Corea, nel cuore del paese di Kim Jong Un

| La drammatica e intensa testimonianza di un'operatrice sociale che ha vissuto nel paese nel libro "Fuga dalla Corea del Nord" (ed. Infinito) di Daniele Zanon. Cosa sognano e temono i coreani

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Di Floriana Naso

L’8 novembre del 2012, in Germania, usciva il film CAMP 14 – TOTAL CONTROL ZONE del regista Marc Wiese.  Il film s’ispira alla storia vera di Shin Dong-hyuk, il primo esule della Corea del Nord a esser nato in un campo di prigionia che sia poi riuscito a uscirne vivo, fuggire dal suo Paese e raccontare la sua storia al mondo.  Nel 2015 Shin Dong-hyuk ha ammesso pubblicamente che alcuni elementi della sua storia sono stati da lui volutamente alterati e falsati, al fine di mantenere un distacco con il suo passato e non essere costretto a rivivere un momento difficile della sua vita; la parte centrale della sua storia è stata comunque confermata come veritiera.

Esattamente la stessa esperienza viene raccolta nel libro Fuga dalla Corea del Nord di Daniele Zanon, Infinito Edizioni. Con il patrocinio di Amnesty International.

Il libro nasce appunto dalla testimonianza (anonima per questioni di sicurezza) di un’operatrice di un’organizzazione non governativa attiva nel Paese asiatico nel campo della tutela dei diritti umani. È lo spaccato doloroso di una dittatura sconosciuta ai più, definita dalle Nazioni Unite “un’unica grande prigione”.  La brutalità del regime rende la vita della popolazione nordcoreana un incubo collettivo. In questo libro si racconta con tratto lieve ma deciso la vita tremenda, e la rocambolesca fuga, di un gruppo di ragazzi in una comune di rieducazione, che s’intreccia con la deificazione della famiglia al potere, quella dei Kim, l’onnipotenza dei militari e con lo strano caso di una rara famiglia occidentale che risiede a Pyongyang.

“Certi libri hanno il potere di far entrare nella coscienza collettiva la consapevolezza di un luogo o di una problematica. Mi auguro che Fuga dalla Corea del Nord faccia prendere coscienza delle condizioni di vita del popolo nordcoreano, considerate dalle Nazioni Unite fra le peggiori al mondo”. (Alex Zanardi)

Quanto è stato difficile raccogliere questa testimonianza, sia a livello pratico che emotivo?

La mia fonte si chiama Cristina. E’ italiana. Per questioni di sicurezza non posso rivelare né il cognome, né l’organizzazione per cui lavora. Cristina ha prestato servizio a Pyongyang per quasi quattro anni. Ha lavorato nell’ambito della tutela dei diritti dei bambini, soprattutto nella cruda realtà degli orfanotrofi di regime. Per questo il romanzo ha come ambientazione una comune rieducativa per ragazzi. 

Il romanzo l’abbiamo architettato insieme, in tutti i suoi aspetti, dai personaggi, ai luoghi, a ogni sfumatura della trama, ma la sua voce è ovviamente rimasta anonima. 

Il confronto con Cristina sui temi del romanzo è cominciato mentre ancora viveva a Pyongyang. Devo fare una premessa. Gli stranieri che vivono a Pyongyang, quelli delle ONG, quelli delle ambasciate o quelli che sono lì per affari, vivono nel quartiere internazionale. Gli appartamenti sono tutti microfonati e i telefoni sono sorvegliati. Non si può entrare col cellulare. Incaricato all’ascolto dei microfoni dell’appartamento e del telefono di Cristina, presumiamo ci fosse un nordcoreano laureato in inglese e italiano. Spesso con Cristina ci sentivamo al telefono e, nel corso delle nostre conversazioni, in sottofondo, si sentivano rumori di cucina, una radio accesa, voci in lontananza. Rumori di fondo, non celati, del luogo di vita dell’uomo di regime in ascolto. Io e Cristina siamo conterranei, e nelle nostre telefonate parlavamo nel nostro dialetto regionale. Per questo abbiamo potuto discutere a lungo di aspetti anche delicati e non graditi al regime, con l’assoluta certezza che in nessun modo un coreano avrebbe potuto capirci qualcosa. 

