"I terroristi pazzi? No, ma attenti alle loro biografie"

| ISLAM3/ Lo psichiatra Carmine Munizza traccia un'analisi dei terroristi: "Persone normali con alle spalle biografie diverse, l'Occidentale reagisce in modo emotivo, vittima a sua volta di psicosi indotte"

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In un'intervista  recente, lo psichiatra Carmine Munizza, traccia un profilo psicologico dei terroristi islamici infiultrati in Occidente. 

 

Lei è presidente del Grist (Gruppo italiano di studio sul terrorismo) qual è l’interesse che può avere uno psichiatra rispetto al fenomeno noto come "terrorismo internazionale di matrice islamista" (TIMI), emerso negli ultimi decenni?

“Il fenomeno è di carattere marcatamente politico-militare e le possibili ipotesi esplicative vanno ricercate soprattutto nella storia, nell’economia e nella geopolitica. La Psichiatria si occupa delle ricadute dell’atto terrorista sulla mente delle vittime dirette e indirette - argomento che rientra nel più ampio e noto compito della presa in carico clinica delle conseguenze mentali delle catastrofi – e sulla mente dell’autore, il che rimanda all’altrettanto ampio capitolo della presa in carico clinica degli autori di reato. Ma è anche interesse della Psichiatria sgombrare il campo da due possibili equivoci concettuali, che possono insorgere di fronte ad atti terroristici particolarmente eclatanti: primo, che tali atti possano essere attribuiti alla malattia mentale e, secondo, che esista la possibilità di identificare alcuni elementi di carattere socio psicologico sufficienti a “spiegare” la scelta del terrorismo e a costituire gli ingredienti costanti di una specifica “mente” o “personalità” terrorista”.

 

Non esiste un identikit del terrorista-tipo?

“No, tutta la letteratura e le ricerche sul tema attestano che non ci sono argomenti validi per una tranquillizzante derubricazione dell’atto terrorista a sintomo di follia: dobbiamo rassegnarci a considerare la mente del terrorista, da un punto di vista psichiatrico, normale”.

 

Ma come è possibile che una mente “normale” scelga di aderire al terrorismo?

“Non è possibile dare una risposta generalizzata, la ricerca e la letteratura dimostrano che non è possibile, da un punto di vista socio-psicologico, descrivere una ‘personalità terrorista-tipo’: infatti la lettura di alcune biografie di terroristi depone per il fatto che più che di una ‘psicologia del terrorista’ o di un identikit psicologico, si debba parlare di tante ‘psicologie’ dei terroristi, accettando il fatto che l’atto di terrorismo è, da un punto di vista psicologico, l’esito di percorsi biografici che possono essere anche molto diversi tra loro”.

 

Perché allora la collettività di fronte al terrorismo associa subito la malattia mentale?

“Perché è una reazione emotiva a questi atti, che può portare ad attribuirli alla follia o, con termine più moderno, alla psicosi, perché in questo modo il cittadino opera un distanziamento spontaneo di fronte a ciò che appare disumano, mostruoso, inaccettabile, e tende a considerare gli aderenti al TIMI squilibrati, indottrinati, radicali, ecc. Va però anche detto che l’effetto psicologico viene appositamente perseguito dal terrorista, che mette in atto una forma sofisticata di guerra psicologica, nella quale a essere ricercato, più del danno arrecato.

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