Nel deserto, madre e figlia lacerate da amore-dolore

| Nel libro di Veronica (ed. Il Ciliegio) il male oscuro di una malattia difficile da riconoscere e accettare. Sullo sfondo la storia allucinante della ragazza di Polignano morta di stenti e di torture per colpa di una sofferenza psichiatrica

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FLORIANA NASO

La penna di Veronica è potente, diretta. Una semplicità che sconvolge. Emozioni forti e mai scontate.

Ha scritto BORDERLINE vincitore del primo premio come miglior pubblicazione italiana per la micro editoria 2012. Si firma solo con il nome di battesimo. Un intenso romanzo autobiografico che porta il lettore, con discrezione e acuta sensibilità, dentro il sempre più avviluppante silenzio delle emozioni. Un'infanzia interrotta. Un matrimonio sbagliato. Il tormentato rapporto tra una madre e una figlia, in bilico tra amore sconfinato e dolore muto. Quel male oscuro che è così difficile riconoscere e accettare. Ecco la storia di una madre coraggiosa, che non sa e non può smettere di amare.

 

LA LETTERA

 

“Metti che un bel giorno un terremoto di magnitudo 7 arrivi a sconquassare la tua "normale" famiglia.

Che poi tanto normale non era, perché c'erano tante piccole manifestazioni che potevano far pensare a un disagio psichico, pochezze che dimentichi e sotterri per non affrontare qualcosa che ti terrorizza.

Poi arriva il momento che, sotto sotto, ti aspettavi, scoppia la bomba e lacera tutto quanto sta attorno: famiglia, vita sociale, presente, passato e futuro.

Il malessere, per anni contenuto, esplode in tutta la sua virulenza e cosa si può fare? Qui non servono antibiotici e antipiretici, qui serve capire.

Non sai come muoverti, come gestire la situazione e allora ti rivolgi alla ASL che ti propone il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) a prescindere, anche quando non sarebbe necessario.

Poi, quando vedi in cosa consiste, te ne penti amaramente, vorresti mettere fine a quell'assurdità, ma non puoi farlo, la settimana deve essere portata a termine, tanto è la durata. Sei troppo spaventato e non replichi.

Durante il TSO, il paziente viene imbottito di farmaci e chiuso a chiave in una stanza con inferriate alle finestre, che lascerà solo per i colloqui giornalieri con lo psichiatra.

Terminata questa tortura, ne inizia una peggiore, perché ti devi rapportare con medici che hanno dimenticato cosa sia la normalità, empatia zero, che enfatizzano ogni cosa dica il "paziente" e che spingono fino all'inverosimile per somministrare farmaci.

Con la pillolina siamo contenti tutti, medico per il business e famigliari che finalmente si riportano a casa un bel vegetale.

Se non accetti i farmaci, diventi un paziente di serie B. Non si intende demonizzarli, ma a volte non è di quelli che si ha bisogno.

Nel tempo, pur di farti levare le tende, ti senti dire anche che non si evidenziano più sintomi psichiatrici.

Ah! Eppure non è cambiato nulla, come mai prima insistevate coi farmaci? Volete forse dire che non sono più necessari gli incontri? Siamo solo una spesa per la ASL?

Per giustificare ti propongono di fare uno di quei test per misurare il QI, e insistono, anche se lo hai già fatto qualche anno prima, privatamente, alla presenza di QUATTRO specialisti in un ospedale. Un test durato SEI ore, che ha dato come risultato: paziente nella norma.

Lo scopo è chiaro in seguito, quando, eseguito il test, questa volta della durata di 1/4 d'ora, da una ragazza dell'apparente età di 25 anni e senza camice bianco, ti dicono che risulta ritardo mentale.

Vuoi urlare che non accetti questa diagnosi, che sono degli incompetenti, ma è già tutto deciso, scritto sui documenti.

Sulle carte sei già finito.

Continueremo a frequentare perché vi siamo costretti, per avere un lavoro con le liste protette per cui è necessaria una vostra relazione periodica.

Continueremo ad assoggettarci a quello che ci proponete, come la frequenza del Centro Diurno dove si espletano diverse attività: da giocare a carte, fissare il vuoto (il personale è carente) passeggiare per i corridoi o nel giardino.

Ghetti, realtà circoscritte, dove, se proprio uno non è fermamente intenzionato a guarire, la "malattia" si cronicizza.

Si praticano anche altre iniziative, si creano piccoli gruppi assortiti alla "comecapita" con varie finalità.

Prendiamo per esempio il gruppo della "Cura del sé". Quelli coinvolti vengono portati da negozianti che si prestano al servizio: parrucchiere, estetista, negozio di abbigliamento etc. che spiegano come prendersi cura del proprio corpo.

