Mafia, la solitudine di Falcone e Borsellino

| Venerdì al Circolo dei Lettori di via Bogino un incontro dedicato alla analisi di un tormentato periodo storico

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(NOSTRO SERVIZIO)
di GERMANA ZUFFANTI
Giommaria Monti è un autore e responsabile di redazione televisivo, è stato 
 autore di diversi programmi di Michele Santoro (Annozero, Il raggio verde, Circusa, Moby Dick) , per 4 anni di  "Unomattina" su RaiUno e da ora di "Cartabianca" su RaiTre. Autore televisivo e scrittore, nel 2007 Giommaria Monti ha scritto il libretto dell'opera sinfonica Falcone e Borsellino," Il coraggio della solitudine", una cronaca sinfonica per voci recitanti e orchestra scritta e diretta da Stefano Fonzi, pubblicata da Rai Trade: l'opera era collegata al libro scritto dall'autore sui due magistrati, che descrive la solitudine e l'isolamento in cui si erano trovati prima di essere uccisi. L'opera è stata eseguita nel 2012 nell'aula bunker del carcere de l'Ucciardone di Palermo. Il testo è stato letto dall'attore Remo Girone. 
Il libro è stato riproposto oggi, nel 2017, con le testimonianze di chi ha vissuto con i due magistrati ed il libretto è stato interpretato dalle voci straordinarie  di Luca Ward e Fabiana Sera.
Ecco l'intervista. 
Giommaria Monti, Lei ha pubblicato da poco "Falcone e Borsellino. Dieci anni di solitudine" edito da David and Matthaus. Vuole raccontarci l'dea di presentare questi due magistrati così famosi per il loro sacrificio estremo, nella loro vita triste, isolata e nella loro estrema solitidine?
Dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio (io le ho seguite da cronista a Palermo), era un coro di "amici di Giovanni e Paolo". Tutti a raccontare un aneddoto, un episodio, un legame coni due grandi magistrati considerati giustamente due eroi. La mia memoria di giovane cronista si intrecciò con i racconti di alcuni protagonisti di quella storia e mi consegnavano un racconto molto diverso. Era la storia di due uomini lasciati soli, contrastati e calunniati da ogni parte: giornali (si distinse Il Giornale diretto allora da Indro Montanelli), colleghi magistrati, opinionisti. Un crescendo che arrivo fino al fallito attentato all'Addaura, dove si arrivò a scrivere che la bomba il "giudice protagonista" (fu scritto anche questo) se l'era messa da solo per farsi pubblicità. Raccolsi quei documenti, li misi in fila e ne venne fuori un racconto che ancora oggi annichilisce: La calunnia, il tradimento, la tragedia: furono le tre fasi che accompagnarono la vita non solo professionale di Falcone e Borsellino. Quando Borsellino fu nominato procuratore a Marsala per titoli e non per anzianità (come procedeva allora il Csm), Leonardo Sciascia scrisse un editoriale sul Corriere che fece epoca: I professionisti dell'antimafia. Un'intuizione giusta, quella di Sciascia: per fare carriera in molti fanno l'antimafia. Peccato avesse sbagliato bersaglio, indicando Paolo Borsellino. Ho voluto raccontare, documenti alla mano, la solitudine di due uomini che hanno, per la prima volta, dato un colpo mortale a Cosa Nostra. E soprattutto hanno dato al Paese intero la dignità e l'orgoglio delle istituzioni. Per dieci anni esatti furono bersagli di indecenti calunnie, quello che la Cassazione nella sentenza definitiva sull'attentato all'Addaura definì un "infame linciaggio". Ricordare anche questo aspetto della loro storia mi è sembrato doveroso: ho ripreso quei documenti, ho chiesto ai protagonisti di allora di scrivere una testimonianza: Leonardo Guarnotta, che insieme a Giuseppe Di Lello fece parte del nucleo originario del pool voluto da Chinnici e guidato da Nino Caponnetto; Giuseppe Ayala, che rappresentò  l'accusa al Maxi processo; Alfonso Giordano, presidente della Corte d'Assise che comminò gli ergastoli al vertice di Cosa Nostra. E poi Maria Falcone e Rita Borsellino. Il collega e amico Franco Di Mare ha firmato l'introduzione, scrivendo una cosa che centra perfettamente il senso di questo libro: 25 anni dopo siete ancora in tempo per chiedere scusa. Altrimenti tacete. 
