato, complici vari e via discorrendo», avendo occhi e orecchie solo per celebrità da usare e manovalanza da sfruttare. Quanto ai loro «compagni di merende» libertari, al pubblico dibattito preferirono ricorrere tutti alla lamentela contro le «polemiche», molti al pettegolezzo, parecchi al boicottaggio, taluni alla calunnia, qualcuno alle spedizioni punitive... creando così quel bel clima di linciaggio che sarebbe poi sfociato da parte dei loro amichetti politici capipopolo nella pubblica delazione. Contro i «criticoni», nemico interno delle gloriose lotte popolari, tutto è permesso. E se oggi lo stesso movimento anarchico si caratterizza per la negazione di ogni etica — cosa che nel giro di qualche anno ci ha portato ad assistere a una richiesta pubblica di incolumità nei confronti di una infiltrata, alla punteggiatura sulle i della parola dissociazione dall'attacco contro uno dei principali responsabili dell'industria nucleare, all'indifferenza davanti al passaggio di vecchi infami in alcuni spazi di movimento — figurarsi a quale livello è pronto a scendere chi è cresciuto nella scuola del fine che giustifica i mezzi!
 
Ricordiamo che la lotta No Tav è salita alla ribalta delle cronache alla fine degli anni 90, dopo che alcuni sabotaggi avvenuti all'epoca portarono all'arresto di tre anarchici, due dei quali in seguito "suicidati". Senza quei sabotaggi, senza il clamore di quelle morti, non si sarebbe sviluppata tanta attenzione. Non è stata la prima timida protesta cittadinista valsusina ad aver dato slancio a questa lotta, ma il sabotaggio di pochi nemici di questo mondo. Cosa questa che viene tutt'oggi negata dal ceto politico infame che cavalca questa lotta, e talvolta sembra sia stata dimenticata anche da molti anarchici. Arma del sabotaggio che è stata accettata collettivamente solo dopo essere stata «sdoganata» da un noto scrittore catto-comunista, il quale ha preso le difese di chi è stato arrestato nel dicembre del 2013 con l'accusa di aver partecipato all'assalto al cantiere di Chiomonte avvenuto nel mese di maggio dello stesso anno. Essendosi trattato di un assalto collettivo, approvato anche da cotanta celebrità, i capibastone del movimento No Tav hanno calcolato che la bilancia pendesse in loro favore ed hanno fatto una eccezione alla loro regola dissociazionista. Hanno difeso i quattro sabotatori No Tav, anche quando hanno apertamente rivendicato la propria responsabilità in tribunale. La loro manovalanza libertaria, invece, non essendo più costretta a tacere per non disturbare il conducente, si è sbizzarrita nel millantare che il sabotaggio è sempre stato il suo mondo. Tutto ciò è durato fino a pochi giorni dopo l'assoluzione dall'accusa di terrorismo formulata contro i quattro sabotatori No Tav, condannati il 17 dicembre 2014 solo per reati specifici.
Nel giro di un paio di giorni, prima a Firenze il 21 e poi a Bologna il 23 dicembre, alcuni sabotaggi avvenuti contro la linea ferroviaria hanno riportato di nuovo al centro della discussione il significato di questa pratica di lotta. Trattandosi di sabotaggi singolari, non difesi da alcun famoso intellettuale, il ceto politico No Tav ha subito condannato e dileggiato tali azioni. Azioni però che, come sempre e senza far ricorso al bilancino della convenienza politica, sono state difese da Finimondo con il testo che dà il titolo a questa antologia. I giornali più reazionari, che non avevano digerito l'assoluzione dei quattro sabotatori No Tav dall'accusa di terrorismo, si sono subito precipitati sull'articolo di Finimondo presentandolo come «rivendicazione» per poter gridare «al lupo!».
Questa pubblica smentita del becero innocentismo No Tav ha fatto infuriare i capibastone del movimento i quali, sul loro sito notav.info, il 28 dicembre 2014 hanno pubblicamente indicato i redattori di finimondo.org quali autori degli attuali sabotaggi, nonché di altri reati avvenuti in passato. Testo ripreso il giorno dopo anche da un altro sito legato all'autonomia torinese, infoaut.org. Mentre con la mano sinistra salutano a pugno chiuso il cadavere del compagno contadino comunista Prospero Gallinari, e con quella destra puliscono il culo al boia togato che lo ha sepolto in galera, questi rivoluzionari verticalisti trovano comunque il modo di additare con entrambe alcuni anarchici alla polizia.
Vero colpo di scena, ripreso quello stesso 29 dicembre anche dal quotidiano La Repubblica.
Resisi conto del loro passo falso — una pubblica delazione — i capibastone piemontesi sono corsi ai ripari correggendo il loro testo. Troppo tardi. Il 30 dicembre Finimondo pubblicava un articolo che accusa i portavoce ufficiali della principale lotta sociale oggi in corso in Italia — se non in Europa — di essere degli infami, mettendo a disposizione di chiunque le avesse richieste le prove di quanto sostenuto. Nessuno ha potuto smentire.
Voltarsi dall'altra parte in questo caso non era molto semplice, in quanto è il ceto politico della più gloriosa lotta sociale odierna ad essersi spinto fino alla delazione. E non quello più riformista, perbenista, legalitario, quello cioè da cui simili passi ce li potremmo pure aspettare. No, è stato quello «antagonista» e «rivoluzionario», e nemmeno nella veste di un singolo esponente bensì di un'intera redazione, quella di notav.info. Redattori non solo infami, ma per di più meschini per aver poi tentato inutilmente di coprire le tracce, taroccando a posteriori il loro testo non appena si sono accorti dello scivolone fatto. Infami e cialtroni, cialtroni e infami. Ma pur sempre leaderini di quella lotta che tanto manda in visibilio il movimento intero. Il che ha messo tutti i loro compagni di lotta più sovversivi, inclusi moltissimi anarchici, nella alquanto imbarazzante posizione di risultare... compagni di infami? A quel punto, cosa poteva accadere?
A parte il fatto che questo testo di Finimondo ("I buoni di Natale") è stato subito ripreso e diffuso da pochi, pochissimi compagni, nei primi giorni non è successo granché. Gli infami non hanno proferito parola. Ed i loro compagni di lotta, ovvero la stragrande maggioranza del Movimento, sono rimasti muti pure loro. Fatto curioso, poiché in fondo una azione pubblica così infame da parte di "leader di movimento" non è esattamente cosa che capiti tutti i giorni. Infatti, ad un certo punto si è levata una voce stupita. E non dall'Italia, bensì dalla Francia dove il 4 gennaio 2015 «alcuni anarchici di Parigi e dintorni» — sbalorditi, a 1000 chilometri di distanza, di fronte al silenzio di chi si trova davanti ad un fatto di tale gravità — hanno diffuso un testo, tradotto da loro stessi anche in italiano, in cui c'è un esplicito rimprovero rivolto agli anarchici italiani per non essersi espressi su questa vicenda, nonché un invito a farlo. Alcuni giorni dopo, complice quell'epifania che decreta la fine delle festività e della lunga digestione che produce, qualcosa si è smosso. Non solo è stato diffuso pubblicamente il testo degli anarchici di Parigi e dintorni nel nostro belpaese, ma anche alcuni anarchici e anarchiche nostrani hanno iniziato a trovare qualcosa da dire. Lo psicodramma provocato dall'ironica ma rabbiosa reazione di Finimondo si è così palesato alla luce del sole.
I cagnolini da riporto, razza anarlecchino, hanno tentato di conservare i favori dei loro procacciatori di applausi popolari limitandosi a biasimare una non meglio definita delazione. Fra costoro, qualcuno ha ricordato i meriti del sabotaggio precisando tuttavia che le analisi sono relative (come le malattie, ognuno ha le sue). Mentre qualcun altro cercava e trovava i testi infami apparsi in rete, quindi li archiviava, restandosene zitto per giorni e aspettando di vedere come conveniva buttarsi, per riprendere alla fine la non-posizione altrui aggiungendo però prima il suo sermone apparentemente equidistante; quindi, in seconda battuta, ha scoperto le carte perdonando gli infami e bacchettando gli infamati, mentre criticava di passaggio la temporalità di questi sabotaggi. Per non parlare di chi si è accusato scusandosi per il ritardo dovuto alla scarsa dimestichezza col diabolico mezzo telematico — «poco male, vada per la prossima volta», quando potrà dire subito che la delazione è una «pratica» che non gli appartiene.
Miserie umane a parte, c'è pure chi le ha cantate a brutto muso ai redattori di notav.infam e infam.aut. Chi ha precisato che dietro il Signor Movimento No Tav si celano alcuni militanti del centro sociale torinese Askatasuna e del comitato di lotta popolare di Bussoleno, scavando un fossato con chi non può più essere considerato «compagno» e «rivoluzionario»; e chi ha dichiarato che la presenza di infami all'interno delle situazioni di movimento non può più essere accettata. Solo il tempo dirà se si tratta di rigorose scelte di campo o di effimere posture situazionali. Sta di fatto che, dopo diversi giorni, altri ancora hanno deciso di rompere gli indugi e si sono espressi decisamente e senza tanti giri di parole contro la delazione, specificandone gli autori, e a favore dei sabotaggi.
Beccati con le mani nella merda, i capipopolo valsusini si sono inizialmente ammutoliti. Tutta la loro prosopopea di baldi condottieri rotti da ventennali esperienze di lotta, tutta la loro aria da comandante Giap de noantri, si è dileguata come per incanto. Ma il fiorire di comunicati che li inchiodava alla loro infamia deve avere intaccato a tal punto la loro già lesa maestà da spingerli nel giro di cinque giorni (17 e 21 gennaio) a diffondere due nuovi testi. In entrambi si scusano per il piccolo errore linguistico prontamente corretto (definendo le accuse di infamia meramente strumentali), ma se il primo invita tutti a pensare a cose più serie (incrementare il patrimonio di quella lotta di cui si sentono gli amministratori più o meno delegati), il secondo è una vera e propria resa dei conti con i loro ex (?) compagni di merende. Infatti il 13 gennaio si è tenuta in Val Susa un'agitata assemblea che ha visto gli uni accanto gli altri, assemblea in cui gli stracci rivoluzionari No Tav hanno cominciato a svolazzare in lungo e in largo. Alla fine sono stati proprio loro, gli infami capipopolo valsusini, a prendere la pubblica parola per impartire agli anarchici fino a ieri al loro servizio una lezione di etica: «se ci considerate delatori, perché venite a discutere con noi?». Un interrogativo rimasto senza risposta.
 