Riportavo le descrizioni e gli aneddoti di Cristina in un mio quaderno di appunti. Quando Cristina  ha lasciato definitivamente il Paese, abbiamo passato un mese intero seduti allo stesso tavolo a discutere e ad architettare questo romanzo. Volevamo scrivere una storia adatta ai ragazzi italiani, che parlasse delle condizioni di vita dei loro coetanei dentro al regime. 

Il romanzo non racconta una storia vera. I personaggi e i fatti sono di finzione, ma tutte le situazioni in cui vengono inseriti sono realistiche: i luoghi, le regole, le abitudini, le ingiustizie, lo strapotere dei militari, la vita nei campi di prigionia e nelle comuni rieducative, tutto risulta documentato dall’esperienza di Cristina. 

Che differenze hai trovato tra la vera esperienza vissuta sul campo e le informazioni divulgate dai media?

Riporto ovviamente le opinioni che più volte Cristina ha condiviso con me. Vivere in Corea del Nord corrisponde esattamente all’immaginario che noi abbiamo rispetto al Russia degli anni del muro. Un po’ 1984 di Orwell, un po’ Le vite degli altri, film tedesco del 2006. Per cui quello che si scrive abitualmente sul regime è in qualche modo veritiero. La questione dei media diventa invece controversa quando si vuole prendere in considerazione la veridicità dei singoli episodi che giornali e internet riportano. 

La Corea del Nord è di fatto l’unico paese al mondo dove l’indagine è impossibile. Non dico rischiosa, ma impossibile. A suo rischio e pericolo, un giornalista caparbio riuscirebbe a infilarsi in un covo di terroristi in Medio Oriente, ma sicuramente non riuscirebbe a svolgere la benché minima indagine in Corea Del Nord. Proprio per questo in rete girano un sacco di notizie che sono impossibili da verificare. Faccio due esempi che hanno avuto invece una semplice possibilità di verifica. Kim Jong-un, tempo fa, avrebbe emanato una circolare che obbligava i giovani nordcoreani ad assumere il suo taglio di capelli. Vero o falso? Fotografie successive alla notizia hanno dimostrato che nessun ragazzo a Pyongyang aveva il taglio di capelli del leader. Più volte Cristina mi aveva riportato che mentre lei era lì uscivano effettivamente delle circolari che obbligavano i ragazzi a una lunghezza massima dei capelli. I militari potevano fermare un ragazzo per strada, tirare fuori dal taschino un righello, controllare la lunghezza dei capelli ed eventualmente arrestarlo, anche per un solo millimetro in più. Questo fatto vero ha sicuramente dato origine alla fake news in questione. 

Altro esempio. Accanto alle tante notizie terribili che circolarono sul conto di Kim Jong-un dopo la sua salita al trono ce ne fu una che riguardava la moglie. Si diceva che Re Sol-ju avesse chiesto come regalo di nozze l’uccisione di una ex fidanzata del marito. La ragazza era la cantante di un gruppo musicale fondato dallo stesso Kim. Il leader avrebbe assecondato la richiesta, se non fosse che, qualche tempo dopo, in un filmato celebrativo in occasione di una qualche ricorrenza, si è vista la cantante viva e vegeta al centro di un palcoscenico. 

In entrambi questi esempi è stato il tempo, e immagini fortuite arrivate in occidente, a smentire quelle notizie. Per la verifica della maggior parte delle notizie, però, servirebbe un’indagine sul campo e il semplice stare ad aspettare non potrebbe essere rivelatore di alcunché. Ma purtroppo l’indagine è del tutto impossibile. E qui si piantano la maggior parte dei casi.

 

 

Cosa sognano, secondo te, i nordcoreani? Cosa dà loro la forza di scappare rischiando la loro vita?

I sogni e i desideri di ognuno di noi sono legati alle conoscenze e alle informazioni che compongono l’immaginario individuale e collettivo. I nordcoreani non conoscono il resto del mondo. Non hanno accesso a internet. Non guardano il nostro cinema. Non ascoltano la nostra musica. Nei libri di scuola di regime, che Cristina ha portato con sé e che abbiamo ampiamente consultato, c’è scritto che le barriere di filo spinato che separano il sud dal nord non sono lì per impedire che i nordcoreani fuggano, ma per impedire che il resto del mondo si riversi in massa in quello che è il paese più prospero ed evoluto dell’intero pianeta. La Corea del Nord appunto. 