 "La mafia uccide in tre tempi: prima isola, poi delegittima, alla fine usa il tritolo". Questo emerge dalle confessioni di Tommaso Buscetta, l'uomo dei due mondi, pentito storico. 
Ma la mafia uccide ancora?
La mafia è un fenomeno complesso. Era solo Cosa nostra, diciamo fino all'arresto di Totò Riina nel 1993. Il sistema mafioso lo raccontò proprio a Falcone Tommaso Buscetta e venne giù tutto. Oggi la mafia è la 'Ndrangheta calabrese, i casalesi di Casal di Principe, gli Spada, i Casamonica e i Fasciani sul litorale laziale (Ostia e non solo). Oggi la mafia ha cambiato pelle: non usa più il tritolo come con Chinnici, con Falcone, con Borsellino. Ma uccide ancora i rivali per il controllo dei traffici illegali. Oggi la mafia è un fenomeno globalizzato, gestisce il traffico di esseri umani con l'Isis sulle coste libiche, ha legami con le mafie dell'est sulla rotta balcanica per far passare armi e denaro, sposta enormi capitali che riescono a incidere nell'assetto di interi Stati sovrani. Uccide meno perchè non vuole l'attenzione delle polizie, dei servizi sui loro traffici. Ci sono intere aree del Paese (la Toscana, ad esempio), dove la forza di penetrazione della 'ndrangheta è devastante. La scorsa primavera nel porto di Livorno sono state sequestrate otto tonnellate di cocaina purissima destinata ai narcotrafficanti nostrani. Gli affari del porto di Gioia Tauro si sono spostati lì. Lo Stato non può pensare di convivere con le mafie, tanto non sparano più come prima, non fanno più le stragi. Lo Stato ha il dovere di riprendere il controllo del territorio e ingaggiare una guerra senza esclusione di colpi con le mafie. Come fecero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, appunto. Non era una loro guerra privata, era la guerra che lo Stato non ha ancora vinto.   
Il cd della cronaca sinfonica allegato al libro" Il coraggio della solitudine" emoziona, rievoca la Sicilia di un tempo, quella delle "ammazzatine" come dicono i siciliani veri, quella della gente che aveva paura della scorta sotto casa di Falcone e Borsellino, del sangue e del coraggio di due uomini sostanzialmente soli. La morte dei due ha mobilitato e trasformato l'opinione pubblica, smosso le coscienze delle persone.  Il loro testamento morale sono parole oggi sulla bocca dei giovani e delle nuove generazioni. Lei ha portato il ricordo di Falcone e Borsellino tra la gente, pensa che il libro lo leggeranno i giovani? Quale messaggio breve vorrebbe lasciare loro? 
Quel concerto sulla musica meravigliosa del maestro Stefano Fonzi (un allievo di Ennio Morricone) è il racconto che ho scritto come una lunga orazione civile. Lo abbiamo rappresentato nell'aula bunker de l'Ucciardone a Palermo. Remo Girone lesse il mio testo e fu un'emozione indescrivibile. Durante le prove mi passarono al telefono Agnese Borsellino, che dopo avermi detto che conosceva e apprezzava molto quel lavoro, mi chiese se potevamo ospitare i ragazzi della fondazione Borsellino, che vennero con gli striscioni Paolo Vive e seguirono il concerto emozionati. MAi quanto me, che il giorno dopo, raccogliendo l'invito di Agnese, andai a trovarla a casa e mi ricevette nello studio del marito Paolo. Mi è difficile ricordare quel giorno senza emozionarmi. Per diversi anni il maestro Fonzi ha messo in scena il concerto soprattutto per le scuole nei mattinèè: i ragazzi erano emozionati e colpiti da questa storia. Nella testimonianza di Rita Borsellino che riporto nel libro, racconta che dopo le stragi girava le scuole con Nino Caponnetto per raccontare ai ragazzi la storia di Giovanni FAlcone e Paolo Borsellino. Caponnetto, scrive la sorella di Borsellino, si portava sempre una copia del libro che avevo scritto nel 1996 e lo raccontava ai ragazzi. Perchè conoscessero tutta la storia. E' questo il messaggio che vorrei lasciare: non fermarsi mai alle apparenze. Falcone, anche quando aveva la soluzione a portata di mano,  da grande magistrato quale era approfondiva sempre le evidenze e cercava di capire cosa ci fosse dietro. E poi spendersi in prima persona, a qualunque costo. Come diceva Pasolini, gettare il proprio corpo nella lotta.  



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