Inutile girarci attorno. Sono troppo scivolosi quegli specchi. I leaderini della principale lotta sociale in corso qui in Italia sono, precisamente, dei delatori (per mera idiozia o per calcolo politico, non è questo il punto). Fra i loro sguatteri libertari, non pochi sono dichiaratamente intenzionati a rimanere al loro servizio. Punto e basta. Come è stato scritto, il dado è tratto. I primi, ambiziosi di legittimità e di egemonia, a furia di ammiccare ai magistrati si ritrovano ora con un futuro marchiato per sempre. Chi chiameranno come docente nella loro prossima umile e modesta Università delle Lotte, Giuda Iscariota? Intanto, stanno già allenandosi per rimuovere i loro critici. I secondi, vogliosi di consensi e di tranquillità, a furia di ammiccare agli infami si ritrovano ora con un futuro marchiato per sempre. Dove troveranno ora babbei a cui poter raccontare che la lotta No Tav ha praticato una «rottura con la morale pubblica... articolata sugli assi del pentitismo e della delazione, della dissociazione e dell'abiura»? All'asilo nido? Intanto, stanno già rinnovando il guardaroba.
A partire da quanto (non) avvenuto dopo il 30 dicembre scorso, tutte quelle chiacchiere hanno perso il filo del loro funambolismo. Nove anni dopo la «gloriosa battaglia di Venaus», tre anni dopo l'«indimenticabile Libera Repubblica della Maddalena», dopo innumerevoli giornate e nottate condivise sulle barricate, ecco cosa è scaturito dalla esperienza diretta di chi non esita a sporcarsi le mani: la pubblica delazione e la tolleranza di tanti verso la pubblica delazione.
In tal senso, questa squallida vicenda ha dato un enorme contributo a quella vulgata «nichilista» secondo cui le lotte sociali in quanto tali non possono essere che postriboli. A dimostrazione, d'ora in poi si potrà citare il movimento No Tav italiano.
Ma, ad onta delle apparenze, non siamo d'accordo. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare questa antologia. Da un lato, per ribadire con ostinazione che in una lotta pur allargata si può entrare e rimanere con il coltello in pugno. Dall'altro, per evitare che un oblio interessato faccia dimenticare in fretta chi sono gli infami e chi sono i loro compagni, quelli che per poter continuare a fare affari con loro non hanno esitato a liberarsi di ogni (pastoia) etica.
 