Questo non vuol dire che non abbiano sogni. I nordcoreani che non vivono a Pyongyang hanno però tutti lo stesso sogno: vivere a Pyongyang. Quelli che già ci vivono sono orgogliosi del loro status e faranno di tutto per mantenerlo.  Uno spiraglio da cui si vede una via di uscita, e dove può nascere un sogno di fuga, c’è per tutti quelli che vivono nelle zone di confine con la Cina. Il confine fra la Corea del Nord e la Cina è segnata dal fiume Yalù. Non c’è filo spinato. Solo una lunga fila di posti di osservazione, piantonati da militari nordcoreani. D’inverno il fiume ghiaccia e quello è un buon momento per passare. Il contrabbando fiorisce d’inverno e così il via vai. La Cina non accoglie i nordcoreani in fuga. Anzi. Se vengono scoperti, vengono immediatamente rimpatriati. Al riguardo è interessante la storia di Hyeonseo Lee, nel suo libro La ragazza dai sette nomi

Diverso ed estremo è il caso di Shin Dong-hyuk. Lui è nato addirittura in un campo di prigionia. Un campo di lavoro è un luogo dove chiunque si trovi costretto coltiva un sogno di libertà, anche se lo stesso Shin racconta di quanto ci abbia messo anche solo a formularlo, nella sua mente, il desiderio di fuggire. Devo fare una precisazione importante sui personaggi del nostro romanzo. I nostri protagonisti sono straordinari, hanno un’incredibile voglia di riscatto, sono intraprendenti, talentuosi, intelligenti e volonterosi. Riescono a organizzare un’azione di fuga che è degna di un racconto da eroi fantasy. I ragazzi degli orfanatrofi e dei campi di rieducazione sono invece rachitici, denutriti, spenti, privati di ogni desiderio di lotta, privati di ogni aspirazione, incapaci di pensare anche solo minimamente al loro futuro. La verità è che nessun ragazzo di una comune rieducativa sarebbe in grado di organizzare una fuga come fanno i protagonisti del nostro romanzo. La distanza fra i ragazzi nordcoreani dei campi e i nostri protagonisti è totale, ma dietro c’è una nostra scelta precisa. Personaggi realistici non avrebbero permesso una storia di fuga così avventurosa come la stavamo pensando. Ci avrebbero dato invece un’unica possibilità: una storia triste e dolorosa, veritiera certo, ma senza quella dimensione di sogno che è la speranza che abbiamo per tutti i ragazzi che vivono in quelle condizioni. Così abbiamo scelto personaggi incredibili, che è diverso da non credibili. La distanza è tale che non lascia spazio a fraintendimenti. I protagonisti di Fuga dalla Corea del Nord sono con grande evidenza ragazzi fuori dall’ordinario, anche per lo standard occidentale. La loro intraprendenza e il loro coraggio permettono al lettore di esplorare idealmente angoli oscuri del regime, altrimenti impossibili da raggiungere. E ripeto, in questa straordinarietà, è racchiusa proprio una scintilla di speranza. E’ la materia stessa dei sogni ad avere a che fare con l’impossibile e le gesta dei nostri ragazzi sono a tutti gli effetti un sogno ad occhi aperti. E’ l’onirico che trova spazio nel peggior quotidiano che si possa immaginare. 

Cosa ne pensi di alcuni esponenti politici italiani che hanno visitato la Corea del Nord in amicizia e molto spesso elogiano in pubblico il regime di Kim Jong-un descrivendo un Paese felice ed efficiente?

