Segio in tour nelle carceri italiane, lo show continua

| L'ex terrorista conta tra le sue vittime anche un agente di custodia ma continuerà a partecipare tra le polemiche al suo tour nelle carceri italiane

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Ma quale "retorica della vendetta". I radicali (ma non solo loro) difendono i carceri-tour dell'ex terrorista, ma non ex assassino, Sergio Segio (vedi documento allegato) ma davanti al sacrificio delle tante, troppe, vittime innocenti di Prima Linea l'unico "percorso" di chi ha ucciso è quello di un semplice banale umano rispetto per chi ha ricevuto i loro proiettili in testa nel corso di innumerevoli agguati vigliacchi. Se si vuole almeno tentare di capire il senso delle visite di Sergio Segio nelle carceri piemontesi di Torino e Asti per presentare e commentare il docufilm "Spes contra Spem" (leggi in fondo il trailer di presentazione), può essere d'aiuto leggere la lunga seconda prefazione del libro "Miccia Corta", sempre di Segio, da cui è stato tratto un film, presto dimenticato, con Scamarcio e Mezzogiorno, regia di Renato De Maria. Segio, che non è un pentito ma, assieme ad altri criminali come lui, a un certo punto ha deciso che lotta armata era un errore e dunque era finita proprio come era nata qualche anno prima, viene contestato sopratutto dagli agenti della polizia penitenziaria  per "l'inopportunità della (sua) presenza negli istituti dedicati ai colleghi uccisi proprio dai terroristi rossi". Insomma, ci siamo sbagliati, dissero Segio e gli altri assassini suoi pari: tutti a casa. E i morti lasciati innocenti sulla strada? Amen. Sono stati sfortunati. Peggio per loro. Va bene che lui ha pagato il suo debito con la giustizia, e dunque faccia pure la sua vita e faccia quello che gli pare. Faccia cose, veda gente, pontifichi pure sul suo blog sui massimi sistemi o ovunque gli aggrada. Ma abbia almeno il pudore di evitare di imporre la sua presenza proprio a chi ha causato un dolore che non può trovare conforto nelle sole garanzie costituzionali, a proposito del carattere redentivo delle pene. Non si tratta di una "morte civile" ma di semplice rispetto per gli uccisi a sangue freddo e per i loro familiari. Ma a Segio, della sensibilità e dell'immensa sofferenza provocata a genitori, mogli e figli, sembra importare assai poco. Hanno provato a spiegarglielo le donne e gli uomini del sindacato Osapp della polizia penitenziaria con una serie di comunicati dai toni duri, ma senza alcun risultato. Segio insiste e, vedrete, con la complicità anche di una parte delle istituzioni, ci riproverà ancora.
RICORDARE QUEL PENSIONATO UCCISO PER CASO

Scrive Segio: "…Oltre quattro anni fa, licenziando questo libro, ho provato una sensazione di soddisfazione: quella di aver portato a termine ciò che si ritiene un proprio dovere, un impegno morale. Il dovere era quello della memoria. L'impegno era riferito a una storia collettiva, troppo spesso negata, rimossa o mistificata. Talvolta anche da chi l'ha vissuta in prima persona….In questo senso, l'assalto al carcere di Rovigo, che costituisce il cuore narrativo di questo libro, non ha solo il sapore crepuscolare di una storia che volge consapevolmente al termine: ha anche la valenza paradigmatica dello scialo di vita, della gioventù e dei sogni che consumano rapidi, senza risparmio e senza cautele…". Bene. In quell'azione trovò la morte un innocente, Angelo Furlan, pensionato 82enne che stava passeggiando con il suo cagnolino, ucciso dall'esplosione provocata da "Sirio" e compagni. Ma di questo "dettaglio", nelle ponderose riflessioni della nuova prefazione, non c'è traccia. Poi la definizione della sua posizione politica. "….(nelle) apposite sezioni penitenziarie che raccoglievano i detenuti politici che avevano aderito al movimento della dissociazione; movimento che aveva scelto di dire basta alla lotta armata, riconoscendone le degenerazioni e gli errori di fondo ma che rifiutava le altre due opzioni a quei tempi sul tavolo: il continuismo "irriducibilista" con le pratiche e le logiche delle organizzazioni combattenti; il cannibalismo "pentitista", vale a dire il mors tua vita mea della delazione, verso cui spingevano i magistrati che avevano gestito l'emergenza antiterrorismo assieme a carabinieri e polizia, spesso con l'ausilio di qualche robusto strumento di convincimento…". 
STRABISMO SULLE LE VITTIME DELLO "STRAGISMO DI STATO"
 