 
 
[A stormo! (contro il Tav, il cittadinismo,
la delazione), Indesiderabili edizioni, 2015]
La leggenda della valle che non c'è

M. e V.
 
Non è semplice sintetizzare in un articolo la questione valsusina ed il ruolo che gli anarchici — alcuni — si sono "ritagliati" al suo interno, la faccenda è molto ampia ed articolata, ci limiteremo quindi a dare la nostra chiave di lettura su certe dinamiche che abbiamo potuto osservare in alcuni anni di permanenza nella famigerata "valle che resiste". In primis necessita mettere in luce quello che è il modus operandi che i detentori della linea politica di movimento hanno impostato/imposto e che portano avanti, con buona pace degli anarchici/notav.
Partiamo dalla conclusione: in Val di Susa sussistono reali possibilità di rivolta, in essere o in potenza, che possano mirare all'abbattimento delle logiche di dominio quali le conosciamo e con le quali come anarchici confliggiamo quotidianamente? La risposta è no. In Val di Susa lo scenario è quello classico della lotta di cortile che si sostanzia su un territorio certo ampio ma che risente appunto di tutti i limiti dei movimenti «non nel mio giardino». Come abbiamo più volte avuto la possibilità di notare, il movimento valsusino nella sua grande maggioranza non è interessato alle lotte che si svolgono lontano dei suoi confini e se ne trattano lo fanno solo o per strumentalizzazione politica o per una questione di empatia superficiale e tutta "religiosa" che non è quindi interessata a rilevare similitudini e differenze dei conflitti in atto e di trarne un ragionamento generale di critica ed attacco al potere, che infatti non viene rifiutato né messo in discussione ma del quale si chiede sostanzialmente una gestione più "equa".
Sul piano strettamente locale la cosa si fa ben evidente nei momenti di consultazioni elettorali, sia nazionali, ma in maggior misura — ovviamente — in quelle comunali, quando l'oligarchia di movimento, la stessa che si consulta e stabilisce le linee d'azione in riunioni ristrette prima delle farse decisionali dei cosiddetti "coordinamenti dei comitati" (1), momenti di riunione spacciati per assemblee decisionali orizzontali ma che hanno più il gusto di una comunicazione dei pochi ai molti sulle eventuali azioni da intraprendere, si affanna nella corsa a ricoprire incarichi istituzionali. Inizia così il grande valzer delle oscene alleanze, concupiscenze ed intrallazzi al fine dell'ottenimento del voto, con lo scopo di accrescere la propria popolarità personale e per cercare di conquistare il governo di alcuni comuni interessati dal passaggio dell'Alta Velocità o delle infrastrutture ad essa collegate, per avere la propria briciola di potere ed andarla a far pesare nei colloqui con i supposti nemici dell'organizzazione statale.
Si fa un grande ricorso alla delega, nella gestione ordinaria del movimento (appunto nei coordinamenti dei comitati, quando questi ultimi, ormai ridotti alla stregua di chimera valligiana, vengono rappresentati in tali riunioni da qualche individuo) che in quella straordinaria, come nel caso delle elezioni appunto, quando la possibilità di essere ai vertici amministrativi comunali è ambita, incoraggiata e sostenuta. Durante tali eventi, come anche in altri di maggiore partecipazione di individui che «vengono da fuori» — figure vissute come armi a doppio taglio, ambivalentemente attirate ma anche temute, forse per la libertà d'azione che potrebbero rivendicare e mettere in atto — viene ribadito con orgoglio un concetto fastidioso, quello secondo cui le cose in valle si fanno «a moda nostra», cioè con le nostre modalità, imposte dall'oligarchia e accettate con acquiescenza dalla massa, senza alcuna tolleranza o nel migliore dei casi considerazione di eventuali iniziative di gruppi o individui che escano dal recinto della supervisione valligiana. L'«a moda nostra» rappresenta a tutti gli effetti la linea di demarcazione tra ciò che è possibile o non possibile fare, il quando, il dove, il come e il chi, ed è la dimostrazione di un impianto verticistico ed autoritario che nella retorica movimentizia si dice di rifiutare e combattere ma che nella pratica trova perfetta attuazione.
 