Pyongyang è davvero una città molto bella. Addirittura perfetta, si potrebbe dire, se consideriamo alcuni aspetti. È la città al mondo con il livello di criminalità più basso, per esempio. In questo caso si raggiunge addirittura lo zero. Ma Pyongyang è come la Capitol City della saga Hunger Games. Una città bellissima, ma che per rimanere tale ha bisogno di un Paese intero ridotto alla miseria. Tutto il Paese deve patire ogni sacrificio per permettere alla capitale di vivere nella magnificenza. Ora… Pyongyang non vive certo nella magnificenza come invece la fantasiosa Capitol City, ma comunque si regge in piedi con dignità. E’ una città pulita e ordinata. Ma lo è semplicemente perché è una città blindata. Le capitali dei paesi poveri sono invase dalla miseria. Centinaia di migliaia di disperati si riversano continuamente nelle grandi città in cerca di fortuna, con le conseguenti situazioni di disagio che tutti conosciamo: baraccopoli, sporcizia, masse di indigenti che dormono per strada. Pyongyang è l’unica città del terzo, o quarto, mondo a fare eccezione. A Pyongyang vivono i nordcoreani che il regime ritiene degni di un tale onore. 

Per questo chi ci va da turista, vedendo solo ciò che gli è consentito di vedere, sostanzialmente monumenti, piazze immacolate e silenziose, musei e poco altro, rischia di portarsi a casa un’idea fuorviata. I turisti non possono girare liberamente, né intrattenersi con i nordcoreani. Un turista che va dentro al regime di fatto non ce le fa a vedere davvero dentro, per quanto si sforzi di sbirciare dalle fessure. Mentre Cristina era lì, ho fatto domanda al Ministero degli Interni nordcoreano per poter entrare e stare qualche settimana come ospite di Cristina. Gli stranieri che abitano lì si possono muovere con una certa libertà, anche se c’è sempre un uomo nero, cosiddetto, che li segue a una decina di metri di distanza e riporta in un libro, nero, tutti gli spostamenti. Speravo di avere qualche chance in più di raccogliere un vissuto più veritiero, magari potendo andare un po’ in giro con Cristiana. La mia domanda è stata respinta perché sono stato considerato persona non gradita al regime. Non si è capito perché. 

Quali emozioni proverà il lettore, secondo te, dopo aver letto l’ultima riga del tuo libro?

Esattamente dopo l’ultima riga, forse, proverà un senso di speranza, se non altro per le sorti dei protagonisti della vicenda. Proverà tristezza, per le sorti invece dei nordcoreani che conducono vite vere in questo dinosauro politico che è la Corea del Nord. Rassicurazione anche, per il fatto di vivere noi in un paese democratico. Impotenza infine, perché sono davvero nulle le possibilità di aiuto che noi possiamo dare alla popolazione sottomessa al regime. Possiamo innamorarci dell’Africa, per esempio, e impegnarci attivamente con le tante associazioni che lavorano in quel continente. La buona volontà e l’impegno, e nemmeno il denaro, sono invece sufficienti per darsi da fare nei confronti della popolazione nordcoreana.

Le organizzazioni per la tutela dei diritti umani stanno facendo abbastanza, secondo te?

L’unica possibilità di dare una mano ce l’hanno appunto le grandi organizzazioni internazionali che fanno quello che possono ma il loro operato, nonostante l’impegno, risulta insufficiente. Il regime tollera la loro presenza per mantenere una facciata di diplomazia, ma di fatto sembra proprio che gli uomini di regime abbiano il compito preciso di fare in modo che le organizzazioni umanitarie non scalfiscano lo stato delle cose. Il metodo è quello di una burocrazia esasperata a cui le organizzazioni si devono sottomettere per ogni singola manovra. E’ tutto talmente complesso, macchinoso e oscuro, che anche un’azione semplice come una visita a un orfanotrofio richiede una sfilza di permessi, domande da fare contemporaneamente a più enti, protocolli, autenticazioni, accompagnatori di regime autorizzati, firme e controfirme. La burocrazia e la sorveglianza sono talmente snervanti e asfissianti che a volte il senso di frustrazione rischia di avere la meglio su tutto il resto. 

Il tuo libro scuote le coscienze, apre gli occhi a tutte quelle persone che ignorano determinate realtà che invece esistono e sono feroci. Tuttavia, cosa si potrebbe fare, secondo te, per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica?

