Sanremo, la politica canzonettara

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Sembrano solo canzonette, ma Sanremo fa politica, è un termometro lungo cinque giorni messo sotto l’ascella del Paese. È politica il diktat che sembrava leggersi fra le parole di Teresa De Santis, direttore di Rai1, durante nel conferenze stampa festivaliere: “L’Italia vive un periodo di profonde mutazioni, chi c’era prima al governo non c’è più”. Ed è politica anche la vittoria di Mahmood che scompiglia le carte: invece di raccontare come nasce la sua musica e il significato del brano, dedicato al rapporto difficile con il padre, poveraccio, passa le prime ore della vittoria a ripetere a tutti “Sono italiano”. Ma l’Italia è lui, non sono i tweet perplessi di Salvini e neanche il muso duro di Ultimo, che finge di essere felice per il secondo posto e alla prima occasione sbrotta mandando tutti a raccogliere cicoria. Solito copione: da una parte l’Italia nuova e multietnica, che si fa strada a fatica fra fascistoidi e statisti-bibitari che sanno tutto, prevedono tutto, rispondono a tutto e se qualcuno deve avere la colpa, allora sono quelli di prima, dall’altra l’Italia che non cambierà mai, quella ancora convinta di non essere razzista: sono gli altri ad essere diversi.

L'EDITORIALE