 
Val di Susa, la retorica teatralizzante della lotta
 
Se c'è una cosa che in Val di Susa è stata creata con successo e che ad oggi continua a funzionare piuttosto bene è una retorica di movimento che si palesa in maniera chiara nel momento in cui decide di raccontarsi e di "vendere" il proprio prodotto fuori dai confini piemontesi; la parola "vendere" non è scelta a caso, infatti quello che si può notare passando del tempo in valle e partecipando agli appuntamenti di movimento, è come ogni singolo fatto venga trattato in maniera teatrale e volto a creare immaginario: dal semplice tempo passato davanti ad una rete che diventa una «grande giornata di lotta», ad un tentativo di alcuni di forzare un blocco di polizia in maniera risoluta che diventa un vile attacco violento da parte di quest'ultima nei confronti dei poveri manifestanti lì solo per rivendicare un proprio diritto; ci ritroviamo davanti ad una torsione dei fatti tutta volta a creare un immaginario resistenziale che possa avere appeal da un lato con le anime belle della "società civile", quindi mai di attacco e sempre di resistenza ad una violenza subita, ma che strizzi anche l'occhio ai rivoltosi sparsi per l'Italia e li invogli a spostarsi in valle dimostrando come l'eroica resistenza valligiana non parli il linguaggio della mera testimonianza o del politicantismo, ma della lotta non mediata alla sopraffazione. Il tutto accettato ed in buona parte rilanciato anche dagli anarchici più addentro alle dinamiche di gestione del movimento.
Non si tratta però solo di una rappresentazione fiorita di quello che accade, ma piuttosto di una creazione di immaginario strumentale a cooptare manovalanza esterna alla valle utilizzando temi e parole d'ordine cari ad esempio all'anarchismo, mostrando una realtà di valle orizzontale, acefala e genericamente "libertaria" che nei fatti non corrisponde alla realtà ma che è utile a convogliare forze sul territorio, manovalanza "specializzata" che può risultare utile nei momenti di conflitto con la forza pubblica e che però come già detto va tenuta bene al guinzaglio, sia per non turbare troppo le popolazioni, sia per non rischiare di sbilanciare gli equilibri interni del movimento; in questo la logica della «grande famiglia» della quale parleremo più avanti si è dimostrata uno strumento perfetto. L'ipocrisia di movimento, l'autorappresentazione spettacolare, l'accettazione delle dinamiche comunicative del potere (mistificazione, ribaltamento di significato e linguaggio, manipolazione dei fatti, ecc...) sono sostanziali del modo di porsi del movimento No Tav, metodologia non condivisa forse dalla totalità dei "movimentisti" che comunque la accettano o come necessità, o per non rischiare di mettere in discussione le posizioni acquisite all'interno del movimento delle &mille anime» — e questo crediamo sia il caso di certi anarchici che fino ad oggi hanno fatto finta di non vedere o hanno minimizzato, o hanno giustificato adducendo ridicole motivazioni.
 
 
La creazione della grande famiglia
 
Il movimento No Tav è figlio anche della società mediaticamente sovraesposta, e come tale ha dovuto crearsi un'immagine sfaccettata quel tanto che basta da risultare appetibile sia ai fruitori dello spettacolo mediatico, sia a coloro che cercano un luogo dove la propria modalità di lotta sia accettata e condivisa. La retorica della grande famiglia in questo è stata lo strumento principe e forse ben studiato per riuscire a marginalizzare quegli elementi che potevano essere poco digeribili agli spettatori del teatro valsusino. Se la presenza di militanti di varia estrazione è stata accettata come necessità strumentale — e per rendersene conto basta parlarne con un qualsiasi "semplice" valligiano — è altresì necessario che le identità specifiche più scomode siano sottaciute o passate in secondo piano, in un'ottica edulcorata volta a presentare il movimento al di fuori degli scenari classici del conflitto. Il marchio è quello della grande famiglia No Tav, siamo tutti No Tav, ecc... In questo scenario la vicenda dei quattro anarchici (diventati poi sette) arrestati per un attacco al cantiere — che i portavoce di movimento, utilizzando le tecniche di cui sopra chiamano «passeggiata notturna» — è esplicativa (2). Il movimento ha sempre parlato dei «suoi ragazzi», dei quattro prigionieri No Tav, omettendo sempre di citarne l'appartenenza "ideologica", così da rendere più digeribile al pubblico la loro posizione, difficilmente spendibile se identificati come anarchici notoriamente poco "appetibili" ai fruitori dei media di regime; e tutto con buona pace degli altri anarchisti che evidentemente hanno ritenuto utile non agitare troppo quella che un tempo era chiamata «la bandiera dell'ideale», per paura — forse — di perdere l'appoggio mediatico discendente dalle sacre insegne della bandiera trenocrociata.
La «grande famiglia» ha anche un'altra funzione, non è altro infatti che la traslazione del concetto di democrazia utilizzato dalle autorità classiche ma troppo compromesso per essere rivenduto all'interno di un movimento che si palleggia fra l'antipolitica di stampo grillino (3) o da indignados e il sentimento di rivolta di altre comparse sul palco. 
La «grande famiglia» è il dogma davanti al quale tutti coloro che hanno deciso di farne parte alzano le mani; così come per la "società civile" l'accusa di antidemocraticità diventa una macchia da lavare dimostrando tutta la propria fedeltà ai dettami democratici, la stessa identica cosa succede all'interno del movimento valsusino dove però la parola democrazia è sostituita con medesimo significato dalle parole — spesso intercambiabili — «grande famiglia» o «movimento popolare», in nome delle quali ogni conflitto generato da questioni sostanziali è ridotto al silenzio. In questo il movimento valsusino è perfettamente reazionario, poiché ha deciso di utilizzare metodi e strutture di creazione del consenso e di gestione della realtà tradizionalmente plasmati ed utilizzati dal potere per annichilire il dissenso e la possibilità che al suo interno si creino reali momenti di conflitto.
In tutto ciò c'è quindi chi ha deciso di non mettere in discussione certe dinamiche e sostanzialmente di avocare all'oggetto collettivo la propria soggettività individuale. L'impianto generale del potere è replicato, ed è bastato solo lavorare un minimo sul linguaggio.
L'investitura popolare diventa così l'obiettivo che sostituisce nella forma ma non nella sostanza il concetto borghese di elezione democratica — cui comunque com'è stato già detto è ricorsa appena possibile — e poco cambia fra il «siamo democraticamente eletti» dei politici e «le popolazioni valligiane sono con noi» dei gestori di movimento; il consenso nudo e crudo è ciò che viene ricercato, nulla di più, ed in ciò il linguaggio grossolanamente popolar/sentimentale di alcuni epigoni del movimento (anche anarchici) la dice lunga sulla verosimiglianza di queste affermazioni.
La gestione del linguaggio e la manipolazione dei fatti sono poi evidenti nel modo in cui sono affrontate le questioni legate alla delazione (4). Il movimento No Tav ha in pratica deciso di non prendere posizione bollando come «lotta fra parrocchie» la vicenda, spostando l'attenzione ed il fulcro della faccenda non sulla questione di sostanza, la delazione e tutto ciò che ne consegue, ma sui contendenti specifici, svuotando di significato un atto gravissimo come la confidenza che viene ridotta a scaramuccia fra bande. Dopo circa un mese dai sabotaggi di Firenze e Bologna (5), l'appello del movimento, gridato forte ed in perfetto stile autoritario, volto ad arrestare anche ogni minimo spunto di pensiero critico individuale, è stato quello di far sì che lo spettacolo movimentizio continuasse, che si continuasse uniti nella lotta, a tutti i costi, e di farla finita una volta per tutte con quelle che sono state archiviate alla bell'e meglio come "polemiche". In questo gli anarchici "famigli" hanno deciso in buona parte di non turbare gli equilibri all'interno del ventre caldo del movimento popolare, o ignorando la questione, o bollandola anch'essi — utilizzando un linguaggio al limite del pretesco — come "scaramuccia", magari figlia del mezzo utilizzato (internet) e degli animi esasperati, oppure spostando l'attenzione sulla — a detta loro — vera questione, ovvero i passi indietro del movimento rispetto alla pratica del sabotaggio. Atteggiamenti questi del tutto in linea con la tendenza di parte dell'anarchismo italiano odierno che tende sempre più a minimizzare questioni di sostanza come la delazione, la presenza negli spazi di infami o infiltrati in nome di un «volemose bbene» figlio della convenienza politica, in una logica utilitaristica che dà sinceramente il voltastomaco. 
 