Divulgare le informazioni è già una cosa molto importante, anche se ovviamente non basta. Sarà molto difficile che cambi qualcosa in Corea del Nord perché la gente in occidente è più consapevole di quanto sta capitando lì dentro. Tuttavia ogni cambiamento parte dalla condivisione delle informazioni. Quando c’era Kim Jong-il al comando, il mondo non si è curato granché della sua politica interna, anche perché lui stesso non si curava del resto del mondo. Con la successione del figlio Kim Jong-un, le cose sono cambiate. Il nuovo leader si è imposto da subito sulla scena internazionale se non altro per le sue dichiarazioni controverse. In conseguenza sono aumentate in maniera esponenziale le pubblicazioni sulla Corea del Nord, i documentari, i film. Tutto ciò ha portato sicuramente i vertici del regime alla consapevolezza che il resto del mondo li sta guardando, e in questo risiede un’opportunità. 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

E’ stata un’esperienza emotivamente ricca. Un conto è scrivere un romanzo distopico pensando a uno scenario fantasioso e inventato, tutt’altra cosa è scrivere di un luogo vero partendo da esperienze vere. In questo senso è stato impegnativo ma, dal punto di vista artistico, molto stimolante. E’ il materiale che avevo fra le mani ad avere un peso del tutto particolare. Non mi sono sentito, come in altri casi, a rimaneggiare un plot narrativo con l’unico scopo di farne uscire una buona storia. In questo caso dovevo assolvere a un compito che sfiorava il giornalismo d’inchiesta. Insomma… scrivere un romanzo d’intrattenimento con caratteristiche da saggio di attualità. Spero che il risultato sia soddisfacente per tutti quelli che lo leggeranno.

Cosa consiglieresti a chi volesse proporsi come operatrice/tore umanitaria/o in paesi pericolosi come la Corea del Nord? 

Ripeto un concetto che Cristina ha ribadito spesso. Pyongyang non è un paese pericoloso come possono esserlo certi paesi del Medio Oriente. Non c’è alcun rischio di terrorismo ad esempio. Attualmente Cristina è proprio in Medio Oriente, in una città davvero pericolosa dal punto di vista della sicurezza individuale. Ora è costretta a girare con un auto blindata e cose del genere. Nella sua storia di operatrice umanitaria, qualche anno fa in Afghanistan, le è capitato di evitare di pochi minuti un attentato. In Corea del Nord sono altre le cose dolorose e faticose: il testa a testa quotidiano con gli alti vertici del regime, vivere giorno per giorno sotto l’occhio del Grande Fratello di Orwell, il freddo insopportabile delle anticamere dei palazzi di potere dove si è costretti a sostare per giornate intere. Eccola una cosa forse banale ma che da occidentali può risultare come una piccola tortura. Un freddo immenso, insopportabile, d’inverno, in quei palazzi di ghiaccio. Ghiaccio fuori, dentro, ghiaccio nelle strette di mano. Parole gelide e sbrigative in riunioni lunghe e sfiancanti. Un freddo che entra nelle ossa e nel cuore. Un freddo con cui è difficile convivere, forse più ancora che con la criminalità di una capitale sovraffollata del terzo mondo.

Progetti futuri?

Di Cristina ho appena detto. E’ in Medio Oriente. Coraggiosa e motivata come sempre. Per quanto riguarda i mei progetti, continuerò a ricercare e scrivere storie dal mondo adatte ai ragazzi. Scorci dal passato o dal presente. Storie magari terribili, ma che possono far riflettere ed educare al senso civico. In autunno è prevista l’uscita del mio nuovo romanzo L’ultimo barile e attualmente sto lavorando a una storia a due mani con Luca Leone, direttore di Infinito Edizioni, ambientata nella guerra dei Balcani degli anni ’90, di cui Luca è sicuramente il massimo esperto fra i giornalisti italiani. Uscita prevista nel 2019. 

L’AUTORE

Daniele Zanon, sceneggiatore e regista, vive a Cittadella (Padova). Collabora con molti studi di produzione video, si occupa di didattica del fare cinema nella realtà della scuola superiore e ha la- vorato in ambienti educativamente critici come il carcere minorile e le comunità di recupero. Laure- ato in Scienze Religiose, insegna in un liceo della provincia di Padova. Con Infinito edizioni ha pubblicato Mass Games (2014), Nina nella grande guerra (2015), Il Battaglione Bosniaco (2016, con Valerio Curcio), L’oro del Congo (2017, con Daniele Gobbin). 

 

 

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