Però, carino! Peccato che, per raggiungere la meta, i gruppi vengano trasportati su un pulmino con la scritta "Trasporto Disabili", e le visite vengano effettuate nell'orario di chiusura degli esercizi.

Cosa c'è di normale in tutto questo, là dove la normalità dovrebbe essere prospettata in una ricerca continua?

Ci sono anche i corsi di arteterapia, altro esempio, dove ti aspetti che, dopo qualche tempo, ti dicano se e cosa emerge per poter interagire nella maniera corretta col "paziente".

Ma resta una pia illusione.

Così passano i giorni, mesi, anni.

Quando cominci a mordere il freno e fai pressioni per un posto di lavoro, ti senti rispondere che, nel caso specifico, una borsa lavoro sarebbe SPRECATA.

Questo a detta dello specialista di turno: una sola persona che decide della vita di un'altra.

Ogni essere umano ha diritto alla dignità, a un posto di lavoro secondo le proprie attitudini, a un minimo di normalità per sperare in un futuro migliore, o quantomeno, in un futuro.”

Questa storia drammatica scuote le coscienze, eppure occorre fare di più. Cioè?

A Polignano è morta una ragazza di 31 anni, malata psichiatrica.

 

È morta di stenti. Era tenuta segregata in casa, nella sporcizia, abbandonata a se stessa. Tutti, in paese, sapevano di lei.

Ora ci si chiede il motivo per cui le istituzioni non siano intervenute.

È molto semplice: dei malati psichiatrici non importa niente a nessuno.

Occorre fare meglio e soprattutto rivoluzionare il sistema.

Anzitutto, è fondamentale smettere di trattare le persone affette da sofferenza dell'anima in modo diverso, e non è un caso se non ho usato il termine "malate".

Inserirle in un contesto di normalità, dare loro una vita lavorativa e sociale ovvierebbe, nella maggior parte dei casi, anche ai farmaci.

Non dimentichiamo cosa è riuscito a fare il grande Basaglia.

Peccato che dopo di lui si sia ricaduti nella voragine del pressapochismo e un velo di disinteresse sia caduto nuovamente su questi poveri "emarginati".

Nessuno ne parla mai, neppure in televisione, neppure per sbaglio. È una realtà sommersa di cui non ci interessiamo, perché incomprensibile e pertanto non gestibile.

Auguriamoci di non cadere mai in depressione perché nessuno sarà in grado di darci una mano, solo farmaci a volontà che ci renderanno schiavi di qualche "principio attivo" e demoliranno il nostro corpo aggiungendo ulteriore disagio.

Questo mondo che va così di corsa, super tecnologico, sta generando, in un crescendo spaventoso, fragilità e solitudini difficili da arginare perché non siamo più disposti ad ascoltare o a perdere tempo con chi va troppo lento rispetto ai nostri ritmi.

E quello che più fa male, e ti fa cadere nel baratro, è il deserto assoluto che ti si crea attorno. 

E allora, cosa fare?

Cavolo, proviamo a metterci nei panni di queste persone, cosa vorremmo?

Considerazione, attenzione, amore.

Credo che in medicina, riguardo alla destinazione fondi, questo settore sia l'ultima ruota del carro.

Ci vorrebbe il triplo del personale attualmente impiegato e una ventata di innovazioni per quanto riguarda metodi e tempistiche.

Siamo al palo ormai da anni; salvo poche eccezioni, in quegli ambienti si respira aria stantia che non hai intenzione né voglia di essere cambiata.

Spero che le nuove leve operino con sistemi diversi e con più anima.

Da parte mia, continuerò a battermi perché qualcosa cambi, per dare la speranza, a chi è più fragile di me, che può esistere un mondo migliore.

 

EVENTI

Al Circolo dei Lettori il nuovo Thriller di Donato Carrisi L’uomo del labirinto martedì 16 gennaio ore 21 presentazione del libro di e con DONATO CARRISI edito da Longanesi

con Fabrizio Vespa, codirettore Torino Crime Festival

Dopo l’apprezzato debutto alla regia nella trasposizione cinematografica di La ragazza nella nebbia, Donato Carrisi, scrittore da 3 milioni di copie tradotto in trenta Paesi – dalla Norvegia agli Stati Uniti al Giappone -, torna in libreria con un nuovo thriller, un gioco oscuro e pericoloso nei meandri della mente umana.

Rapita a tredici anni e tenuta prigioniera per quindici anni, Sam ora è improvvisamente libera e, traumatizzata e ferita, è ricoverata in una stanza d’ospedale.  Accanto a lei, il dottor Green, un profiler fuori dal comune, e il talentuoso investigare privato Bruno Genko.  E, ovviamente, l’uomo del labirinto.

 

USCITE IN LIBRERIA GENNAIO 2018, segnaliamo:

Follia Maggiore di Alessandro Robecchi Sellerio editore 

IL CASO
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