 
La storia le storie e le favole
 
Come ogni movimento nazional popolare anche quello No Tav ha bisogno dei suoi santi e dei suoi martiri, e se ad oggi è pronto a giocarsi mediaticamente sui giornali ed in tv feriti ed arrestati, cosa di per sé già deprecabile, non si fa scrupolo nemmeno di agitare a mo' di santini le foto di Edoardo Massari detto Baleno — o "balengo" da alcuni che ai tempi lo schernivano e che oggi ne fanno apologia — e Maria Soledad Rosas detta Sole, i due anarchici "suicidati" in regime di privazione dalla libertà alla fine degli anni 90, accusati di essere gli esecutori di alcuni sabotaggi avvenuti in valle a danno dell'Alta Velocità... già, nel 1998 qualcuno in valle già sabotava e questi sabotaggi erano deprecati da tanti; fini "intellettuali" oggi fiancheggiatori del movimento come ad esempio il triste filosofo Prof. Vattimo che ai tempi ebbe parole irripetibilmente offensive per la memoria dei due compagni, ora siede tranquillamente al desco assieme a chi magari a quei tempi si era ritrovato solo a difendere i due "martiri" suo malgrado e lo fa con tutti gli onori da tributare ai vip sostenitori di movimento, siano essi magistrati, pennivendoli, famosi scrittori filo-sionisti o quant'altro. Ma, potrebbe dire qualcuno, i tempi sono cambiati e gli errori di tiro si possono correggere e così è sembrato fare qualche tempo fa durante un'intervista il leader di movimento Alberto Perino, che ribadendo la solidarietà del No Tav ai sette arrestati, en passant ammetteva l'errore di valutazione nell'aver mal giudicato i poveri Sole e Baleno qualche annetto prima, quindi tutto risolto... non proprio, ma tant'è, sembra che il mantra «quel che è stato è stato, guardiamo avanti» abbia fatto presa sui più, anche su chi storicamente si è sempre vantato di «non dimenticare».
 
Alcuni partigiani pseudocritici di movimento — fa tanto libera coscienza agitare il logoro straccio del pensiero autonomo, purché ciò non si sostanzi con una critica troppo radicale all'impianto che ci accoglie! — pur dicendo di condividere tutta una serie di appunti al movimento e affermando di individuarne i limiti oggettivi, nel ritenere che comunque l'importante è "starci dentro" qualsiasi cosa voglia dire — e qualsiasi rospo tocchi ingoiare —, ribadiscono che comunque quello valsusino è l'unico movimento popolare che abbia sdoganato la pratica di sabotaggio come mezzo di lotta. Questo è vero e falso allo stesso tempo.
Se è vero che una famosa assemblea ha ratificato il sabotaggio come pratica ammessa — pur con tutta una serie di steccati — e che questo è un evento più unico che raro in Italia, è altresì palese che ciò sia avvenuto turandosi il naso e per puro calcolo politico: c'era bisogno di rilanciare una lotta che aveva perso appeal fra i militanti antiautoritari italiani ed esteri a causa dello sbilanciamento marcato del movimento verso la piaga elettorale, le presenze "da fuori" in valle cominciavano a stentare (se si eccettuano alcuni bacini d'utenza storici, corresponsabili in certi casi della macchina del consenso valsusina), c'era bisogno di rilanciare il brand in una fetta di "mercato" troppo importante per il movimento che senza la «carne da cannone» da mandare allo sbaraglio per i boschi si troverebbe a dover fare i conti con la quasi totale assenza dei valligiani sulle barricate o comunque con una carenza di "competenze" in determinati frangenti "caldi"... cosa meglio del sabotaggio!? La pratica è patrimonio comune di tante realtà, rimanda ad un'epica di lotta gloriosa, può essere giocata mediaticamente. Il gioco è fatto, anche se il meccanismo ha rischiato di rompersi subito, poiché pochi giorni dopo la famosa assemblea un sabotaggio è avvenuto ed alcuni, sempre i soliti di notav.infam invero, agitarono da subito lo spettro della provocazione, salvo poi ricordarsi che solo alcuni giorni prima i probiviri di movimento avevano legittimato la pratica del sabot e quindi lasciato cadere la questione.
 
Il sabotaggio quindi diventa mezzo di cooptazione politica, non pratica strategica in una battaglia di liberazione inserita nella guerra contro il dominio, tanto che solo pochi mesi dopo, e siamo ai giorni nostri, gli stessi agitatori dello zoccolo si trovano a trattare alcuni sabotaggi come pratica deprecabile inutile e dannosa per la causa stessa del movimento, al quale farebbe perdere appeal a livello nazionale in un momento in cui le simpatie per il simbolo del trenocrociato sarebbero in ascesa, il tutto in barba alla massima che gli stessi No Tav propagandarono per mezza Italia «portare la valle in città», ovvero agire nei territori contro l'alta velocità nei modi che si ritenevano opportuni... ma oggi no, oggi non si fa!… La convenienza politica prima di tutto! 
 
