La rivolta degli indifferenti il sistema (forse) crollerà

| L'analisi dopo Amburgo. Il 15-16 luglio in Val Susa seminario nazionale dell'Autonomia in cerca di nuove forme e strategie di lotta

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Nuovi scontri ad Amburgo dopo le cariche al corteo di giovedì sera. Sono 196 gli agenti e 100 i manifestanti feriti. Cento i fermi operati dalle forze dell'ordine in 48 ore. Incidenti anche nella notte tra venerdì e sabato con auto bruciate e barricate realizzate con i cassonetti per i rifiuti e biciclette. Almeno 44 le persone arrestate, diversi i danni materiali. Tra le 25 e le 30 auto sono state date alle fiamme dai contestatori, danneggiati i negozi e la sede della procura nel distretto di Altona.

I Grandi della Terra non possono uscire dai loro alberghi durante il G20 in corso perché tra 6 e 8 mila antagonisti di aree diverse, dall'estrema sinistra agli anarchici senza escludere frange di destra xenofoba e anti-sistema, vanno presidiando le zone rosse della città sfidando le migliaia di poliziotti dei reparti federali anti-sommossa . Siamo già a un bilancio drammatico, centinaia di agenti e di manifestanti feriti. Sui siti dei segmenti antagonisti si canta vittoria. Dare un'immagine al mondo di una metropoli paralizzata dagli scontri è un target non da poco. C'è una foto simbolo, quella di una ragazza in jeans rossi attilati in piedi su un blindo, e sorridente. Bene. Ma vediamo se è possibile tentare un'analisi sulla composizione politico-sociale dei contestatori e se è possibile concordare con gli ideologi della sinistra non istituzionale su un fatto preciso: registriamo ad Amburgola nascita di un movimento trasversale alle sinistre storiche, in crisi in tutta Europa, un punto di partenza che vada oltre alle dinamiche del conflitto momentaneo, che nasce e muore in occasioni programmate e pianificate come il G20. Cioè se alle spalle degli incappucciati e dei cortei radicali non si nasconda, questa volta per davvero, la scintilla di una rivolta scaturita da una crisi di sistema, arrivata al punto di creare e consolidare nuove forme di lotta e di protesta violenta.  Ci aiuta - almeno in parte - a capire, cosa bolle nelle pentole dei teorici del conflitto sociale, l'incipit del seminario nazionale (non a caso si celebra nella valle di No Tav, a Chianocco, nell'ex Cotonificio diventato un centro di aggregazione dell'autonomia, il 15-16 luglio, con n programma assai impegnativo), in cui gli ideologi dei centri sociali di area autonoma annunciano di volere uscire dall'angolo di una protesta spesso sterile, inutile sotto il profilo concreto, e ancora fortemente dominata dai miti e dalle parole d'ordine del novecento marxista. 

"Non siamo un partito, siamo contro"

Scrivono tra l'altro: "...È dal 2013 che non ci incontriamo in un seminario d'area. Il vortice di eventi attorno a noi non si è arrestato. Non siamo stati fermi. Sono stati per le nostre realtà ed esperienze organizzate anni di sperimentazioni, tentativi e costruzione di ipotesi. Contro questo presente. No, non abbiamo invertito l'inerzia della Storia, non abbiamo piegato la forza di chi la orienta come storia di questo occidente capitalistico. Abbiamo però provato a misurarci con il suo scorrere, e soprattutto con chi ci scorre dentro: le storie sommerse di chi nella nostra parte mantiene l'odio e cerca occasioni per il riscatto. Ora sentiamo il bisogno di fare il punto. Non certo per riperimetrarci entro un'identità statica. Nel catalogo di quelle date non ne vediamo di stimolanti e anche della nostra storia non amiamo farne museo. Non ci basta collezionare frammenti di possibilità, vogliamo farne realtà futura contro quello che siamo che siamo costretti a vivere nell'oggi". Ci vorrebbe un traduttore simultaneo per interpretare il senso e individuare le sfumature di un testo così spesso criptico. Ancora: "...Non abbiamo mai rinunciato all'irriducibilità di ciò che orienta il nostro agire: la militanza come regola, la rottura come metodo, lo sguardo all'antagonismo per la sovversione di un esistente di sfruttamento. Ci teniamo alle proporzioni: non c'è da assolvere a una missione storica, non siamo un partito. Tutto è da conquistare. Cosa siamo? Siamo compagni e compagne ostinati a coltivare un'opzione di alterità, a partire dalle sue condizioni radicali. Radicali e radicate nelle pieghe della realtà. Quella che c'è, non quella che vorremmo. È quanto preserviamo di prezioso. Richiede autenticità, perseveranza, ricerca, metodo, pensiero, fantasia, azione. Richiede lo sforzo di non accontentarsi, la necessità d'incontrarsi e la volontà di scontrarsi". 
"Tornare alla militanza, cellule nei territori" 

