Corrotti come mafiosi, ma serve davvero?

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I corrotti come i mafiosi?

Un articolo apparso su La Stampa del 30 aprile 2017 suscita qualche riflessione.

Si tratta del bell'articolo di Francesco Grignetti I corrotti come i mafiosi. Arriva la legge anti-tangenti.

L'autore parla dell'avvio, in Commissione Giustizia del Senato, della discussione del progetto di riforma della normativa in tema di misure di prevenzione, approvata solo nel 2011, ed in particolare dell'intenzione di alcune forse politiche di estendere la normativa antimafia anche ai reati contro la Pubblica amministrazione: corruzione, concussione, peculato etc.

L'attento autore, tuttavia, evidenzia come, in realtà, già oggi sia possibile sottoporre a misure di prevenzione personali, e soprattutto patrimoniali, proprio coloro che siano stati condannati per reati contro la Pubblica Amministrazione, citando i noti casi Anemone e Balducci.

Allora, se è già possibile confiscare i patrimoni di coloro che abbiano commesso reati contro la Pubblica Amministrazione ci si deve domandare a cosa serve questa "innovazione", tanto più che altre forze politiche sono contrarie al progetto ed in particolare all'inclusione del peculato tra le ipotesi che possono dar luogo a confisca, e intendono quindi riesaminare in Senato il disegno di legge approvato dalla Camera.

Nell'articolo si riportano le parole critiche rispetto a tale soluzione, per altro espressione della normale dialettica parlamentare, dell'onorevole Mattiello: "con che faccia parleremo dell'anniversario di Pio La Torre, sapendo che in Senato qualcuno prepara emendamenti per stravolgere il testo licenziato alla Camera, con il probabile esito di lasciare tutto com'è?".

Bella domanda dal momento che già oggi, come ricorda Grignetti, sono state realizzate confische milionarie proprio contro i cd. colletti bianchi, anche laddove abbiano posto in essere condotte di peculato.

Ma allora serve veramente questa modifica?

Sì, secondo il collega di Mattiello, onorevole Lumia: "Anche perché i delitti contro la pubblica amministrazione risultano spesso connessi con le attività criminali mafiose".

Viene da obiettare che, se già le misure di prevenzione possono essere applicate contro entrambe queste categorie di "pericolosi", allora la riforma è del tutto inutile.

Un grande storico, Salvatore Lupo, profondo conoscitore di Cosa Nostra, ha scritto molto efficacemente che "quando tutto è mafia allora niente è mafia", Storia della mafia. La criminalità organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 2004.

Tale considerazione prende le mosse proprio dall'attività giudiziaria svolta da Giovanni Falcone, che prestava la massima attenzione a non fare pericolose confusioni.

Non a caso anche la Corte di Cassazione (sentenza Scagliarini del 2015) ha autorevolmente invitato a non confondere i piani: un conto è la condizione del "mafioso" che normalmente lo è per tutto la vita, un conto è la condizione di chi, magari in una sola occasione, è stato indagato, e poi assolto, da accuse di corruzione; ancora, l'impresa "mafiosa" che si nutre stabilmente dell'afflusso di capitali illeciti non può essere assimilata ad un'impresa che in una singola occasione può essere agevolata da un rapporto corruttivo..

Ed infatti, proprio per scongiurare ingiustificate equiparazioni, dopo le stragi del 1992, venne introdotta un'apposita aggravante, quella di agevolare i gruppi mafiosi, per connotare di mafiosità i reati comuni, tra cui quelli contro la pubblica amministrazione.

Ed anche rispetto a tale categoria di "pericolosi" la legislazione di prevenzione del 2011, che ora si vorrebbe modificare, ha consentito l'applicazione di misure di prevenzione personali e patrimoniali.

Se il legislatore prestasse attenzione alla giurisprudenza, interna ed europea, potrebbe scoprire che il 25 febbraio 2017 la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, caso De Tommaso contro Italia, ha inferto un duro colpo al sistema italiano delle misure di prevenzione per l'eccessiva discrezionalità dei giudici nella loro applicazione.

Per il momento il problema riguarda le sole misure concernenti i "pericolosi generici": ladri, truffatori, evasori fiscali, e appunto corrotti e corruttori, solo per esemplificare i casi più eclatanti. Ed è confinato alle sole misure personali, la sorveglianza speciale.


Ma il problema presto potrebbe riguardare anche il piano patrimoniale: infatti la Corte di appello di Napoli, dopo la sentenza De Tommaso, ha sollevato questione di legittimità costituzionale anche con riferimento alla confisca. 

L'autorevolezza della sentenza europea non lascia margini di dubbio: la Grande Camera interviene infatti solo quando la Corte vuole marcare un nuovo indirizzo, che in questo caso ha travolto tutte i precedenti favorevoli al sistema italiano di prevenzione. 

Va detto che alcuni giudici della Corte hanno espresso un giudizio in parte dissenziente, ma solo perché ritenevano necessario dichiarare illegittimo l'intero sistema delle misure di prevenzione, anche per quanto riguarda i "pericolosi mafiosi" o i terroristi. 

Non si può escludere che alla prossima occasione questa possa essere la sorte di questo importante strumento che però si presta ad abusi: basti solo pensare che il caso che ha dato luogo al pronunciamento della Cedu ha riguardato un soggetto sottoposto a misura di prevenzione sulla base dei precedenti di polizia di un omonimo e successivamente la Corte d'appello, che pure ha annullato la decisione del Tribunale, è intervenuta dopo sei mesi invece che nei trenta giorni previsti dalla legge, così prolungando la sua illegittima sottoposizione a restrizione della sua libertà di circolazione. 

Le stesse sentenze della Cassazione testimoniano quanto questo rischio di abusi riguardi anche il versante patrimoniale: si pensi alla sentenza Rappa del 2016 concernente la confisca di diverse strutture societarie, poi annullata dai supremi giudici perché effettuata in totale assenza dei presupposti di legge. 

Quindi ciò che occorre non è una legislazione "simbolica", ma una legge che tuteli i cittadini contro i rischi connessi all'eccessiva discrezionalità dei giudici nell'applicazione delle misure di prevenzione. 

Spesso infatti la misura di prevenzione, per le sue agevolazioni probatorie, viene impiegata come una "scappatoia" dal processo penale e gli abusi sopra indicati ne sono chiara evidenza. 

Proprio la magistratura dovrebbe impegnarsi ad avviare tale sforzo: tuttavia mentre in alcune sedi giudiziarie, come quella di Napoli, di fronte ai rilievi dei giudici europei, hanno preso atto dei deficit di certezza giuridica che connotano le misure di prevenzione, altri giudici, come quelli milanesi e palermitani, hanno invece "ignorato" il senso dell'importante pronuncia della Grande Camera, approfittando di lacune legislative, ripetutamente denunciate dal mondo accademico, di fronte alle quali il legislatore è sin qui rimasto inerte. 

Da un legislatore attento ci si dovrebbe aspettare, quando sono in gioco la libertà e la proprietà individuale, non "propaganda elettorale", ma soluzioni tecniche in grado di contemperare il dovere per lo Stato di eliminare i patrimoni "contaminati" con le aspettative dei cittadini di tutela di diritti riconosciuti a livello internazionale. 

Ma ora il legislatore italiano è stato autorevolmente "avvisato".

 

L'Opinione
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