 
Anarchici notav, anarchici e No Tav
 
Se le dinamiche del movimento No Tav non aggiungono nulla alle prospettive di rivolta, è pur vero che comunque si sia voluta affrontare la questione da parte dei rivoltosi non si tratta nient'altro che di una lotta contro una condizione specifica del dominio che però non è interessata ad affrontare le interconnessioni tentacolari dello stesso, ma solo a risolvere la propria questione di quartiere, una classica lotta per la difesa del proprio giardino insomma, ma che nel caos degli accadimenti avrebbe potuto avere qualche spiraglio interessante. Purtroppo la tattica tutta politica dell'entrismo movimentista senza se e senza ma che è stata attuata da certi anarchici non ha fatto altro che legittimare un movimento specifico a rappresentare una sorta di avanguardia rivoluzionaria. Niente di più lontano dalla realtà dei fatti, ovviamente, ma nella creazione di questo falso immaginario alcuni "rivoluzionari" hanno determinate responsabilità.
Già l'accettazione delle dinamiche di gruppo allargato e del vincolo alle decisioni della maggioranza, del dogma del popolarismo in salsa «grande famiglia» non hanno fatto altro che portare in marcia PER ANNI alcuni anarchici a fianco di preti, sindaci, magistrati, ex militari e chi più ne ha più ne metta, e questo in maniera acritica senza che si sia tentato realmente di sviluppare un discorso di critica radicale a certi meccanismi di movimento, ai quali anzi è stato deciso di sottomettersi in un'ottica di pragmatismo tutto politico volto a non rompere un fronte popolare — ghiotta preda per gli affamati di legittimazione e per gli animali da microfono — nel quale evidentemente si è intravisto un bacino di utenza utile ai propri scopi. Invece di portare attraverso le proprie idee e pratiche un approccio di critica sistemico, complessivo, certi anarchici hanno concentrato la critica all'esistente su un unico aspetto, l'opposizione ad una manifestazione localmente presente del potere, trascurando, mettendo da parte, sfumando, diluendo tutti gli altri elementi che hanno la stessa importanza all'interno della rivolta, elementi che costruiscono lo stesso logos di rifiuto ed attacco al dominio.
Per anni la ragion di movimento, tanto somigliante alla ragion di Stato, è stata accettata da buona parte degli anarchici più presenti in valle che si sono felicemente prestati al gioco della politica fatto di compromessi, occhi chiusi, ricerca di consenso. Certo ogni tanto qualche mal di pancia c'è stato, ma il tutto sempre relegato ad una dialettica di movimento che ha sempre sostanzialmente lasciato l'amaro in bocca. Quando alcuni compagni sono stati attaccati dalla grande famiglia per aver scelto di rifiutare la difesa legale nel processo ai 53 per i fatti di Giugno/Luglio 2011 (6), come si sono posti gli anarchici aficionados di valle? A nostra memoria è stato detto poco o nulla, come sono stati trascurati altri accadimenti più o meno grandi sempre bollati come questioni poco importanti o comunque subordinate all'unità movimentista. Il risultato di questa metodologia tutta politica di certi anarchisti a cosa ha portato nel concreto? Se è vero che tanti anarchici hanno scontato mesi di galera e affrontato processi per fatti avvenuti in valle, nel movimento valligiano qual è stato l'apporto della pratica e della teoria anarchiche? Poco o niente, e questo perché si è preferita la ragion di movimento alla chiarezza dei contenuti, perché è stato senzientemente deciso di subordinare la pratica anarchica a convenienze politiche che magari nella testa di certuni avranno avuto anche un senso — che si stenta però a capire — ma che nella sostanza hanno portato solo fallimenti. L'anarchia in valle è stata sacrificata sull'altare di un popolarismo che dell'anarchismo poco ha sempre voluto sapere e che ad oggi non dimostra di aver cambiato minimamente idea. In alcuni casi parlando con certi anarchici si ha decisamente l'impressione che il clima da famiglia allargata (tale però solo se si accettano i dettami di movimento in tutto e per tutto) abbia lenito le sofferenze che anni di militanza si portano dietro e che, grati per le carezze impreviste, siano pronti a darsi anima e corpo al movimento, in una sorta di amor religioso che farebbe invidia anche al più pio dei sacerdoti in odor di santità.
 
In tutto ciò chi si è posto e si pone contro l'Alta Velocità ed il mondo che ne consegue rifiutando di dirsi No Tav poiché non ne condivide scopi, metodi e mezzi è ignorato, vituperato, dileggiato, diffamato, spiato, chiacchierato (si scusi l'involontaria citazione stil-proudhoniana). Proporre di muoversi autonomamente sulla base delle affinità è ritenuta una inutile perdita di tempo, il rifiuto di partecipare al teatro di movimento è visto come una sostanziale inazione, mentre loro, al grido di «l'importante è esserci» accettano di essere i burattini di coloro che gestiscono sapientemente le trame di movimento. Poi ogni tanto qualcosa accade e qualcuno che fino a quel momento aveva fatto finta di non vedere, magari maneggiando nell'ombra a fianco di interlocutori oggi bollati come irricevibili, apre gli occhietti per un attimo e si sente in dovere di porre le proprie educate rimostranze alle mille anime di movimento, come nel caso del documento «Alle compagne e ai compagni di strada (e di sentiero)» dove gli estensori si stupiscono di una serie di eventi scaturiti però da dinamiche in essere da anni, che loro medesimi quantomeno con il silenzio hanno contribuito a sedimentare e che in quel determinato momento gli si sono rivolte contro (il riferimento è al campeggio itinerante del 2014 ed al coinvolgimento dei sindaci nelle iniziative per i quattro – poi 7 –  arrestati). Verrebbe da citare Oscar Wilde, che in una sua massima sosteneva che non si dovrebbe mai discutere con gli idioti, perché ti trascinano al loro livello e ti battono con l'esperienza e questo vale anche con i politicanti e per chi sceglie, come alcuni hanno scelto, di giocare il loro gioco.
Dagli eventi di questa estate qualche scoria è rimasta, e la questione nata dallo scambio di battute fra i redattori di Finimondo e quelli di notav.infam, leggasi Askatasuna e Comitato di Lotta Popolare (CLP) di Bussoleno, ha dato l'impulso ad alcuni per togliersi dei sassolini dalle scarpe ma, si badi bene, sassolini che in certi casi sanno di convenienza politica (ancora) in una lotta egemonica («straccetti di benzina, stracci politici e delazione») sul movimento No Tav che di fatto non entra nella questione dell'essenza di tale realtà, come se averci messo «idee e cuore» assolva dall'aver comunque sostanzialmente accettato la «ragion di movimento», con tutto quello che ne è conseguito.
Lasciamo perdere poi i blandi comunicati usciti da Roma (NED - P.S.M.) o da Torino (il sito Macerie), l'uno quasi pretesco nei toni, l'altro che continua ad eludere/colludere, seppur in maniera più sagacemente articolata, le questioni inerenti la natura del famigerato movimento No Tav.
Sappiamo di non aver affrontato con l'accuratezza che richiederebbero tutti i temi trattati, come sappiamo di aver lasciato fuori dalla porta altre questioni che meriterebbero una trattazione altrettanto approfondita, ma quello che ci preme è aprire una breccia sul reale scenario che si dipana in Val di Susa, sia a pro di chi comunque volesse toccare con mano la questione passando da queste parti, sia per chi fosse interessato ad inserire l'esperienza valligiana in una riflessione più generale sul dominio e sui mezzi che quest'ultimo riesce a far permeare all'interno delle lotte per renderle innocue o più facilmente recuperabili.
 