Gli umori neri di Amburgo sembrano affiorare da queste righe dove si torna a un vecchio concetto  Anni ‘70 e ‘80, quello della "militanza" come risposta a rifiuto dei partiti di ogni matrice politica tradizionale, anche laddove scelgano posizioni radicali. "In questi anni abbiamo visto la crisi trasformarsi in meccanismo di governo permanente, abbiamo assistito alla crescente distanza verso un sistema politico percepito come una metastasi, la dipartita di strati sociali sempre più ampi dalla patina di fiducia verso le istituzioni, il crollo del terreno della mediazione sociale e la conseguente sparizione in un baratro di chi ne ha fatto la sua ragione di esistenza". E l'ammissione, insomma, di averci capito poco ma soprattutto di non avere in mente una strategia concreta per chiamare alle armi, in senso metaforico, chi non si identifica nello status quo. "Ci siamo arrovellati, ci siamo messi in discussione, ci siamo lanciati per cercare di capire quale potesse essere un intervento antagonista che si situasse all'altezza delle contraddizioni del nostro tempo. Abbiamo provato a sintonizzarci sulle tracce di una contrapposizione di massa che ha scompaginato ogni pretesa di ricondurre lo scontro politico alla distinzione tra destra e sinistra".  Ammettono che, in odio ai vecchi partiti, si sono talvolta schierati a favore del Movimento Cinque Stelle di Grillo con lo scopo di disarticolare il vecchio potere: "...Abbiamo provato ad attaccare il piano del politico dissolvendo in alcune contingenze la nostra identità più immediata ma sempre con lo sguardo fisso a una contrapposizione possibile nello sviluppo di piani ulteriori, per incrinare equilibri e colpire i nemici più prossimi: il Partito Democratico, Renzi e il renzismo, la Lega di Salvini. Siamo convinti che la rottura non arriverà di certo dalla progressione aritmetica dei collettivi o dall'accumulo lineare di credito alle nostre istanze e alla rappresentazione odierna della loro presenza sul territorio". La risposta dov'è? Nel ritornare a diffondere cellule nel territorio. Più precisamente: "Siamo anche anche convinti che l'organizzarsi nel territorio è la condizione imprescindibile per lo sviluppo di alternativa e alterità. Per questo abbiamo cercato di investire su un intervento sociale che oltrepassasse la crisi dei corpi intermedi. Non per tornare indietro, ma per approfondire quella crisi nel senso dell'autonomia dal sistema istituzionale dei movimenti interni alla classe: per una loro ingovernabilità. La nostra soggettività militante si è fatta più complessa nello sforzo di essere cerniera e traduzione tra ciò che si muove in basso e ciò che si muove in alto. Per far collidere queste due velocità, per incepparne la gerarchia. In tanti ancora non hanno elaborato il lutto della dipartita, si spera definitiva, del Movimento. Non solo tra gli eterni nostalgici di una dialettica sociale fuori tempo massimo ma anche tra i radicali di penna, si rimpiange, disorientati, l'epoca in cui era così facile compiacersi del proprio purissimo posizionamento. Quanto più è minima la propria forza di analisi e la propria capacità di determinare momenti di rottura, quanto più si parla e si straparla approfittando della tratto cardine della tanta odiata società neo-liberale: la parola è gratis. In troppi ancora non hanno realizzato che più il rapporto di capitale si approfondisce più saltano non solo le mediazioni ma anche gli interstizi. non c'è nessuna linea di fuga perché non c'è più nessun fuori dalla società capitalistica, la battaglia, per quanto difficile, comincia adesso e il terreno è quello del nemico".
"Cercare la frattura, non la rivoluzione"
Questione di psicanalisi. Queste righe, tradotte, valgono quasi come una dichiarazione di resa. Fuori dal capitalismo non c'è nulla. Ma yes, we can. "Chi ci conosce lo sa, usiamo il termine rivoluzione con parsimonia. Non si tratta solo di un pudore linguistico che a troppi fa difetto, ma della sproporzione tra quanto fatto e quanto ci resta ancora da fare. Essere rivoluzionari non è un'opinione, non è un posizionamento e ancora meno una scelta, essere rivoluzionari è una conquista. Questa si misura nella prassi. Fare la rivoluzione significa sedimentare una forza, per una parte, contro un'altra. Questa forza non è data dal ritrovarsi tra "rivoluzionari", in una posa estetizzante quanto aliena a ogni contraddizione sociale, ma nell'organizzarsi nel solco vivo di quelle contraddizioni a partire dal sospetto che l'insofferenza possa farsi rivolta e da quel residuo irrisolto che tra uomini e donne resiste al rapporto capitalistico. Se questo offende le nostre certezze vuol dire che siamo sulla buona strada".  Dietro parole nuove, l'antica e stantia tesi della "frattura" dove infiltrarsi per scardinare gli equilibri politico-economici, senza però nascondersi dietro steccati ideologici. Per un esempio caro ai torinesi, questa prassi significa: "Votare Appendino per destabilizzare la rete del potere", nonostante gli spaventosi limiti dei meet up di Grillo, definiti da un esponente di secondo piano di Askatasuna "ributtanti", e dove si sedimentano profonde tracce del populismo anche di destra. Alla fine è una confessione: "Sappiamo che la possibilità della rivoluzione non inizia e non finisce con noi, ma siamo qui per cercare come inizia nel mondo attorno a noi quando questo si incrina. Ecco, di questo vorremmo parlare, all'altezza di quello che siamo oggi e alla ricerca di un progetto perché una forza-contro cresca... come movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti". Ecco. Torniamo ad Amburgo. Un modello virtuoso di "come" si può lanciare, attraverso l'uso della violenza di strada in contrasto con le politiche globali, una nuova piattaforma europea, base di quella così auspicata "rivolta degli indifferenti", attesa con una comprensibile ansia. Quella di andare incontro ad un altro flop storico, mentre gli anni passano inesorabili.


L’Analisi
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