Segue un robusto paragrafo su come nacque l'idea del film ma è proprio nelle tracce semantiche del testo, che emerge - involontariamente - il vero pensiero di Segio e dei suoi sostenitori dalla memoria ancora più corta della miccia che dà il titolo a quel libro. Finalmente Segio si accorge che sul terreno sono rimasti i corpi delle vittime: "…L'attenzione alle vittime non è (infatti) acquisizione così recente come oggi viene fatto credere. Quel che c'è di nuovo è, semmai, il contemporaneo impedimento alla memoria e al racconto da parte degli ex militanti della lotta armata; oltre che il nascondimento definitivo e la negazione di un altro genere di vittime: quelle prodotte dalla violenza repressiva dello Stato e dal terrorismo di destra. Come se non fosse possibile e doveroso onorarle entrambe. Ma, evidentemente, anche la memoria e la pietas sono divenute (o forse sono restate, come sempre nella Storia) questione di rapporti di forza, capitolo postumo di un insuperabile conflitto tra vinti e vincitori…".

I MORTI DI PRIMA LINEA EGUALI ALLE LORO VITTIME

Sarà. I morti sono morti, dovrebbero meritare - comunque - rispetto. Ma, come argomentano tuttora taluni esponenti delle sinistre, non sono tutti eguali. Tra un magistrato ucciso in un'aula universitaria da sicari crudeli e vigliacchi  e un terrorista ucciso in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine, corre, secondo noi, un'enorme differenza. Ma non era proprio la sinistra estrema ad attaccare il presidente della Camera Luciano Violante quando osò citare i caduti della Repubblica sociale Italiana come vittima a loro volta di un fosco periodo della nostra storia? Si disse che i morti della Rsi non potevano essere messi sullo stesso piano morale ed etico dei coetanei falciati dal piombo nazi-fascista. Oggi Segio, a proposito dei "suoi morti" pare abbia cambiato idea. I due terroristi di Prima Linea Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni, uccisi dalla polizia prima che attuassero l'ennesimo agguato (doveva essere ucciso un esponente della dc torinese, reo di auspicare una reazione di popolo verso il terrorismo rosso) con vittime innocenti, non sono eguali agli agenti custodia Lorusso e Cutugno, giustiziati a freddo da assassini pari eguali e non diversi da Segio. 
IN CERCA DI UN'IDENTITA' 


Corsi e ricorsi storici. Nel proseguo della prefazione (allegata in pdf al testo) l'ex terrorista spiega: "….Negare a priori e con animosità all'avversario la propria identità e la eventuale buonafede. Col risultato, anche, di trasformare l'avversario in nemico da zittire e mistificare (una cultura nefasta che era appartenuta sino in fondo anche a noi, che la avevamo anzi portata alle estreme, e alle più tragiche, conseguenze)". Ma come si possono raccontare quegli anni sanguinosi, quando Segio sparava in testa al "nemico di classe", in una serie di agguati criminali all'insegna della più turpe vigliaccheria? Ecco la risposta: (raccontare)…Quella che quegli anni sono stati una tragedia da entrambi i lati; la cifra più indicata per raccontarli è quella della pietas e del rispetto, non quella della contrapposizione. La verità ufficiale, resa orwellianamente indiscutibile, ci ha invece reso orfani. Meglio: figli di NN, come era scritto una volta nei documenti anagrafici, di genitori ignoti e sconosciuti". 
IL PADRE E LA MADRE DEL TERRORISMO ROSSO

C'è un padre e una madre del terrorismo rosso, ragiona Segio. "…Eppure nostro padre è ampiamente rintracciabile nelle biografie individuali e nei contesti, temporali, sociali e politici, nei quali siamo nati e cresciuti: si chiama movimento del 77, anch'egli, peraltro, banalizzato, criminalizzato e misconosciuto; e prima ancora, per la gran parte di quanti diedero vita a Prima linea, nella militanza nei gruppi extraparlamentari, in particolare Lotta continua e Potere operaio. Nostra madre veniva invece da un casato più antico, che aveva avuto corso ed era stata assai feconda lungo tutto il Novecento: si chiamava rottura rivoluzionaria. Un'utopia concreta che aveva preso le mosse dal '19 sovietico, ma che affondava le robuste radici sin nel rivolgimento francese di fine Settecento e nei moti e nella cultura anarchica, proletaria e socialista dell'Ottocento, nelle aspirazioni alla libertà, all'eguaglianza, alla fraternità e alla giustizia sociale".