(dalla Val Susa)
 
 
(1) Il Coordinamento dei Comitati è l'assise generale dei comitati locali No Tav, lo spazio in cui dovrebbero essere discusse le proposte dei vari gruppi, le scadenze di lotta, ecc. Simbolo dell'orizzontalità decisionale del movimento, in realtà il dibattito interno è pressoché assente e la dinamica dei leader è perfettamente in essere, così come quella della delega quasi in bianco. Questo Coordinamento discute di poco o nulla, limitandosi a comunicare e ratificare pubblicamente le decisioni prese in separata sede da una piccola élite (di valle e non) che stabilisce la linea che il movimento deve seguire. 
(2) Il 9 dicembre 2013 vengono arrestati quattro anarchici (Chiara, Mattia, Niccolò e Claudio), con l'accusa di aver partecipato ad un assalto notturno contro il cantiere di Chiomonte nella notte fra il 13 e il 14 maggio di quell'anno, conclusosi con l'incendio di alcuni macchinari. Con la medesima accusa verranno arrestati l'11 luglio 2014 altri tre anarchici (Lucio, Francesco, Graziano). Il processo a carico dei primi quattro imputati, che nel corso delle udienze hanno rivendicato la propria responsabilità nei fatti, si è concluso lo scorso 17 dicembre con una condanna a 3 anni e 6 mesi di carcere. È invece caduta l'accusa di «terrorismo» che la Procura aveva cercato di addossare loro.
(3) Beppe Grillo è un noto comico che da anni dà voce a molte proteste contro le politiche del governo, oscillando fra cittadinismo di sinistra e populismo di destra. Nell'ottobre del 2009 ha fondato il Movimento 5 Stelle che, dopo aver conquistato alcune amministrazioni locali, dal febbraio 2013 è presente anche in Parlamento.
(4) Il 28 dicembre 2014, il sito notav.info — considerato «portavoce» del movimento No Tav — ha pubblicato una nota redazionale in cui si accusavano i redattori del sito finimondo.org di essere gli autori dei sabotaggi avvenuti alcuni giorni prima lungo la linea ferroviaria di Firenze e Bologna, nonché di altri reati del passato. Il giorno successivo, il 29, lo stesso articolo è stato diffuso anche da un altro sito legato all'Autonomia torinese, infoaut.org. Accusa ripresa quel giorno stesso anche dal quotidiano La Repubblica. Riacquisita una tardiva consapevolezza, quel giorno stesso gli autonomi piemontesi hanno modificato leggermente il loro testo per cancellare la plateale delazione. Ma il 30 dicembre è stato lo stesso Finimondo a rendere pubblico l'accaduto (qui si può leggere l'articolo tradotto http://www.non-fides.fr/?Les-gentils-de-Noel) accusando esplicitamente notav.infam di aver indicato i propri redattori alla polizia. Ne sono seguite polemiche ancora non placate. 
(5) Il 21 dicembre 2014 a Firenze, ed il 23 a Bologna, sono avvenuti due sabotaggi incendiari contro la linea dell'Alta Velocità. 
(6) Il 27 giugno 2011, dopo una giornata di scontri, oltre duemila agenti dell'ordine sgomberarono il presidio No Tav, ribattezzato «Libera Repubblica della Maddalena», aperto a Chiomonte il 22 maggio precedente sull'area in cui doveva essere realizzato un tunnel geognostico. Il 3 luglio successivo si è svolta una manifestazione di protesta con 60.000 persone. Numerosi manifestanti hanno dato l'assalto alla zona presidiata dalle forze dell'ordine, nel tentativo di rioccuparla. Oltre 200 manifestanti sono rimasti feriti negli scontri e 5 di loro sono stati arrestati. Per queste giornate di scontri, il 27 gennaio 2015 il Tribunale di Torino ha condannato 47 manifestanti a pene che vanno da pochi mesi a oltre 4 anni di detenzione.
(7) Dal 17 al 27 luglio 2014 si è tenuta in Val Susa una marcia No Tav che ha toccato sette paesi, con un campeggio itinerante, mobile. Durante le soste sono state organizzate varie iniziative, fra cui incontri con le amministrazioni locali.
 
[Avalanche n.4, febbraio 2015]
 

 
Troppo bello per essere vero, non poteva durare a lungo. Ed infatti è durata solo un mesetto la tregua del signor Movimento No Tav con la propria smania dissociazionista.