Ancora di più: "Di quell'utopia, pervicacemente organizzata in tutto il mondo in chiave anticolonialista e anticapitalista, noi siamo stati i tardivi e coerenti epigoni, non certo i promotori. La convinzione che la violenza rivoluzionaria fosse levatrice della storia, doloroso ma necessario contributo alla nascita del nuovo e del giusto, noi l'abbiamo semplicemente ereditata dai nostri nonni, dai nostri genitori, dai partiti comunisti, dai movimenti extraparlamentari della fine degli anni Sessanta, dai gruppi e dalle lotte operaie, sociali e studentesche dei primi anni Settanta. Nulla di originale, dunque. Solo la radicalità, assai determinata e probabilmente un po' ottusa, di provare ad andare sino in fondo. Di rompere, sul piano del linguaggio e dei comportamenti – anche personali, perché il personale è politico, ci aveva insegnato il pensiero femminista e della differenza –, con l'ipocrisia dei "doppi binari" («si fa, ma non si dice»), della separazione tra il politico e il militare, tra i Togliatti e i Secchia, del tirare il sasso e nascondere la mano, della pratica dei tanti "bracci armati" dei gruppi: non solo di Lotta continua e di Potere operaio, ma di tutte le formazioni della sinistra (ma anche della destra) extraparlamentare (ma anche parlamentare) dell'inizio dei Settanta".
OMICIDIO POLITICO, CONDANNA SI MA....

Dunque, arriviamo all'"omicidio politico". Si condanna ma anche (no): "Nulla può giustificare l'omicidio politico, ma nemmeno andrebbero dimenticati o trattati con diverso metro morale lo stragismo e le deviazioni istituzionali; fenomeni complessivamente assai più sanguinosi, oltre che impuniti. Come quasi sempre nella storia, il rancore e la vendetta esigono personificazione, capri espiatori, figure simboliche da mandare al rogo, o almeno al linciaggio morale, se non a quello fisico. È quello che è successo e che sta succedendo. Regola del contrappasso, la chiamerà qualcuno, vedendone un carattere di giustizia sostanziale e di dovuta pena aggiuntiva.

Io, che assieme a tanti altri in passato ho linciato senza esitazione coloro che consideravo nemici politici, oggi lo considero invece semplicemente barbarie". Il termine "linciato" va  meglio inteso come "assassinato". 

SCHEDA DOCUFILM SPES CONTRA SPEM

"Un manifesto contro la criminalità, scritto da criminali che sgretolano il mito del criminale stesso. Uomini con un ergastolo ostativo, un "fine pena mai" che oggi sono un manifesto delle istituzioni e che ringraziano senza dubbi chi li ha sottratti alle loro vite "libere" perdute. Vita e morte, morte e speranza. Parole ed emozioni che si incontrano e si intrecciano tra loro. Un manifesto contro la criminalità, scritto da criminali che sgretolano il mito del criminale stesso. Vita e morte, morte e speranza. Parole ed emozioni che si incontrano e si intrecciano tra loro.I poliziotti penitenziari emergono come eroi consapevoli e guardiani delle nostre coscienze; umani e maturi, protettori dello Stato. Un viaggio nella nostra anima nera, uno specchio opaco e sfregiato senza fronzoli. Una voce potente che ti lascia domande e che rompe il silenzio. Le parole chiavi che accompagnano in questo viaggio sono: colpa, espiazione e speranza. Un docufilm che non impone risposte, nessuna forzatura. La speranza contro ogni speranza, anche dove non ha ragione di esistere.  In Italia esistono due tipi di "ergastolo", quello noto alle cronache di tutti che possiamo definire "normale" e quello meno conosciuto che è "ostativo". Nel primo caso il condannato ad ergastolo può, dopo 26 anni di detenzione, uscire dal carcere oltre che avere la possibilità di usufruire di permessi premio, semilibertà o liberazione condizionale. Nel secondo caso, quello dell'ergastolo ostativo cioè del "fine pena mai", il detenuto vivrà in un regime di eccezione, senza poter accedere ad alcun beneficio penitenziario. Una pena quindi immutabile, tranne in un caso: collaborando con la giustizia, diventando "pentiti"".

EMERGENZA CARCERI
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Lettera aperta alle istituzioni sullo stato del carcere di Aosta. La firma il vice-segretario regionale Osapp Carmelo Passafiume. Dalla legionella alla scarsa disciplina dei carcerati, tra ritardi e polemiche
Dacci oggi l'aggressione quotidiana: feriti 2 agenti
Dacci oggi l
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