Dopo le polemiche scoppiate sulla sua pronità nel diffondere dubbi sulla paternità del sabotaggio ai danni della Geomont avvenuto il 30 agosto, costui pareva finalmente persuaso a starsene zitto davanti agli attacchi contro le ditte coinvolte nella costruzione del Tav. Non che lo avessero colpito le critiche di parte anarchica che gli erano piovute addosso, per carità. L'ombrello della politica ripara da ben altro. Ma insomma, diciamolo, non poteva accettare di essere «scavalcato a sinistra» da un esegeta delle Sacre Scritture (ieri Il Capitale, oggi la Bibbia) come lo scrittore Erri De Luca. Se persino lui aveva capito ed era pronto a sostenere pubblicamente che contro un'opera mostruosa come il Tav era più che giustificato il ricorso al sabotaggio, se financo alcuni suoi colleghi radical-chic del bel mondo della cultura e dello spettacolo avevano espresso solidarietà all'ex militante di Lotta Continua affascinato dal cristianesimo (immediatamente linciato per le sue parole dalla canea reazionaria), poteva il signor Movimento No Tav fare la figura del pompiere più fesso? Ovviamente no. E si era adeguato alla situazione. In occasione delle successive azioni contro la Imprebeton (9 settembre) e ancora contro la Geomont (1 ottobre), il signor Movimento No Tav se n'era rimasto finalmente in silenzio. Grazie Erri De Luca per aver sdoganato il sabotaggio! Se non ci fossi tu...
Ma a tutto c'è un limite, santa pazienza! Passi la violenza contro le cose, ma la violenza contro le persone, questo giammai! Così, quando il 3 ottobre l'infame giornalista de La Stampa Massimo Numa ha ricevuto un pacchetto esplosivo, il signor Movimento No Tav è tornato alle sue vecchie abitudini. Lui che tanto si atteggia a nuovo partigiano, lui che — comandante Giap de noantri — giura di aver portato Saigon alla Maddalena (mentre i suoi compagni di merende anarchici, vittime di una medesima autosuggestione ideologica, preferiscono tuonare di aver portato Atene a Chiomonte) si è precipitato a strepitare contro questo mezzo impopolare: «Il movimento no tav ha chiarito in più occasioni che non ha assolutamente nè la volontà nè l'interesse di creare danni alle persone. Pallottole e bombe non ci appartengono». Come al solito, zum zum, un compagno non può averlo fatto... Finita qui, in una misera precisazione che simili atti fanno il gioco del nemico? 
Macché! Perché La Stampa del 5 ottobre ha pubblicato un intervento del Presidente della schiava Repubblica d'Italia in cui invita i bravi ed onesti oppositori No Tav a prendere pubblicamente le distanze dalla vile canaglia. E lui, il signor Movimento No Tav, già autoproclamatosi portavoce della libera Repubblica di Venaus, è scattato sull'attenti ed ha obbedito. La sera stessa ha diffuso un comunicato in cui riprende le sue solite amenità sui vigliacchi che accosterebbero violenza e dissenso (evidentemente la sua santità fulminerà tutti i porci capitalisti), arricchite però da uno sguardo retrospettivo. Non solo quest'ultimo pacco puzza, ma puzza come puzzavano le azioni di sabotaggio avvenute in valle a metà degli anni 90, quelle attribuite ai «Lupi Grigi», quelle per cui furono arrestati gli anarchi
L’Analisi
I sicari di MbS hanno ucciso Khashoggi
I sicari di MbS hanno ucciso Khashoggi
La Cia ha individuato nel principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, il mandante di un delitto che sta cambiando gli equilibri e le alleanze dell'intero scacchiere medio-orientale. Usa in difficoltà, Italia ininfluente
Quelle 5 brigatiste in carcere da 30 anni per coerenza
Quelle 5 brigatiste in carcere da 30 anni per coerenza
Sono le "irriducibili" rimaste fedeli ai vecchi miti della lotta armata, senza mai cedere. Condannate all'ergastolo, avrebbero potuto ottenere sconti di pena e permessi. Come hanno fatto tanti pluriassassini di Br e Prima Linea
Anarchici più pericolosi dei jihadisti
Anarchici più pericolosi dei jihadisti
Torna alla ribalta l'analisi dei nostri 007 sulla galassia antagonista e Fai-Informale. Un'"azione" ogni quattro giorni, 110 attentati solo nel 2017. Tra gli ideologi emerge il ruolo dominante della torinese Anna Beniamino
Attacco hacker, ma non ci fermeranno
Attacco hacker, ma non ci fermeranno
Sventato un tentativo di bloccare ItaliaStarMagazine con un lungo attacco Dos al sito. Se mai gli autori fossero anarchici, intimidazioni inutili. Il giornale continuerà ad occuparsi di terrorismo. Nuovi attentati in Francia
La strage silenziosa dei disabili
La strage silenziosa dei disabili
Le vittime dei modi a volte violenti della polizia americana sono centinaia ogni anno, ma fra questi si nasconde un altro dato inquietante di cui non si parla affatto: molti di questi erano disabili. Lo dimostrano tre storie emblematiche
Gli avvocati che stanno inguaiando gli Stati Uniti
Gli avvocati che stanno inguaiando gli Stati Uniti
Gordon K. Sattro e Michael Cohen, il primo legale di Jimmy Bennett, l’altro di Donald Trump. Due professionisti che stanno mettendo a dura prova la credibilità di istituzioni e movimenti
QAnon, la cospirazione invade il web
QAnon, la cospirazione invade il web
Dall'ottobre 2017 un misterioso profilo twitter semina odio e paure ancestrali nei social mondiali. Sostiene Trump contro oscure trame, tra circoli pedofili e trust di banchieri e politici perversi. Seguaci Vip. Il video
Italiani maestri di download illegali
Italiani maestri di download illegali
Il 37 per cento scarica contenuti audio-visivi in modo illegale, tutti i dati ufficiali. Segni di miglioramento ma situazione ancora gravi
Dalla Turchia islamizzazione forzata
Dalla Turchia islamizzazione forzata
La politica di Erdogan punta a imporre posizioni sempre più radicali nei Paesi occidentali confinanti ma non solo. Pioggia di finanziamenti per le nuove moschee in Europa. Ma nessuno interviene
La rivolta fantasma contro gli ayatollah iraniani
La rivolta fantasma contro gli ayatollah iraniani
Media occidentali ignorano in modo totale le manifestazioni contro il regime iraniano. Ong e organizzazioni umanitarie si disinteressano del dissenso in Iran, che porta avanti battaglie pericolose e coraggiose